Posted on

Un viaggio “on the road”, incubi, ossessioni, storie. Quelli che costituiscono le storie di metà?


Lo so che ci sono belle storie. E che sarebbe possibile raccontarle, ma in compenso so anche che ci sono brutte storie che molti non avrebbero voglia di stare ad ascoltare, in mezzo all’ottimo ed al pessimo ci sono storie per così dire di metà, che si collocano fra il bene ed il male e sono la maggior parte delle storie. Ne conosco parecchie, un po’ per il mestiere che faccio, un po’ perché quando il mio cervello non è attraversato da fitte lancinanti, saette avvelenate scagliate da una mano nemica dal tempo e dallo spazio, una miriade di personaggi vi entrano e passeggiano assiduamente per le stanze vuote della mia mente, parlando di sé stessi e delle loro esperienze, colorendole di aneddoti più o meno credibili e di annotazioni di percorso. Le vite di questi soggetti s’intersecano ed essi danno il la a vere e proprie rappresentazioni esistenziali che poi cominciano a fare parte del mio presente. Li ascolto mentre esco di casa e mi dirigo a fari spenti verso quello che chiamo il mio rifugio. È un luogo isolato in aperta campagna. Un piccolo appezzamento di terra, dieci metri per cinque che ho ereditato da mio nonno e che ho provveduto a recintare. Non amo coltivare nulla in questo luogo se non forse la mia sottile follia. Ho messo dei paletti per delimitarlo, ho aggiunto un cancello, entro e chiudo e mi sdraio sulla nuda, dura terra perché ad essa appartengo e mi sento appagato quando con le mani dietro la nuca sosto ore ed ore a contemplare il cielo. Ed essi, gli abitatori occasionali della mia mente, continuano a dedicarmi il loro tempo narrandomi le loro avventure, le loro personali vicissitudini intingendole con accanimento nell’amore, nel veleno e nel sangue. Non pongo loro mai domande, anche perché sono convinto che non mi risponderebbero, essi hanno il compito di informarmi non di chiarire i miei dubbi. A volte riesco ad immagazzinare tutti i loro discorsi ed a trasferirli su pagine e pagine di diario, altre volte invece mi faccio scivolare le loro parole dentro, servono per rafforzarmi contro le intemperie dell’esistenza, nei giorni lunghi e freddi del dolore e della solitudine. A volte mi aggrappo alle loro storie come se fossero le mie, sublimate, e me le ripeto nei momenti di puro sconforto e in generale sempre affinché mi custodiscano dalle tentazioni delle speranze senza alcun fondamento. A volte le scaccio via perché la negatività che scaturisce da esse ha il potere di rendermi malinconico per anni ed anni, non sempre vi riesco tuttavia e quando i miei tentativi cadono nel nulla più assoluto, odio ogni cosa della vita e vago per quel piccolo appezzamento con le mani strette sulle tempie come se in questo modo potessi soffocare il loro querulo imprecare e lamentarsi. Il mio rifugio in questi frangenti non può niente contro di essi, e né tantomeno potrei fare qualcosa contro di loro scaricandoli su fogli bianchi. Anzi li nutrirei maggiormente di nerbo e di aggressività aumentando il loro potere peraltro già immenso nei miei confronti. In questi casi sono vulnerabile, scontroso, irritabile ed il mio lavoro risulta macchiato dal mio stato d’ansia e di debolezza. Non mangio, non dormo ed in generale il mio corpo diventa preda dell’astenia, il mio fisico s’indebolisce, il morale muta continuamente ed anche i miei più stretti amici e collaboratori si tengono lontano dalle mie sembianze.

