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Ma è proprio vero che se ne sa così poco? Venite a dare un’occhiata!


A spasso verso un futuro migliore!

Gentile Dottore, in una trasmissione televisiva nazionale ho sentito parlare di una malattia definita come ‘stanchezza cronica’. Sono rimasta un po’ allarmata e un po’ perplessa perché si è precisato che non si tratta di depressione né di stanchezza derivante da cause organiche, o da stress o superlavoro (in questi casi si risolverebbe con adeguato riposo) ma di un disturbo prolungato, (per mesi o anni) e debilitante, con sintomi non specifici, quali cefalea, mal di gola ricorrente, dolori muscolari e alle ossa, disturbi del sonno, perdita di memoria.

Pertanto, trattandosi di una malattia poco conosciuta, non vi sarebbe neppure una terapia adeguata. Mi potrebbe fornire chiarimenti in proposito?

Grazie. Cordiali Saluti.

Lettera firmata

Nel dicembre 1994, un gruppo internazionale di studio sulla Sindrome da Stanchezza Cronica, costituito dai Centers for Disease Control (CDC) di Atlanta – USA, tra i quali il Prof. Umberto Tirelli (unico rappresentante dell’Italia), ha pubblicato sugli Annals of Internal Medicine (15 Dicembre 1994, Fukuda et al.), una nuovo modo di pensare e concepire la sindrome da stanchezza cronica o CFS (Chronic Fatigue Syndrome).

Per intanto, si può parlare di CFS alle seguenti condizioni:

  • una fatica cronica persistente per almeno 6 mesi che non è alleviata da riposo, che si esacerba con piccoli sforzi e che provoca una sostanziale riduzione dei livelli precedenti delle attività occupazionali, sociali o personali;
  • disturbi della memoria e della concentrazione tali da ridurre i precedenti livelli di attività occupazionale e personale;
  • faringite;
  • dolori delle ghiandole linfonodali cervicali e ascellari;
  • dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazioni o rigonfiamento delle stesse;
  • cefalea di tipo diverso da quella presente eventualmente in passato;
  • sonno non ristoratore.

Vi sono, inoltre, numerosi altri sintomi tipici della CFS come irritabilità, depressione, febbre, disturbi della vista, sintomi che variano a seconda dell’individuo.

La complessità della sindrome da stanchezza cronica e l’esistenza di diversi ostacoli alla sua comprensione rendono necessario un approccio integrato per lo studio di questa patologia e di patologie similari. Il concetto di fatica è di per sé non chiaro, e sviluppare una definizione operativa di fatica è stato un problema per gli autori. Comunque nella concezione degli autori, il sintomo fatica si riferisce a una spossatezza molto grave, sia mentale che fisica, che si determina anche con uno sforzo fisico minimo, oltre ché ovviamente, per definizione, non dovuta ad una malattia nota, e che differisce dalla sonnolenza e dalla mancanza di motivazione.

La CFS è stata riportata in tutto il mondo, compresa l’Europa, l’Australia, la Nuova Zelanda ed il Canada, l’Islanda, il Giappone, la Russia ed il Sudafrica.

Cause, incidenza, e fattori di rischio

La causa esatta della sindrome da stanchezza cronica, attualmente, è sconosciuta. Si ritiene che alla base vi possa essere una risposta anomala del sistema immunitario ad una infezione o ad una intossicazione chimica o alimentare. Alcuni ricercatori sospettano che sia causata da un virus, tuttavia, nessuna causa virale è stata identificata. Ovviamente, si valutano anche compartecipazioni genetiche.

La C.F.S. si presenta il più comunemente in giovani e donne intorno ai 35 – 40 anni ed è praticamente assente negli anziani (oltre i 65-70 anni). Si rilevano alcuni rari casi nell’età pediatrica. Nessun dato indica che la CFS possa contagiosa o che le persone debbano essere isolate.

Diagnosi ed Esami

La presenza di una fatica cronica prolungata richiede una valutazione clinica. Una diagnosi di CFS da parte del medico richiede una prolungata fatica cronica con i sintomi sopra descritti assenza di altre malattie E’ quindi necessario escludere altre possibili cause per presupporre una diagnosi di fatica cronica, come per esempio:

  • Apnea notturna;
  • Narcolessia;
  • Disturbi endocrini (a carico, prevalentemente, della tiroide e delle ghiandole surrenali);
  • Epatiti non risolte;
  • Abuso di alcool, droghe o altre sostanze;
  • Obesità severa;
  • Disordini immunitari;
  • Problemi cardiocircolatori e respiratori;
  • Diabete non compensato;
  • Etc.

