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Scorro le pagine di un quotidiano con cui ho collaborato, mi imbatto nella risposta di una suora a un mio intervento sul carcere.

Non è d’accordo su quanto poco abbia da fare stare tranquilli questo carcere così com’è, afferma che sono troppo negativo sul dentro e pure sui suoi dintorni. Elenca il grande fare del volontariato, delle associazioni, la scuola, gli incontri, la cultura, la chiesa e tutti gli uomini di buona volontà.  

Se c’è una persona che crede in questi valori, in questa prevenzione preziosa del fare, più che del dire, negli uomini che sanno essere esempi autorevoli da seguire e ascoltare.

Ebbene quella persona sono io, perché da quel buco nero profondo sono stato letteralmente sradicato e riportato in vita proprio da quelle persone che insegnano a credere che Dio c’è anche in una cella, Dio c’è in ogni loro orma e traccia che lasciano al loro passare.

Conosco molto bene il valore della gratitudine e del rispetto ritrovato per me stesso e per gli altri, ciò non toglie che il carcere attuale non è quello del fiore all’occhiello, tanto meno della rieducazione tanto decantata.

Non c’è bisogno di elencare le tante cose belle che il volontariato porta avanti tra mille difficoltà, i tanti percorsi positivi portati a termine e proseguiti fuori dal muro di cinta. Ma altrettanto bene conosco l’ingiustizia, la violenza, l’illegalità, che si alimentano dentro una galera, nonostante quanto appena detto, nonostante quanto non si deve dire, nonostante quanto rimane sotto una coltre di indifferente omertà.

Una violenza che solo poche volte deflagra in superfice, per il resto è diventata composta, silenziosa, riservata nei tanti suicidi che si verificano nell’indifferenza generale. Incredibilmente negli uomini detenuti ancora c’è la spinta per un   nuovo orientamento esistenziale, tanti  uomini nuovi nel vivere civile, non più carnefici di se stessi né degli altri. Ciò accade perché altri uomini e donne, operatori e volontari comprendono il significato vero della pena da scontare, il valore insito della cura e dell’attenzione, dell’accompagnamento.

Dio è morto in una cella, scrivevo negli anni trascorsi, da uomo disperato, e chi è disperato è senza speranza, poi invece dentro quella cella Dio non è morto, è venuto avanti, senza tentennamenti, per un tratto di strada che dura ancora oggi, con il braccio sulla mia spalla, ha il volto della suora, del prete, dell’operatore, del prof, dello scrittore, di tanti uomini che non ci stanno a fare numero, tanto meno acqua calda delle solite parole.

Nonostante tutto questo però non può passare inosservata la drammatica situazione in cui versa il carcere italiano, tanto meno è intelletualmente onesto sbalordire e rimanere di sasso allorchè si verifica lo scoperchiamento di una violenza e di una illegalità non più azzerata di rumore.

Qualcuno ha detto che nessuno si salva da solo, è verissimo, soprattutto dentro un carcere, ma aggiungo che nessuno ha ragione da solo, finchè non ci domandiamo cosa accade dentro una prigione o che non è correttamente applicato. Forse è giunto il momento di chiederci chi entra e cosa esce da una cella, se parliamo di persone oppure di cose, oggetti, numeri. 

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