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Caro Dottore, vorrei chiederle alcuni chiarimenti sui concetti di “maturità” e “saggezza”, che, spesso, sono considerati sinonimi. Innanzitutto, secondo il dizionario italiano, il termine maturità connota quel periodo della vita umana compreso fra la giovinezza e la vecchiaia, caratterizzato dal completo sviluppo morfologico dell’organismo e dalla piena efficienza delle facoltà fisiche e intellettuali con particolare accentuazione di una facoltà intellettuale, morale, spirituale, ecc.; Saggezza, invece, significa “capacità di valutare esattamente e di affrontare in modo lucido ed equilibrato eventi e situazioni, di seguire la retta ragione nella condotta di vita e di consigliare secondo un criterio di prudenza, come qualità derivante dall’esperienza passata e dal proprio equilibrio interiore”.

La parola “Maturo” ha una derivazione etimologica complessa ed è riferito a ciò “che è giunto a compimento, nel tempo giusto ed aspetta di essere utilizzato”. La “Saggezza”, invece, si evidenzia in quelle persone che hanno sviluppato la capacità di gustare il vero sapore della vite e, di conseguenza, la sanno apprezzare, valutandola nel suo complesso.

E che differenza c’è?

L’individuo maturo ha consapevolezza delle sue capacità sviluppate e vorrebbe utilizzarle perché glielo impone la dinamica della stessa energia. Si infastidisce molto quando impatta con le limitazioni degli altri ed è costretto a rallentare o a deviare dai suoi intendimenti ritenuti, a ragione, corretti. Il saggio, invece, sa ciò che lo attende in una Società controversa e conflittuale come la nostra e, di conseguenza, calibra nella giusta misura l’impegno da profondere nel raggiungimento dei suoi obiettivi, valutando la possibilità di eventuali ritardi nell’attuazione, non dipendenti dalla propria volontà.

La “maturità” sembrerebbe una condizione legata al completo e pieno sviluppo della persona umana nel suo complesso….ma come va meglio intesa se, in realtà, noi non potremo mai avere uno sviluppo completo delle nostre capacità psichiche, rispetto alle potenzialità che abbiamo? Insomma, a quali condizioni possiamo ritenerci “maturi”?

Quando ci si applica con serietà alle proprie attività, rendendosi conto della validità che il nostro operato rappresenta all’interno della Società in cui ci si trova a vivere;

E poi?

Nel momento che si avverte la convinzione di essere in grado di riflettere adeguatamente nella progettazione dei “piani” necessari all’appagamento delle nostre esigenze di autorealizzazione e autostima.

Cosa caratterizza, invece, la saggezza e come la si dimostra nel contesto esistenziale?

“Pioggia e sole, abbaiano e mordono…”

E che vuol dire?

È l’inizio di una canzone di Francesco de Gregori. In pratica si evidenziano le difficoltà e le aggressioni cui la quotidianità ci sottopone.

E quindi?

Il saggio sa adattarsi nel modo migliore.Qual è la differenza tra maturità e saggezza?

Sia la persona matura che quella saggia ricercano il senso dell’esistenza, si danno da fare per migliorare lo standard qualitativo e si domandano come distinguere il reale dai falsi miti: in parole povere, tendono ad esprimere pienamente se stessi (nel rapporto con la propria identità e nei riguardi del contesto ambientale “ristretto” ed “allargato”), la propria personalità (in maniera proporzionale alle proprie capacità introspettive) ed il proprio ruolo (di partner, genitore, figlio, fratello, soggetto economicamente produttivo, etc.). Il saggio, però, riesce, in virtù della maggiore esperienza di vita (in termini qualitativi, oltre che quantitativi), a manifestare una sorta di plusvalenza nella capacità di integrazione e adattamento. Mi viene in mente il testo di una canzone di Ivano Fossati che, credo, possa rendere bene l’idea: “Mio fratello che guardi il mondo …e il mondo non somiglia a te. Mio fratello che guardi il cielo e il cielo non ti guarda. Sono nato e ho lavorato in ogni paese e ho difeso con fatica la mia dignità Sono nato e sono morto in ogni paese e ho camminato in ogni strada del mondo, che vedi. Se c’è una strada sotto il mare prima o poi ci troverà se non c’è strada dentro al cuore degli altri prima o poi si traccerà. “

“Nei canuti sta la saggezza e nella vita lunga la prudenza” (Giobbe). “Gli occhi dello spirito cominciano ad essere penetranti solo quando quelli del corpo iniziano ad affievolirsi” (Platone). Non si potrebbe essere giovani e saggi? Qual è il rapporto tra maturità e vecchiaia e tra saggezza e vecchiaia?