Anche io, se potessi, vorrei stare lontano da me. Ma non ci riesco, né tantomeno le tecniche yoga riescono a darmi qualche consolazione. Gli occupatori del mio cervello continuano nel loro logorio, sciorinando senza requie le loro pene e le loro frustrazioni ed io tento di incassare colpo su colpo cercando di farmi il minor male possibile. Prendo la mia autovettura e conduco la sua e la mia carcassa per itinerari improvvisati senza una meta precisa, badando solamente a tenere la destra, a non correre troppo e provando con tutto l’impegno possibile a considerare meno che posso il tambureggiare dei miei nemici all’interno della mia cervice. Mi fermo di tanto in tanto in qualche motel lungo la strada, non per mangiare, né per dormire, ma soltanto per farmi una doccia, pregando il padreterno di aiutarmi ad allontanare le voci che mi torturano instancabilmente. Sotto la doccia provo anche a cantare ma dalla mia gola escono soltanto suoni gutturali e lugubri e rinuncio subito ai miei propositi. Quando esco dalle stanze che occupo gli oggetti che subiscono maggiormente la mia furia sono gli specchi, ne rompo tanti e spesso me li fanno pagare. Insieme agli specchi ferisco sovente le nocche delle mani ed a volte non provvedo nemmeno a medicarmele talmente sono assorbito dalla mia ira devastatrice.

Tempo fa, ero in piena crisi, perché un uomo sulla trentina alto quasi quanto me, con un paio di stivaletti da cowboy ed un mantello nero, mi raccontava che aveva ucciso sette donne, per il semplice motivo che l’avevano rifiutato sessualmente. Il tizio in questione che non faceva altro che tirare calci e pugni in ogni punto si trovasse, non era assolutamente pentito di quello che aveva commesso, l’unica cosa che gli rodeva era il fatto che quelle donne lo avevano rifiutato, come avevano potuto? Mi avvertiva che non si sarebbe fermato al numero sette, se avesse avuto altri dinieghi, ma sarebbe andato avanti. E’ vero, era sposato, è vero, aveva anche alcune figliole, ma non poteva sopportare che un altro essere umano gli opponesse resistenza, semplicemente non lo riteneva concepibile. Non era possibile. Avrei voluto chiedergli di tacere, talmente i suoi ragionamenti erano inconcludenti e distorti, ma sapevo che non avrei potuto fermarlo neanche se fossi riuscito ad entrare nella mia testa con un fucile a canne mozze e l’avessi bucherellato per bene.

Passeggiava nel mio cranio senza sosta e continuava ad urlare il suo cieco, bieco, furore.

Avevo preso la mia auto e attraversavo paesaggi su paesaggi percorrendo le strade del mio immenso paese imponendomi di restare il più calmo possibile. Ad un incrocio una ragazza, alta, carina, col viso abbronzato mi chiese un passaggio. Avrei dovuto tirare diritto, viste le condizioni in cui ero, ma pensai per un breve istante che forse la compagnia di quella fanciulla avrebbe potuto distrarmi dalla tiritera asfissiante che si svolgeva nelle cupe pareti del mio cervello. Perciò accostai e risposi sorridendo alla sua richiesta di aiuto.

Devo andare a Paradise – mi disse – può darmi uno strappo?

Annuii, benché avessi perso completamente la cognizione delle coordinate spazio temporali, se mi diceva che da quelle parti c’era la città di Paradise, perché non avrei dovuto crederle?

Mi chiamo Arianna – mi confidò appena si accomodò sul sedile anteriore accanto al mio – vado a trovare un’amica che non vedo da vent’anni.

Un’amica d’infanzia? – chiesi lottando per non dar retta al mio ospite fastidioso.

Si, una cara amica. Sta attraversando un momento difficile. Ed allora vado là per cercare di alleviare le sue sofferenze.

E’ un gesto nobile – dichiarai.

No – mi corresse lei – è un gesto naturale, fra amici.

Aveva una voce molto fresca ed i suoi occhi azzurri emanavano lampi di allegria.

Innestai la marcia e la macchina partì con un sobbalzo impressionante.

Arriveremo sani e salvi? – domandò scherzosamente lei.

Salvi si, sani non potrei giurarci – risposi tentando di adeguarmi al suo humour.

La testa però mi faceva male e perciò estrassi delle pillole dalla tasca e ne inghiottii un paio.

Ha una faccia scura – m’informò Arianna – si sente poco bene?

Sorrisi.

Eufemisticamente si può dire così – affermai.

Mi spiace, posso fare qualcosa?

