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Si sta, come d’autunno, sugli alberi, le foglie”. Soldatiè una poesia di Giuseppe Ungaretti scritta, in prima linea al fronte, nel 1918, nel nel bosco di Courton, in Francia. La precarietà della vita dei soldati è come quella delle foglie di autunno: con un filo di vento esse possono staccarsi e scomparire, così come può spezzarsi all’improvviso l’esistenza di ognuno di noi….

Cari lettori, la giornata di ieri è stata ricordata, dai più, come il trentennale della caduta del muro di Berlino. A Cosenza, per una fortuita serie di eventi, i genitori di un cucciolo che, il 2 luglio 2014, per motivi che si sta cercando di capire, ha chiuso il suo libro terreno per andare nel Mondo della Verità, hanno realizzato (appunto il 9 novembre) un eccezionale evento: centinaia di persone che, formando una “cometa” dalla lunghissima coda, hanno illuminato la città, vibrando all’unisono, nel nome, nel ricordo e nell’Amore verso un bimbo presente nelle molecole di ognuno dei partecipanti a questo momento di raccoglimento intenso e malinconicamente gioioso.

Celebrare la libertà dalla solitudine e dalla separazione, ricordando il proprio, amatissimo, figlio.

Migliaia i pensieri. Uno per ogni goccia di “rugiada” sgorgata da fiaccole e candele… milioni di emozioni capaci di intersecarsi dal primo all’ultimo dei “camminanti”.

Cos’è un muro, in fondo, se non la barriera che impedisce la trasmissione di emozioni e sentimenti?

Ora, immaginate, su quel muro, (magari,uno di quelli che separano spazi concentrati di anime sparse, ciascuna intenta a ritrovare il bandolo di una matassa caduta nel tombino di quel “non luogo” che sono diventate le nostre città) un graffito:

C’è differenza, fra l’Inferno e il Paradiso?

Un anziano signore ebbe un giorno la possibilità di domandare a Dio quale differenza ci fosse fra l’Inferno e il Paradiso. Dio lo condusse verso due porte. Oltrepassarono la prima. C’era una grandissima tavola imbandita ma le persone sedute attorno al tavolo erano magre e affamate e maldisposte le une verso le altre. Ciascuno aveva dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle proprie braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’ ma, poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.

“Bene, hai appena visto l’Inferno!”

Oltrepassarono la seconda porta. La scena che l’uomo vide, era identica alla precedente. C’era la grande tavola, i commensali avevano anch’essi i cucchiai dai lunghi manici…Questa volta, però, erano ben nutriti, felici e conversavano tra di loro sorridendo.

“Hai appena visto il Paradiso!”

“Non capisco… la situazione è la stessa, come mai questi ultimi sono felici e in salute?”

“E’ semplice, essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se stessi, ma permette di nutrire il proprio vicino. Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi. In buona sostanza, Inferno e Paradiso sono uguali, nella struttura. La differenza la portiamo dentro di noi, in base a come decidiamo di agire!” (Antica Parabola orientale)

Nel Paradiso immaginato da Eduardo de Filippo, ai bimbi mai nati o a quelli volati via in tenera età, non era stato dato il tempo per avere un bel paio di ali e, così, per alleviare la pena di non potersi librare sui verdi prati dell’immenso, il Padreterno li portava, per mano, a spasso con sé, tutti i giorni, per un tempo infinito.

La nostra passeggiata d’Amore, ieri, ha abbattuto lo steccato della paura, dell’indifferenza del rifiuto di vedere il nostro prossimo come un altro “noi” riflesso nello specchio dell’Anima, riuscendo, finalmente a sorridergli e a sorriderci come ha sempre fatto Giancarlo, nella sua breve, intensa, esistenza su questa Terra…

“Sarà che, forse, siete di un altro lontanissimo pianeta…”

Cari Mimmo e Alessandra, quando ci siamo incontrati, abbiamo messo molto, delle nostre vite, intimamente, l’uno nelle mani dell’altro. Siamo diventati, insieme ai tanti che vi vogliono bene, un “incastro perfetto”, come la spina in una presa di corrente. E, senza ombra di dubbio, ci impegneremo a remare nella stessa direzione… Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se ci si prende cura di una persona, si vince sempre, qualunque sia l’esito della terapia.”

E ce la faremo.

Tutto quello che ci apparterrà, lo emozioneremo per ricordarne i momenti. Per sempre. E sarà bello anche occuparci di noi per curarci le ferite delle battaglie. Perché saremo una squadra. Così non avremo paura di soffrire.

Mai.

Un uomo, che si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita, se ne lamentò con un famoso maestro spirituale.

“Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile”.

Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere, che aveva sul tavolo: “Queste sono le tue sofferenze”.

Tutta l’acqua del bicchiere si intorbidì. Il maestro la buttò via.

A quel punto, prese un’altra manciata di cenere, si affacciò alla finestra e la buttò in mare.

La cenere si disperse in un attimo e il mare rimase pulito, più o meno come prima.

“Vedi?” spiegò il maestro “ogni giorno devi decidere se essere piccolo come un bicchiere d’acqua o grande come il mare”.

Troppi cuori piccoli, troppi animi esitanti, troppe menti ristrette e braccia rattrappite. Una delle mancanze più serie del nostro tempo è il coraggio, il vero coraggio che, di fronte ad ogni problema, fa dire tranquillamente: “Da qualche parte, certamente c’è una soluzione. E, io, la troverò”. (B. Ferrero)

Caro Giancarlo…

Ieri mi hai fatto dono di una targa con cui ringrazi me e tutti coloro i quali mi danno una mano in questa navigazione perigliosa che, spesso è la vita, perchè siamo riusciti a far rivivere il tuo sorriso attraverso la serenità della tua mamma e del tuo papà…

beh, sappi che (e non è cosa facile) sei riuscito a parcheggiarmi le parole nel cuore e lasciarmi muto, sul piano verbale!

Ebbene…

Posso prometterti che, con i tuoi genitori terrò a mente la massima secondo cui, il compito del medico, così come quello dell’amico (se è una brava persona), è quello di prendersi cura per far capire l’importanza di amare la propria vita, stimolando il contagio positivo perchè il senso di stare accanto a chi soffre è quello di combattere fino all’ultimo, per scoprire, insieme, il senso e il gusto di ciò che resta del “giorno”. E quella, miracolosamente, diventa vita “vera”.

Caro Giancarlo…

Ho imparato che, spesso, ci perdiamo perché sentiamo di aver perso il valore dell’appartenenza come sforzo di un civile stare insieme e, allora, finiamo col diventare un insieme casuale di persone che provano ad andare verso se stessi senza, però, riuscire a trovare una vera identità.

Grazie a te ed a i tuoi genitori, ieri abbiamo, finalmente, “sentito” che, in ogni persona può esserci un po’ della nostra vita.

È il senso della vera appartenenza, lo sforzo collettivo per, insieme, ritrovare il valore delle cose. E sentirci, finalmente, vivi.

Cari Giancarlo, Alessandra e Mimmo…


Trovarci, insieme, in quel simbolico momento, ha significato, per ciascuno di noi, idealmente, la possibilità di accompagnare per mano, tutti gli angioletti che ci camminano accanto e non riescono a volare. Come fa Dio, nel Paradiso immaginato da Eduardo de Filippo.

Grazie.

Voglio e debbo ringraziare la squadra di Neverland Scarl, No Profit e ONLUS al completo: “Senza di voi, non avrebbe neanche tanto senso, continuare a combattere!”

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