Non esistono esami specifici per confermare la diagnosi di CFS, ma sono usualmente effettuati per escludere altre possibili cause.

A questo punto, alcune considerazioni importanti.

Stiamo parlando di problemi che manifestano sintomi precisi anche se molto vari e soggettivi. Ogni studente universitario, che sia arrivato al secondo anno del corso di laurea di Medicina e Chirurgia dovrebbe avere acquisito conoscenze a sufficienza per sapere che ogni organo contribuisce alla realizzazione di una sinergia operativa che consente la vita, in ogni essere umano e che la Psiconeuroendocrinoimmunlogia studia da tantissimi anni.

Cosa si intende sostenere?

Ognuno di noi possiede un sistema nervoso (capace di pensare e trasmettere i contenuti bioelettrici delle emozioni, tramite ipotalamo, ipofisi e sistema neurovegetativo), un apparato endocrino (che stimolato dal cervello, secerne ormoni che attivano ghiandole che consentono l’esplicarsi la manifestazione corretta di ogni addentellato biologico e che condizionano anche il funzionamento del sistema nervoso) e un sistema immunitario (la cui funzionalità viene modulata dal sistema nervoso e da quello endocrino che condiziona, a sua volta, mediante il rilascio di neuromodulatori).

Ogni volta che qualcosa perturba in maniera continuativa e non compensata adeguatamente, il dialogo (che gli esperti chiamano “grande connessione”) fra i tre grossi apparati summenzionati, la qualità e l’efficienza dei risultati si appalesa in ogni manifestazione psicobiorganica.

Quante volte abbiamo sentito parlare di stress? Come potremmo definirlo, al di là delle tante (e inutili) speculazioni che se ne fanno, quotidianamente?

Per quanto si voglia arzigogolare introno all’argomento, lo stress è “semplicemente” un’accelerazione metabolica psicofisica, con reazione emozionale intensa, che superi lo stato di fisiologica “tensione”.

Quando si manifesta lo Stress?

Ogni volta che ci si debba adeguare a variazioni considerevoli del mondo esterno (ambientali, sociali, lavorative, familiari, etc.) o del mondo interno (fluttuazioni del tono dell’umore, oscillazione del bioritmo funzionale di organi ed apparati), generando conflitti interiori.

Il ponte di collegamento prioritario fra il mondo delle emozioni (di pertinenza psichica) e quello metabolico -organico (a carico dei vari apparati) lo possiamo trovare, come più volte accennato, nell’ipotalamo, nell’ipofisi e nel sistema neurovegetativo.

H. Selye ha distinto tre fasi nell’instaurarsi del meccanismo di Stress

    1. Allarme: la mente, dopo aver stabilito le strategie opportune per affrontare l’evento nuovo invia, tramite il sistema nervoso centrale e periferico, messaggi al sistema nervoso vegetativo e, direttamente, all’apparato endocrino, coinvolgendo il sistema immunitario. Si ottiene in tal modo, la massima attivazione di tutti i sistemi.

    1. Resistenza: la fase precedente, accelerando il metabolismo globale, aumenta la quota di prodotti di rifiuto da smaltire, crea i presupposti per la produzione di “radicali liberi” e pone le basi per focolai di infiammazione diffusi. Diventa necessario aumentare la produzione di ormoni antiinfiammatori e meccanismi antiossidanti per resistere nel tempo, al superlavoro.

  1. Esaurimento: si determina dopo ogni lungo periodo di attivazione stressogena, per depauperamento delle riserve globali e per intossicazione metabolica; si instaura, ovviamente un quadro di drastica riduzione della capacità di adattamento per riduzione critica delle risorse.