Si, tacere. Taccia il più a lungo possibile. Se resterà zitta per il resto del tempo che ci divide da Paradise, credo che mi sentirò molto meglio.

La mia risposta era stata maleducata ed insolente e me ne rendevo conto. Sapevo tuttavia che le mie mani tremavano sul volante, che il mio tic all’occhio destro era aumentato e che non sarebbe bastato un esercito di calmanti per rendermi più socievole. Conoscevo la mia indole in quei momenti e sapevo che la ragazza rischiava parecchio. Però se avesse seguito i miei consigli poteva darsi che si sarebbe tenuta fuori dai guai. Certo la cosa migliore sarebbe stata non farla salire a bordo, ma l’avevo fatta salire per tentare di contrastare i monologhi deliranti del mio personaggio ed ora che mi ero reso conto che la sua presenza non riusciva minimamente a scalfirli, la mettevo in guardia sul mio eventuale comportamento. Avrei potuto chiederle di scendere, ma non lo avevo fatto un po’ perché mi dispiaceva scaricarla ed un po’ perché una parte di me sperava che piano piano la sua presenza avrebbe potuto alleviare le mie sofferenze.

Lei, comunque, non se la prese a male per la violenza delle mie parole. Girò il suo dolce ovale verso la strada che percorrevamo e rimase in silenzio, colpendomi favorevolmente.

Intanto continuavo ad accelerare. Di tanto in tanto lanciavo un’occhiata alla mia ospite che si era chiuso in un mutismo encomiabile.

Mentre il mio visitatore continuava ad elencarmi i suoi stupidi teoremi, decisi improvvisamente di rallentare e di accostare. Sentivo il sangue pulsarmi alle tempie in modo parossistico. La vista mi si era annebbiata ed avevo il cuore in gola, letteralmente.

Quando accostai al ciglio della strada posai la testa sul volante e schiacciai involontariamente il clacson che suonò acutamente in quell’aria così pregnante di silenzio.

Arianna mi poggiò delicatamente la sua mano sulla nuca. Sollevò la mia testa ed il clacson si azzittì.

Poi prese dalla sua borsetta una bottiglia d’acqua, la versò su un fazzoletto bianco di cotone con incise le iniziali A.Z. e pose il panno umido sulla mia fronte, accarezzando le mie guance ispide con il dorso della sua mano sinistra.

Quindi mi offrì un po’ del contenuto della bottiglia.

Rifiutai con un cenno della mano, ma lei, con dolcezza, insistette.

Allora guardai il suo viso. La soavità che vi scorsi per un attimo, un breve istante, dissipò le chiacchiere prive di significato che quel cowboy da strapazzo faceva esplodere come mine nella mia testa. Però un attimo dopo ritornarono con prepotenza ancora maggiore.

Le ho detto che non voglio bere – dissi cercando di controllare il tono della mia voce che comunque risultò molto alto e violento.

Annuì. Ma non smise di porgermi la bottiglia.

Ho fatto male a prenderla a bordo – dissi mentre la mia testa stava scoppiando per via di quel farabutto farneticante.

Ha fatto bene invece. Se scendiamo qui, c’è un piccolo laghetto. Sono le tre del pomeriggio e fa molto caldo e lei chissà da quanto tempo sta guidando. Credo sia esausto. Un bagno le farebbe senz’altro bene. E comunque credo che non le farebbe male.

C’è un lago? E lei come lo sa?

Perché conosco questa zona.

La conosce?

Si, non è la prima volta che passo da queste parti. Ci venivo col mio ragazzo tempo fa. Ed andavamo a farci il bagno proprio in quel laghetto.

Ed adesso il suo ragazzo dov’è? – domandai cercando di concentrare la mia attenzione su di lei e provando a non dar retta a quell’altro.

Lei alzò semplicemente le spalle. Evidentemente non le andava di parlarne.

Ma io insistetti.

Vi siete lasciati? È andata così?

Sorrise. Annuì, poi aggiunse.

Diciamo che è andata così.

So che sono fatti tuoi – dissi passando improvvisamente dal lei al tu – ma voglio sapere cosa è successo fra di voi. E vedi di dirmi la verità.