“I vecchi non diventano saggi, diventano attenti” (Ernest Hemingway). Non sempre c’è un rapporto di equivalenza diretta fra incremento anagrafico e saggezza o maturità: dipende da come si fa lavorare la propria mente, tendendo ad un miglioramento continuo. In termini relativi, possiamo incontrare giovani saggi e anziani poco avveduti ma, non è corretto non prendere in considerazione il fatto che, siccome la mente non invecchia (al contrario del corpo) ma tende ad un’evoluzione di tipo esponenziale, se correttamente allenata, più si procede nel percorso di vita, meglio si dovrebbe diventare. “Nessuno sa abbastanza, ed abbastanza presto” (Ezra Pound).

Quanto è favorito o ostacolato il raggiungimento di maturità e saggezza dai “valori” che caratterizzano la nostra attuale società?

Nel grande teatro esistenziale di questo 21° secolo, caratterizzato da dicotomie tanto evidenti quanto alienanti, in grado di dividere un concetto in due esatti contrari (anima • corpo / legalità • illegalità / povertà • ricchezza / cittadinanza • sudditanza / improvvisazione • preparazione / identità • differenze, etc.), è come se viaggiassimo su un vettore velocissimo: bisogna saperlo guidare, però!

E come si fa?

Diventa necessario imparare a proteggersi dalle frustrazioni quotidiane (imparando ad assorbirle ed a metabolizzarle), operando una gestione corretta del proprio tempo vitale, per far valere i propri diritti e riducendo, comunque i rischi di collisioni interpersonali e approntando l’antiacido giusto per riuscire a digerire i fastidi lavorativi, quelli relativi al “gravame” familiare e tutto ciò che deriva dalla difficoltà di impegnare correttamente il proprio tempo libero.Insomma, chi vive meglio, il maturo o il saggio?

È una domanda apparentemente ingenua ma, in realtà, molto insidiosa.

È vero, complimenti.

La persona matura, infatti, tende ad accelerare la propria attività mettendo tutta la passione possibile, in ciò che fa: un po’ come un aero da combattimento accelera grazie all’innesco dei “post bruciatori”. Il saggio, invece frena gli ardori, per ridurre il rischio di “farsi male”.

E quindi?

Faccia un po’ lei! Posso ricordarle ciò che sosteneva un certo Ralph Waldo Emerson: ” I grandi geni hanno le biografie più brevi”.E lei come si “pone”?

Grazie agli studi che porto avanti e al lavoro che mi “costringe” a riflettere e meditare ad un certo livello, per poter dare delle risposte chiare e reali, sono convinto di aver raggiunto un buon grado di maturità. Devo migliorare sul piano della saggezza, per sviluppare quella pazienza necessaria ad attendere i risultati che ci aspetta. Io mi pongo la stessa domanda di Fëdor Dostoevskij: ” A che serve vivere se non sai perché lo stai facendo?”. Mi creda, a volte è dura ottenere una risposta accettabile. Da questo punto di vista, mia moglie è meglio di me: infatti vive in maniera più “tranquilla”.Un ultima domanda: non è che tendendo a maturare il proprio grado di saggezza, si corre il rischio di inaridirsi dal punto di vista affettivo?

Una simile possibilità esiste solo in apparenza e, comunque, solo nel rapporto con gli altri, riducendo le aspettative su quello che possiamo ottenere dal mondo esterno, per appagare i nostri bisogni. nel rapporto, intimo, con la nostra identità,non si commetterà l’errore di ridurre il valore di ciò che ci circonda e di cui facciamo parte. E che fa parte di noi. Aumenterà la meraviglia nei confronti della Natura e crescerà l’Amore verso di noi, vivendoci come parte (importante) del Creato.

Vorrei accomiatarmi, riportandole quello che ho scritto (e mai consegnato) alla mia compagna, nel momento più difficile della mia esistenza, quando sembrava che tutto dovesse celermente avere termine: Due perle, sul viso, brillanti, come l’intensità delle emozioni mentre mi cerchi con lo sguardo, come l’addio che leggo nel mio pensiero. Finalmente ho capito dove finisce l’orizzonte… dove comincia l’amarezza. Non sentirai il mio lamento. Ti sarò accanto finché potrò ma, con la mia mente, mi recherò dove ha culmine il buio per fare posto al giorno e lì, sommessamente, riascoltando l’eco della tua presenza vivrò, a pieno, il mio dolore.

(19 giugno 2005)

G. M. – Medico Psicoterapeuta



Si ringrazia Erminia Acri per la formulazione delle domande

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