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Quando ti bacio, non è solo la tua bocca, non è solo il tuo ombelico, non è solo il tuo grembo che bacio. Io bacio anche le tue domande e i tuoi desideri bacio il tuo riflettere, i tuoi dubbi e il tuo coraggio; il tuo amore per me e la tua libertà da me; il tuo piede
che è giunto qui e che di nuovo se ne va; io bacio te così come sei e come sarai domani e oltre e quando il mio tempo sarà trascorso
(Erich Fried – Come ti si dovrebbe baciare)

Nell’Iowa del 1965, un fotografo in cerca di ponti coperti da fotografare per il National Geographic incontra Francesca, casalinga di origine italiana non più giovane che si gode qualche giorno di libertà, avendo marito e figli lontani. Tra i due scocca la scintilla dell’amore destinato a durare 4 giorni.

Quella che potrebbe essere la trama di un romanzo (pare, tratto da una storia vera) diventato un film di successo (“I ponti di Madison Cownty”, con Clint Eastwood e Meryl Streep) diventa un momento di analisi della vita: la nostra, la vostra…

Cari Lettori, se volessimo capire cosa significhi amare, probabilmente arriveremmo a concludere che è il risultato di una disponibilità a “donarsi”, attraverso il riconoscere l’altro come diverso da noi e capace di stimolare, in noi, il bisogno e il piacere di “prendersi cura” come la celebrazione di quell’atto sacro che si ripete ogniqualvolta ci si apre al miracolo della vita: come quando una Madre “nutre” il proprio figlio col piacere dello stare al mondo; come quando un Padre si “offre” come scudo dal pericolo; come quando un Fratello ti “affianca”; come quando un Panorama ti “toglie” il respiro; come quando l’Attesa predispone a momenti irripetibili…

Ecco, quando questa condizione viene ricambiata, allora ci troviamo di fronte alla creazione di un “Mondo nuovo”

Non sono sicuro di averti dentro di me, né di essere dentro di te e neppure di possederti. E in ogni caso, non è al possesso che aspiro. Credo invece che siamo entrambi dentro un altro essere che abbiamo creato, e che si chiama “Noi”. (Robert Kincaid –  “I ponti di Madison Cownty)

Perché, questa storia, va oltre la scelta fra una vita “grigia” e un momento di “rottura”. Qui, entra in gioco il concetto di trasgressione intesa come il desiderio di andare oltre quelle regole (subite ma non accettate mai completamente), che nei primi momenti della nostra vita cosciente, ci hanno impedito di continuare a “sognare” un mondo perfetto.

Ecco, imparare ad Amare, può portarci a risperimentare le emozioni di quegli istanti e poter dire: “Questa volta, no! Io non mi arrenderò perché costruirò il mio mondo perfetto, insieme a chi vorrà edificare il compimento di quell’impegno che ci vincolerà a valorizzare il Noi senza perdere l’unicità dell’Io”

L’amore vince tutto, arrendiamoci anche noi all’amore“.

Cari Lettori, quella sopra riportata è una delle possibili traduzioni del famoso verso virgiliano “Omnia vincit amor et nos cedamus amori”.

Quindi, se l’Amore vince tutto, questo vuol dire che “domina” tutto ed è presente ovunque. E a noi, cosa resta da fare?

Affidarci, “consegnarci” all’Amore.

“Amor vincit omnia” è un importante dipinto di Caravaggio che presenta un Cupido dominante,  con gioiosa vigoria, la scena. Il quadro rappresenta la vittoria dell’amore sulle arti, riconoscibili nella partitura, nei libri e negli strumenti musicali ai piedi del fanciullo.

Ecco perché sono su questo pianeta, in questo tempo […]. Adesso lo so. Per molti più anni di quanti non ne abbia vissuti, ho continuato a precipitare dall’orlo di un luogo immenso e altissimo. E in tutti questi anni, precipitavo verso di te. (Francesca Johnson – “I ponti di Madison Cownty”)

Da millenni l’amore è legato al cuore.

La rima fiore /amore che poi rinvia al cuore è la più difficile del mondo perché, come ci ricorda Saba, è la più difficile da riempire di nuovi contenuti e movenze.

Tutto è legato a questo muscolo, dunque? Un muscolo che ora si affloscia ora si dà tono e vigore può “cambiare” il mondo?

