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Schegge, frammenti, proiettili di una verità che non si conoscerà mai.
Una vita “al buio” – 4° PuntataA volte, uno sguardo, un sorriso, una sola parola… può cambiare una vita. Come a volte, anche un solo gesto, un solo cenno di una persona, ti può ripagare di una vita intera. Fabrizio Poggi Longostrevi, figlio di un magnate della Sanità di una “Milano da bere”, ha pagato l’incolpevole appartenenza ad un sistema, che ha finito col distruggere anche se stesso. Faticosamente, ne è venuto fuori. Anche se porta cicatrici indelebili. Questa è la sua storia che riportiamo, come da sua esplicita richiesta, per far capire che, spesso, sotto i lustrini, c’è tanto (e troppo) buio. …Mio padre era stato arrestato! Per tutto quello che ho detto finora, in quei momenti pensai che la legge non è uguale per tutti! Mi ritrovavo di colpo a non avere più mezza lira in tasca proprio quando per paradosso tutti intorno a me fantasticavano su fantomatiche e faraoniche ricchezze di famiglia nascoste in tropicali paradisi fiscali e sulla valanga di miliardi truffati da mio padre allo Stato grazie ai rimborsi dalle ASL e quindi a esigere per svolgere gli stessi identici servigi di prima compensi doppi o tripli.Mia madre che proviene, per sua fortuna (e anche mia visto che senza il suo aiuto non avrei potuto nemmeno terminare gli studi) da una famiglia benestante (i primi laboratori di analisi mio padre poté alla fine degli anni ’60 avviarli grazie ad un prestito a interesse zero accordatogli da mio nonno materno) recatosi in banca per prelevare dal suo c/c quanto necessario alle esigenze di ordinaria amministrazione della casa si trovò di fronte all’imbarazzo e alla costernazione dell’impiegato dello sportello, che si ritrovò costretto a mostrarle il provvedimento del magistrato che ne disponeva l’assurdo e inspiegabile quanto sconcertante sequestro.Mia madre separata da mio padre dal ’78 con successivo annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota di professione casalinga, che aveva commesso l’unico “torto” di rendermi qualche tempo prima cointestatario del suo conto al solo fine di responsabilizzarmi e rendermi partecipe attraverso il controllo che potevo così esercitare sulle uscite di famiglia all’epoca particolarmente copiose a causa della vita dissennata (per prodigalità) di mia sorella Valeria, tornò a casa quasi piangendo con un’aria distrutta e mortificata: un’umiliazione tanto assurda e ingiustificabile quanto cocente. Fu così che la condussi nel centralissimo studio del giovane avvocato al quale mi rivolsi su consiglio della mia fidanzata dell’epoca (che aveva avuto un breve flirt con il fratello) suscitando l’irata reazione di mio zio (marito della sorella di mia madre) che presto si tradusse in una spregiudicata telefonata d’insulti rivolti al sottoscritto visto che quest’ultimo s’era prodigato per farmi assistere da un suo caro amico e collaboratore.L’avv. S.L. ci accolse con grande gentilezza e con fare molto calmo e persuasivo ci disse di stare tranquilli che come spesso avviene quando ci si trova ad agire in tempi ristrettissimi e sulla scorta dell’ignoranza circa le reali circostanze i magistrati “sparano nel mucchio” e che bastava produrre una copia di tutta la documentazione storica esistente (estratti conto e movimenti) fino a 15 anni indietro che attestava in maniera inequivocabile e oggettiva l’assoluta inesistenza di qualsivoglia collegamento e contatto tra tali fondi e il patrimonio di mio padre, che si sarebbe certamente potuto e dovuto ottenere in tempi brevi il dissequestro, come infatti puntualmente avvenne.E avrei voluto vedere il contrario!Salvo poi dover retribuire l’avvocato che solo per avere incorniciato i documenti forniteci dal nostro istituto di credito con la carta intestata del suo studio e presentato gli stessi in procura può, a suo dire, pretendere anche il 10-15% della giacenza esistente sul conto erroneamente sequestrato: L’avv. S.L. siccome era amico pretese solo il 5%….Poco dopo scoprii che anche il mio C/C personale era stato posto sotto sequestro, perché io pur senza alcuna informazione di garanzia o altra notifica ero indagato per “riciclaggio” (parola molto forte, reboante di cui ignoravo persino il significato e che conoscevo solo per averla sentita uscire pronunciare spesso durante quei telefilm americani di mafia tipo “Miami Vice”) per avere, in tempi assolutamente non sospetti, (quando ancora non avevo motivo di dubitare della liceità delle pratiche di mio padre) aderito al suo invito – ordine di accompagnare un suo conoscente (che forse per avere la mia compagnia si fingeva cerebroleso e analfabeta a Montecarlo ad aprire un c/c depositandovi la colossale cifra di 12000 FF, l’equivalente di 3 600 000 di vecchie lire o se si preferisce di 1200 Euro di oggi.Insomma una roba più che da pazzi tutta da ridere….“leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo- e facendole vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.Non riuscivo in alcun modo a metabolizzare quella nuova dimensione della realtà che mi si presentava da vivere e mi rifugiavo ostinatamente nei ricordi, passavo le mie ore a scrivere appassionate e struggenti lettere e poesie d’amore ( per fortuna mai spedite) a una donna del mio passato che sapevo per certo che non avrei mai più potuto riavere e forse nemmeno rivedere e forse proprio per questo mi era rimasta tanto a lungo come un chiodo conficcato nella mente.Tutto intorno a me era radicalmente cambiato solo io ero rimasto drammaticamente fedele a me stesso.L’arresto di mio padre giunse quando avevo si e no 23 anni, ossia nella delicata e spesso di per sé critica (traumatica?) fase del consolidarsi del passaggio definitivo dall’età dell’adolescenza e della “stupideria” tipica della prima giovinezza all’età adulta in cui bisogna farsi carico di dimostrare una certa dose di maturità e concretezza: io reagivo regredendo…Le novità circa l’inchiesta e la probabilità, peraltro assai remota di rivedere fuori di galera mio padre in tempi brevi (che divenne per me asintotica all’asse delle ascisse ossia allo zero assoluto dopo aver visto bene in faccia “il divino” suo difensore) le apprendevo dalla lettura dei quotidiani nazionali, che trovavo ancora freschi di stampa all’edicola notturna a due passi da casa: scendevo a prenderli tutte le sere verso le 24 e non mancavano mai di stupirmi contenendo, alla faccia del tanto sbandierato e (teoricamente) impermeabile riservo dovuto al cosiddetto “segreto istruttorio” stralci se non interi brani tratti da intercettazioni telefoniche, ambientali e da ordinanze fresche di poche ore e vari atti giudiziari, interviste a persone a vario titolo e grado coinvolte nella vicenda, pareri di “integerrimi” opinionisti e di brillanti commentatori, oltre che panzane clamorose (come quella delle mazzette con giro d’affari da 1000 miliardi, cifra che non poteva non destare fragorosa ilarità in qualsiasi persona dotata di un minimo di senno e buon senso), che davano la misura della scarsa attendibilità e della veridicità delle fonti di tali autorevoli organi d’informazione).Nel delirio di quei giorni, ricordo che mi sentivo capito e appropriato solo ascoltando a tutto volume in macchina o in cuffia la musica di Vasco, Hendrix, e Doors: era appena uscito del Blasco l’album “Rock 97” del quale in una successione a climax che mi mandava a dir poco in stato di “trance”( chi ama la musica di Vasco e conosce quel disco può agevolmente capire il perché…), sola fuga possibile di fronte alla nuova realtà che stavo vivendo e che mi pesava sullo stomaco e sul cervello come un macigno) ascoltavo ossessivamente, in continuazione, gli ultimi tre brani di quell’album “dimentichiamoci questa città”, “sballi ravvicinati del terzo tipo” e “alibi”, vecchi pezzi riproposti in tale lavoro con nuovi arrangiamenti in versione hard rock : avevano nella perfetta sequenza in cui si presentavano che privava di qualsiasi soluzione di continuità l’ascoltatore un potere evocativo, detonante e suggestivo immenso. Sulla segreteria telefonica di mia sorella arrivavano intanto i primi messaggi anonimi contenti insulti e minacce di morte con accento marcatamente meridionale, forse siciliano.Schegge, frammenti, proiettili di una verità che non si conoscerà mai che si conficcavano come artigli con una forza tanto cruenta quanto inaudita nella carne tenera come il burro della mia psiche.Intanto eravamo, almeno stando a quanto ci veniva detto dai nostri stessi avvocati (e a giudicare dai personaggi con facce stile “Mary per sempre” che stazionavano spesso intorno alle nostre abitazioni) seguiti, intercettati, spiati finanche al gabinetto…
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