DANNI DA STRESS

DETTAGLIO (SEMPLICATO E RIDOTTO) DI ORGANI ED APPARATI COINVOLTI IN CASO DI LOGORIO DA “DISTRESS”

A) Apparato cardiovascolare

  • Riduzione della circolazione coronarica:


– oppressione toracica

– angina pectoris

– infarto del miocardio

  • Staratura del sistema di controllo pressorio:


– aumento o brusca riduzione della Pressione Arteriosa ( a seconda di molteplici variabili)

  • Alterazione dei meccanismi di regolazione cardiaca:


– aumento del lavoro cardiaco

– innalzamento della frequenza cardiaca

– maggiore gittata cardiaca

– incremento della forza di contrazione

  • Modificazione della composizione chimico – fisica del sangue:


– aumento della velocità di coagulazione

– possibile innalzamento di frazioni del tasso anticorpale: allergie (IgE)

– variazioni dell’acidità del sangue

  • Modificazione della microcircolazione con danneggiamento della parte vasale (ictus)

B) Apparato endocrino

Influenza negativa sulla funzionalità di:

  • Tiroide


– ripercussioni negative su tutto l’organismo

  • Paratiroidi


– alterato metabolismo del calcio

  • Pancreas (endocrino)


– alterato il rapporto insulina/glucagone con variazione della glicemia

  • Surrene


– aldosterone (perdita eccessiva o ritenzione di liquidi), adrenalina (aumento del lavoro dell’organismo fino al 100% rispetto alla norma; stanchezza / astenia) e incremento della produzione di idrocortisone.

Tutto ciò ha come conseguenza: aumento della produzione di proteine intraepatiche con superlavoro epatico, riduzione delle riserve proteiche extraepatiche con riduzione della massa muscolare; aumento della glicemia e rischio di diabete surrenalico; smantellamento del tessuto adiposo con immissione di acidi grassi liberi nel sangue; diminuzione delle difese immunitarie.

  • Gonadi (testicoli e ovaie)

C) Apparato digerente

  • Aumento della secrezione di acidi gastrici (possibile gastrite ed ulcera)

  • Contrazione della muscolatura gastrica involontaria (crampi addominali)

  • Aumento della peristalsi intestinale (gonfiore, coliche, colon irritabile)

  • Aumento del lavoro epatico/pancreatico

I) Disordini dell’alimentazione

  • Anoressia primaria (tipica)

  • Obesità

D) Apparato locomotore

  • Possibili modificazioni della struttura ossea per alterato metabolismo del calcio

  • Patologie autoimmuni che aggrediscono ossa ed articolazioni per esaltata risposta immunitaria: malattia reumatica, artrite reumatoide, etc. (vedi app. cardiovascolare)

  • Aumento del lavoro muscolare anche a riposo sotto forma di microcontrazioni che determina “intossicazione” del muscolo (crampi anche a riposo e dolori muscolari)

E) Apparato urinario

  • Aumento della produzione di urina per superattività renale da aldosterone: bisogno frequente di urinare (vedi app. endocrino “surrene”)

  • Alterato svuotamento vescicale: “minzione” difficile e dolorosa

  • Etc.

F) Apparato respiratorio

  • Cattiva ossigenazione per “respirazione ansiosa”, superficiale

  • Asma bronchiale di natura allergica: fame d’aria

  • Etc.

G) Sistema nervoso

  • Nervosismo

  • Depressione

  • Alterazione del ritmo sonno/veglia (insonnia notturna, sonnolenza diurna)

  • Staratura del termostato encefalico: sensazione di “troppo caldo” (sudorazione intensa); sensazione di troppo freddo (brividi), indipendenti dalle condizioni ambientali; febbre idiopatica (isteroide)

  • Alterata percezione di : gusto, vista, tatto, udito, olfatto (dispercezione)

H) Pelle

  • Prurito

  • Desquamazione

  • Comparsa di macchie rossastre

  • Peggioramento dei quadri di psoriasi

L) Apparato urogenitale

  • Disturbi durante la gravidanza:


– dolori

– “perdite” non motivate da alterazioni organiche

– aborto in casi estremi

– ect.

  • Turbe del ciclo mestruale:


– dismenorrea (mestruazioni dolorose)

– “tensione” premestruale

– amenorrea psicogena

  • “Enuresi”

 

Abbiamo visto che lo stress si genera ogni volta che ci si debba adeguare a variazioni considerevoli del mondo esterno (ambientali, sociali, lavorative, familiari, etc.) o del mondo interno (fluttuazioni del tono dell’umore, oscillazione del bioritmo funzionale di organi ed apparati), generando conflitti interiori.

E allora, cos’è un conflitto interiore?