Dopo millenni di “sopravvalutazione” oggi sappiamo che la “centralina” alberga altrove.

Ma tant’è.

Probabilmente in linea con la tradizione, pur sapendo ciò, continueremo per praticità a parlare sempre di cuore quando ci vien desiderio di parlare d’Amore.

“Dopo un po’ impari la sottile differenza tra tenere una mano e incatenare un’anima. E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza.

E inizi a imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse. E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto non con il dolore di un bambino.

E impari a costruire tutte le strade oggi perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani.

Dopo un po’ impari che il sole scotta, se ne prendi troppo. Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.

E impari che puoi davvero sopportare, che sei davvero forte, e che vali davvero.

E impari e impari e impari. Con ogni addio, impari”.

(Veronica Shoffstall)

Cari Lettori, sulla nostra pelle abbiamo scoperto che l’Amore dà senso alla vita e all’agire. È esso che impedisce l’indifferenza, l’abulia, il non fare. Come se fosse il lievito di ogni azione. A livello altissimo “l’Amore muove il sole e le altre stelle”.

Il problema in questi tempi assai difficili è registrare come sia diventato questo “Cuore”

È un cuore di pietra o di carne?

Forse, è spesso ancora un cuore di pietra che dovremmo trasformare in cuore di “carne”.

E qui ci soccorre un Testo Sacro, capitale della civiltà occidentale (la Bibbia), che ci riporta un passo adatto al tema: “Darò loro un cuore nuovo, /uno spirito nuovo immetterò in loro. / Strapperò dal loro petto il cuore di pietra /e darò loro un cuore di carne.” (Ezechiele 11,19)

Il Cuore, ovvero la Coscienza.

Bisogna, come ci ricorda Gianfranco Ravasi, simbolicamente squarciare il petto dell’uomo, strapparvi un cuore ormai inerte, divenuto simile a un sasso, principio di morte e di male, per trapiantarvi un cuore pulsante e palpitante, capace di riportare in azione il flusso vitale.

È una impresa non facile che non può essere realizzata da soli ma presuppone il gioioso incontro con gli altri alla ricerca di una vivibilità amorosa e fraterna.

La solidarietà ci aiuterà ad affrontare, con dignità e decoro, questa “fatica di vivere”, soprattutto nel rapporto con la propria solitudine.

Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me: l’amore è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona. L’amore è la fiducia di dirgli tutto su voi stessi, compreso le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirti cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ti sorride.” (Albert Einstein)

Ogni relazione veramente “profonda”, ha il senso fondamentale di farci scoprire quello che noi siamo, quello che noi valiamo veramente perché, la presenza dell’altro, ci mette a nudo rispetto a noi stessi e costituisce, quindi, un momento costruttivo. A prescindere

Ma, l’Amore ha un compimento cioè, significa che ha una durata

Per gli antichi Romani, Venere (Afrodite, per gli antichi Greci) rappresentava la Dea dell’Amore che aveva come specchio e prolungamento, Eros, considerato, al tempo stesso, figlio e compagno. Un po’ come dire che Venere si manifesta nell’amore spiritualizzato ed Eros in quello “incarnato”: sostanzialmente le due vie dell’Amore che si “realizzano” e si “compiono” con una durata che si riconduce alla durata dell’incontro

E l’amore guardò il tempo e rise, perchè sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito: il tempo moriva e lui restava”. (Antonio Massimo Rugolo)

L’incontro, nell’infinito presente

Quello che chiamiamo “Tempo” è, in realtà, l’illusione di uno scorrimento: come in una pellicola, ogni fotogramma ha una vita a sé. E non è la continuazione né l’antecedente.

Ogni “incontro” è costituito, esso stesso, di attimi in cui fare incontrare le nostre reciproche emozioni, aspirazioni, attese, speranze. Sostanzialmente, le nostre rispettive personalità che, di per sé, generano, ogni attimo, una quantità infinita di idee che consentono la percezione della vita.

Occuparsi di noi, coltivandoci come un giardino capace di offrire piante, fiori frutti, pone le basi del principio del “prendersi cura”, attimo dopo attimo.

