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La nostra legge (art.l77 codice civile), stabilisce che non rientrano nella comunione legale dei beni “i frutti dei beni propri” ed “i proventi dell’attività separata dei coniugi”, limitandosi a regolare la sorte di frutti e proventi al momento dello scioglimento della comunione con la norma secondo cui la parte di essi non consumata ricade nella comunione, senza, però, dire nulla della parte che viene consumata prima dello scioglimento della comunione.

Sul punto la Corte di Cassazione, ha affermato, con la sentenza n. 13441 del 12 settembre 2003, che sono esclusi dalla comunione legale tra i coniugi i proventi dell’attività separata svolta da ciascuno di essi e consumati in epoca precedente allo scioglimento della comunione. Ciò in quanto – secondo la Corte- la normativa vigente in materia di comunione legale non pone nè “limiti” nè “controlli” alla facoltà di “consumazione” dei guadagni individuali dei coniugi, fino alla cessazione del regime della comunione.

Pertanto, anche se i coniugi, al momento delle nozze, hanno scelto la comunione dei beni, nulla impedisce a ciascuno dei due di spendere il proprio denaro come vuole, senza rischio di vedersi condannare alla restituzione al marito/moglie della metà delle somme guadagnate e spese durante il matrimonio, ove dovesse verificarsi di una causa di scioglimento della comunione, come la separazione dei coniugi.

Come ci si può tutelare, allora, nei confronti del consorte dalle mani bucate? Si può chiedere l’anticipata separazione dei beni, prevista per il caso di cattiva gestione di uno dei coniugi nei propri affari o di mala amministrazione dei beni, o, eventualmente, ricorrere ad altri strumenti tutela di carattere generale, oppure invocare il principio di buona fede ed il divieto dell’abuso del diritto.

Bibliografia:

– Manuale di diritto di famiglia, di M. Sesta, Cedam, 6° ed., Padova, 2014

– Diritto di famiglia di Auletta Tommaso, Giappichelli, 2014

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