Anche lei decise di fare altrettanto.

Perché ti interessa tanto?

Perché sto combattendo un demonio e l’unico sistema che possiedo per vincere la mia battaglia contro di lui è quello di schiacciarlo con la realtà.

La mia spiegazione probabilmente non la comprese affatto. Vidi il suo viso atteggiarsi ad un punto interrogativo immenso. Tuttavia, dopo essersi morsa un paio di volte il labbro inferiore, si decise a rispondermi.

Il mio ragazzo ed io abbiamo vissuto insieme per dieci anni. Entrambi siamo stati abbandonati dai nostri genitori. Ci siamo conosciuti per caso e subito abbiamo capito che eravamo nati per donarci completamente a noi stessi. Lui ha sempre suonato la chitarra in una band. Musica folk, soprattutto. Io lavoravo come cameriera in uno dei locali in cui lui si esibiva. C’incontrammo così. E quando ci raccontammo delle nostre rispettive infanzie, le trovammo molto simili. Non ci costò fatica innamorarci, né paura, né niente. Rimanemmo insieme dieci anni. Poi lui preferì il successo, la musica e la sua band. Penso di non avere tralasciato niente. In sintesi è andata così.

E poi? – domandai, il cowboy continuava ad alzare la voce, ma, seppure a stento, riuscivo lentamente ad ignorarlo.

Poi, cosa?

Tu non hai cercato di fargli cambiare idea? Non gli sei andata dietro? Non hai…

No, gli ho fatto fare la sua scelta. L’ho accettata ed amen.

Non ci credo – dissi, ma in realtà non era vero, volevo solo che continuasse a parlare ancora, adesso che stavo quasi per farcela.

Non è un mio problema. Io l’ho amato per davvero. E quando si ama una persona non la si può chiudere fra quattro mura. Altrimenti la uccidi. Lui non mi amava più e questo era un fatto.

E tu?

Io continuavo ad amarlo. Ma per essere felici bisogna farlo in due, altrimenti la vita diventa un inferno.

La vita è sempre un inferno – commentai.

Parlami di questo tuo demonio – cambiò discorso lei.

Risi. Esplosi in una risata agghiacciante, da brividi.

È molto meglio che tu non lo conosca. Credimi. È un assassino.

Chi ha ucciso?

Sette donne – risposi cercando di comunicarle la mia ansia, di attaccargliela poco cristianamente, in modo che, così, io me ne liberassi – e solo perché l’avevano rifiutato.

Continua – disse lei.

Lui è sposato, ha figlie, ma va con altre donne e quando qualcuna di queste sventurate gli dice di no, lui le uccide. Non sopporta di essere rifiutato.

Ed adesso dov’è?

Indicai la mia testa.

E’ qui. Mi sta spappolando il cervello. Non fa altro che martellarmi la sua versione dei fatti.

Quindi non esiste in realtà – constatò.

In effetti è più reale di te. Lo vedo, mi parla. E non c’è verso di mandarlo via.

Bevi un po’ d’acqua – propose lei – secondo me, stai già un po’ meglio.

In effetti era vero. La testa mi doleva di meno e le pulsazioni erano leggermente diminuite. Alla fine bevvi un sorso da quella maledetta bottiglia.

Andiamo a farci il bagno – propose nuovamente.

Perché?

Magari potrai annegare questo demonio.

L’idea non mi dispiaceva. Mi convinsi che aveva ragione. Scendemmo dalla macchina. Lei mi precedeva di qualche metro. Mi condusse per un sentiero pietroso ai lati del quale si estendeva una rada vegetazione. Scorsi il lago un paio di chilometri più a sud da dove avevamo lasciato la macchina. In prossimità di quest’ultimo, gli alberi erano più vicini fra loro. Il sole filtrava fra le loro fronde. Le acque erano placide. In verità non era un bacino molto ampio né tantomeno profondo però era limpido ed era dannatamente invitante. Arianna fu la prima a liberarsi dai vestiti e si tuffò senza esitazioni. La vidi riemergere dopo alcuni secondi sorridente. Mi accinsi ad imitarla e mi gettai anche io. Era gelido, così dovetti nuotare come un forsennato per riscaldarmi un po’.