Come in un Infinito Presente

Incontrare la vita in uno sguardo, in un sorriso, in un abbraccio, ci riporta al momento in cui, nostra madre ci ha aperto le porte del suo mondo che è diventato, un po’ alla volta, il nostro Mondo, fatto di attimi da infilare come le perle di una preziosa collana tenute insieme dall’anello di quell’attesa chiamata “speranza”

In quattro giorni mi regalò una vita intera, un universo. Ricompose i frammenti del mio essere in un tutto. Non ho mai smesso di pensare a lui. Anche se non lo ricordavo consciamente, lo sentivo vicino a me. C’era sempre. . (Francesca Johnson – “I ponti di Madison Cownty”)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.

Un suggerimento: provate a rileggere l’Editoriale con il sottofondo della colonna sonora de “I Ponti di Madison Cownty”. Le emozioni che scaturiranno, coloreranno meglio ogni sensazione.

6 Replies to “Il “Ponte” dell’Amore…”

  1. Nel nostro vocabolario non c’è una parola più abusata di “amore”, di cui ci si serve per designare sentimenti disparati. L’amore può essere filiale, può essere una profonda amicizia… In rarissimi casi può essere rivolto all’intera umanità, ma più spesso è rivolto al duo amoroso e in definitiva a sé stessi. Gli antichi greci avevano almeno sei termini per distinguere i vari tipi di amore (l’amore familiare, ad esempio, era chiamato “storge”). Noi invece ne abbiamo uno solo. E su tutte le connotazioni che presenta tale termine, quella legata alla sessualità e quindi all’egoismo – un egoismo a due – è la predominante.
    Secondo il giornalista Massimo Fini: “L’amore è un disturbo psicosomatico creato dalla Natura per costringere a congiungersi due sessi altrimenti incompatibili.”
    Uno che amò molto fu il romanziere Georges Simenon, che abitualmente aveva in casa due partner femminili, sempre disponibili, e che fuori casa conobbe in senso biblico qualche migliaio di donne, stando almeno a quanto rivelò con disinvoltura al nostro Fellini. Simenon, grande esperto dell’amore, scrisse: “In tutti i miei romanzi credo che non ho mai parlato d’amore altrimenti che come un incidente, ossia una malattia, io credo quasi una malattia vergognosa, in ogni modo qualche cosa che non poteva che diminuire l’uomo togliendoli il controllo su sé stesso.” E ancora: “Considero la passione, come d’altronde gli psichiatri e i medici, come una malattia.”
    Neppure Giuseppe Prezzolini ebbe un’idea molto alta dell’amore. Scrisse: “L’amore fra i sessi è, fra tutte le passioni, la più egoistica, la meno sociale di tutti. Non vi è un ostacolo morale, non vi è ritegno di pudore, non vi è preoccupazione del bene comune, non vi è devozione di patria o interesse di stato che non possa essere sorpassato dalla passione amorosa. Non vi è piccolo mondo più chiuso ed esclusivo di quello di due che si amano.”
    Il sociologo Alberoni: “Nel libro ‘Innamoramento e amore’ ho definito l’innamoramento come lo stato nascente di un movimento collettivo formato da due persone.” Ma – aggiungo io – l’affinità con gli anni diminuisce, e il collettivo si allarga…
    . Un’infinità di abitanti dello Stivale si proclama amante dell’umanità intera, del diverso, dello straniero. Questi italiani, gran moralisti predicatori, sono però in perenne conflitto tra loro; tra vicini di casa, tra condomini, tra parenti, tra avversari di squadra di calcio, di setta, di parrocchia, di campanile, di clan… Sono campioni di odi civili. Ma manifestano a parole un grande amore per il diverso, per lo straniero, per l’umanità intera. Purché questa resti lontana.

  2. Grazie, mi sono commossa e alcuni passi hanno toccato l’anima, altri la ragione. Finché si ha un maestro la vita si affronta con meno solitudine

  3. “disponibilità a “donarsi”, attraverso il riconoscere l’altro come diverso da noi e capace di stimolare, in noi, il bisogno e il piacere di “prendersi cura” come la celebrazione di quell’atto sacro che si ripete ogniqualvolta ci si apre al miracolo della vita”: mi piace molto.
    Complimenti per il bellissimo articolo, ancora più notevole considerato che è scritto da due esseri umani di genere maschile. Di questi tempi non è facile trovarne che riflettano su questi temi…Un abbraccio ad entrambi.

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