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Sanremo s’è concluso tra mille applausi e ricchi premi e cotillons, dunque possiamo ritornare alle nostre incombenze più rilassati e tranquilli. Se non fosse per quei bimbi a piedi nudi nella neve, con quei pochi stracci fradici addosso, i capelli pieni di ghiaccio, gli occhi trafitti dalla sofferenza. Imperterriti corriamo avanti in una sorta di impalpabile tritatutto annichilente, che alimenta un effetto spostamento e soggioga incondizionatamente la coscienza.

Tant’è che rammentiamo bene lo sfarzo sanremese e meno, assai meno, gli ultimi due bambini morti assiderati in uno dei tanti e troppi campi profughi sparsi per questa indecorosa Europa.

Guerre in corso, altre in preparazione a breve, un coacervo di tiratori scelti, dove ognuno mira ad abbattere l’altro, ciascuno indaffarato a celarne momentaneamente l’intrigo da impallinare a tempo debito, una sorta di guerra dove non è lecito fare prigionieri, chi  non spara alla nuca è out rispetto agli obbiettivi da raggiungere a qualunque costo.

In questa perenne battaglia di grandi interessi e guadagni, a fare la differenza c’è la vergogna, che non è una emozione primaria, che esplode istintivamente, essa è una meditata condizione di consapevolezza della perdita di valori, una opprimente precarietà esistenziale.

Vergogna è ciò che dovrebbe assalire tutti gli uomini che permettono uno scempio tanto miserabile e infame, tutti coloro che acconsentono di fare morire bambini che nulla hanno commesso se non rimarcare il diritto di vivere. Vergogna che accompagna quanti non intercedono, non si mettono a mezzo, non fanno niente per difendere dall’oltraggio più infame degli esserini indifesi e innocenti.

Vergogna che dovrebbe mordere quanti inondati di corpicini nudi, privi di vita, vengono messi da parte dal potere del più forte. Vergogna quando siamo investiti dalle miserie umane travestite di buone intenzioni, dalla disumanità delle parole incapaci di nascondere l’umiliazione che infertono.

Bambini al gelo, alla fame, con la paura che scarnifica la pelle, la vergogna è quanto spetta a chi non sente i colpi della propria dignità ridotta a scaracchi. Vergogna in quel carico insopportabile che sta a responsabilità lacerata, che non intende riconoscere il rumore del silenzio imposto, di chi commette le ingiustizie più incoffessabili, impossibili da giustificare perfino per il più “autorevole” degli eserciti dittatoriali, da quelli insorgenti, dagli altri pseudo rivoluzionari. Violenza allo stato puro che non risparmia nessuno, innocenti e colpevoli, le vittime sono quotidiano conto di mano per colorare di altre bugie la carne morta e i silenzi, le urla e i lamenti sono echi  che la televisione non ci rimanda, ci racconta un altro film per distoglierci dal fare i conti con quelle atrocità.

Vincenzo Andraous

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