È un po’ freddo – disse Arianna – ma fra poco ti passerà. È speciale.

Mi sforzai di crederle. Ma aveva detto la verità. Dopo alcuni minuti mi sentivo bene. Ed il cowboy ogni volta che cercava di dire qualcosa sputava sangue ed acqua insieme. Dopo qualche ulteriore tentativo mi mandò al diavolo ed uscì finalmente dalla mia testa.

Arianna si avvicinò. Mi mise entrambi le mani sulle spalle.

È sparito vero?

Si – ammisi – è andato via. Credo che mi tocchi farti delle scuse e anche ringraziarti.

Sorrise.

Sto aspettando – disse.

Faccio lo scrittore – confessai.

L’avevo immaginato – confidò.

Nella mia testa c’è un continuo andirivieni. A volte ci sono incubi senza fine.

E non ci sono mai splendidi sogni? – domandò Arianna.

Raramente – ammisi – molto raramente.

Le parlai del mio lavoro, delle mie storie, del rifugio, della mia vita.

Mi ascoltò con attenzione mentre nuotavamo nelle placide acque del lago. Una nuova inusuale serenità s’insinuava nel mio intimo e più discorrevamo più il sangue si sveleniva da tutte le tossine cerebrali.

Quando uscimmo il sole era ancora caldo. Facemmo l’amore.

Un’ora dopo avevamo ripreso il viaggio ed eravamo in prossimità di Paradise.

Cosa farai ora? – mi chiese Arianna.

Non lo so. Credo che tornerò indietro. Sono attaccato alle mie abitudini. Vorrei però non perdere i contatti con te.

Per qualche tempo resterò con la mia amica a Paradise. Dammi il tuo indirizzo, ti scriverò.

Dammi il tuo. Può darsi che verrò a trovarti dalla tua amica.

Ci sto – disse lei.

Ci scambiammo le eventuali destinazioni.

Bene, io scendo – disse Arianna – il resto della strada voglio percorrerlo a piedi.

Io vado ancora avanti – dissi – credo che quando deciderò di tornare indietro, farò un salto da te.

Ti aspetto. Cerca di non farti possedere da loro, devi essere tu a manovrarli, non il contrario.

Si, dovrebbe essere così, ma a volte la linea che separa autore da attore è molto sottile e non è facile distinguere fra le due figure.

Storie – disse Arianna muovendo la mano come se dovesse scacciare una mosca. E lo sai benissimo. Promettimi che non farai sciocchezze.

Non posso giurartelo.

Sorrise ed i suoi occhi s’illuminarono procurandomi un piacere incommensurabile.

Arrivederci – disse Arianna.

Poggiai l’indice e il medio alla fronte e risposi al saluto.

Innestai la prima e l’auto schizzò in avanti. Quando guardai dallo specchietto retrovisore Arianna era già scomparsa.

Lo so che ci sono buone storie che chiunque apprezzerebbe stare a sentire e so anche che ci sono storie brutte che pur tappandoci le orecchie con entrambe le mani siamo costretti comunque ad ascoltare. Ma so anche che esistono delle storie di metà che si collocano in una zona fra l’ottimo ed il pessimo e sono storie quotidiane di cui la vita è piena. Faccio ancora lo scrittore e vado sempre al mio rifugio per sdraiarmi sulla terra e guardare il cielo. Però ora quando torno a casa c’è una donna ad aspettarmi, ha un sorriso luminoso capace di rapirti al mondo ed ai suoi incubi. E quando lo fa non chiede nulla in cambio se non l’attenzione per il suo respiro, per i suoi sogni, per i suoi sentieri. E se collocassi Arianna fra le mie storie di metà potrei essere modesto, ma sicuramente poco sincero. La sua presenza nella mia mente e nel mio cuore è continua, ma lei è concreta e mi racconta storie che da solo, con la mia stoltezza, non saprei assolutamente scrivere.

Print Friendly, PDF & Email