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Mi sveglio nel cuore della notte, l’alba è ancora lontana. Una stretta avvolge costringendomi ad alzare. Vago. A piedi nudi e nel buio senza voler cercare la luce. Nel silenzio della notte l’assenza di rumori amplifica le mie paure, che si materializzano. Si impossessano del mio corpo sfibrandomi fin dentro l’animo.

Non posso più nascondermi. Devo uscire a testa alta, a viso scoperto e, col cuore in mano, parlare.

Provo a recuperare le mie incertezze, ma avverto una sottile tensione negli sguardi e fra le parole. La sensibilità.

Da me, da lui. Da me e da lui.

Accarezzo con le dita l’acqua in superficie, socchiudendo gli occhi incamerando l’aria sulla pelle. Sorrido, addormentandomi fra gli schiamazzi intorno, eclissandomi all’interno, escludendo tutto il resto.

Nulla mi schioda, niente mi sospinge. Vivo senza voler pensare a quello che succederà subito dopo, ho la possibilità così di godermi l’attimo e guardare tutto attorno.

Fra me, fra lui.

Percepisco quello che non vorrei. È difficile convincersi che non esiste, che non è mai stato, che non c’è.

Libero le parole, inizialmente in libertà, là dove tutto mi è concesso. Poi, attingendo a quella parte dell’anima che si mostra solo a volte, provo a scivolare fra i pensieri nascosti.

Torno indietro in questo primo mattino illuminato da una luce promettente. Sono dura con me stessa, la verità rimane in fondo. Mi convinco che camminare a piedi nudi tutto intorno possa lenire questa sensazione di dolore che mi affligge. I due punti estremi di una linea si congiungono, lasciandomi vedere chiaramente quello che sta nel mezzo.

Dove ho sbagliato?

Ripercorro con la mente chi in me ha lasciato un segno, non profondo ma che avrebbe potuto. E mi fermo a riflettere su quello che non c’è stato. I perchè diventano sempre più ossessivi e sospingono verso l’esaudimento e la sete di risposte.

Riesco a scindere e filtrare tutto quello che è inzuppato di sentimenti e tenerezze dal rigore del ragionamento. È la mia strada in fondo. Non potrebbe essere altrimenti.

Con me, con lui.

Sfiorando con la penna un breve passato, torna a me la piacevole sensazione di essere accompagnata. Anche nelle serate più buie e in quelle da cercare una luce che possa spegnersi, per potere fantasticare sulla quiete del silenzio, dall’alto della città, lasciandosi accarezzare dalla brezza calda della notte che sta per arrivare.

Pochi respiri intorno. Li sento anche se flebili, percepibili a me. Un silenzio cade insieme al calore di questa giornata un po’ a fatica. Sollevo lo sguardo senza alzare il viso e lo lascio proiettare nel verde intenso, penetrare fra le foglie fitte che rivestono questi alberi di montagna. Sono fuori, anche se dentro.

Senza me, senza lui. È mancato ancor prima di esserci.

Tendo la mano a cercare. Un brivido mi pervade, un’emozione intensa sale verso l’alto. Poche parole accennate nell’aria, ci guardiamo dentro gli occhi, una ventata di commozione. Sono contenta. Ho comunicato per come meglio mi riesce. Per come preferisco lasciarmi attraversare e conoscere.

Un momento di grande dolore accompagnato da uno di grande creatività. Viaggiano sempre insieme. Come me e lui.

Mi aggiro attingendo al piacere di immergermi nelle cose che più mi appartengono e lascio un po’ di me in ogni angolo. Quasi non mi riconosco. Non riesco ad esprimere al meglio il mio stato d’animo. Provo, ma immediatamente vengo aggredita dalle paure degli altri. Vorrei solo poter raccontare quello che c’è dentro, senza i consigli, i modi di affrontare. Senza voler trovare a tutti i costi una logica spiegazione ad una manifestazione dell’anima, che si avvicina sempre più ad una splendida ed irrazionale emozione.

La capacità di saper ascoltare. In silenzio, senza interferire.

Me, lui.

Avanzo, cercando di non voltarmi più indietro. È arrivato il momento.

Fernanda (20 luglio 2019)

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