Uno stato di tensione più o meno intenso e più o meno grave, che si genera dalla difficoltà di prendere una decisione

Ogni volta che dobbiamo scegliere qualcosa, sul piano decisionale e comportamentale, possiamo contare sull’operatività del nostro cervello, che è programmato appositamente per elaborare strategie operative, che seguono il seguente schema:

    • Prendere in considerazione il problema;

    • Scegliere fra le possibili soluzioni;

  • Valutare l’attuazione

Tutte le tre fasi, dal momento che presentano molteplici opzioni, costituisco l’innesco per conflitti decisionali, circa la comparazione fra costi e benefici. Man mano che si risolvono, si applicherà quello che serve al raggiungimento dell’obiettivo

Ià che ci siamo, come si affrontano e si risolvono i conflitti interiori?

Imparando ad acquisire una graduatoria di valori esistenziali. Un conto è dover scegliere sulla base dell’appagamento relativo ad un bisogno primario necessario indispensabile; un conto è dover scegliere sulla base di qualcosa che migliorerà la qualità della nostra vita anche senza possedere i criteri di indispensabilità; altra cosa, ovviamente, è dover scegliere se appagare o meno un desiderio di scarsa incidenza.

Purtroppo molta gente non sa fare la differenza, e mette tutto sullo stesso piano, per cui sarebbe disponibile a saltare il pranzo, pur di comprarsi il capo di abbigliamento più alla moda. Questo, ovviamente, dimostra confusione nel vivere.

Ci sono tre modalità di gestione dei conflitti:

    • la prima è risolverli;

    • la seconda è quella di metterli da parte, come all’interno di un cassetto, dove li depositiamo;

  • la terza , consiste in una sorta di dinamica “libera”, lasciandoli “scorrazzare” e “imperversare” nella nostra mente.

Nel primo caso, risolviamo, diventando migliori. Nel secondo caso per abitudine, i conflitti li mettiamo continuamente da parte, li “blocchiamo” in una sorta di “sala d’aspetto” privandoci della possibilità di contare su risorse mentali che impegneremo per contenere la calca che fa confusione in attesa che prenderemo una decisione; per questo motivo, ci sentiremo sempre più stanchi e sempre più lontani dall’obbiettivo che vorremmo raggiungere: procedendo di questo passo, ci spegneremo a poco a poco nella discesa verso gli inferi della depressione. Nel terzo caso, siccome i conflitti “ballano” liberamente nella nostra mente, si determinerà un quadro sempre più grave di saturazione che, dall’isteria potrà sfociare nel tempo in manifestazioni psicotiche.

Nel frattempo che affrontiamo uno o più conflitti, proviamo avvertiamo un particolare stato d’animo, chiamato frustrazione

Vogliamo capire cos’è, una frustrazione?

Letteralmente, secondo la lingua italiana, è quello stato psichico di avvilimento e senso di impotenza, che comporta l’incapacità di fronteggiare determinate situazioni.

In sostanza, è uno stato di disagio che consegue al mancato soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio. Ciò che determina tale stato di sofferenza o di fastidio si produce quando un ostacolo si frappone al raggiungimento di uno scopo.

Nel momento in cui noi ci poniamo un obiettivo, ci muoviamo per raggiungerlo, abbiamo programmato, ci siamo organizzati, abbiamo tentato di prevedere anche i possibili imprevisti… ed un ostacolo si pone tra noi ed il raggiungimento dell’obiettivo, quest’ostacolo non è la frustrazione, lo stato d’animo che noi generiamo di fronte all’ostacolo è la frustrazione.

Le frustrazioni possono essere affrontate e risolte modificando il sistema di risposta nei confronti delle difficoltà che il mondo esterno procura. La difficoltà principale che si incontra nella metabolizzazione di una frustrazione consiste nel rifiuto ad accettare il fastidio prodotto dalla frustrazione medesima.

Cosa significa?

Per riuscire ad affrontare un ostacolo e, soprattutto, a gestire il fastidio che ne consegue, nel migliore dei modi, diventa necessario riuscire ad adattarsi a quella situazione. Questo non significa, necessariamente “farsene una ragione” ma, piuttosto, mettersi nelle condizioni di capire il problema, acquisire le competenze necessarie, rendersi disponibili, pianificandosi nella maniera opportuna. e attivarsi per risolvere. In pratica, il “farsene una ragione” diventa una condizione di accettazione del problema senza ignorarlo perché, se non ci rendiamo conto del fatto che qualcosa va ritoccata nella strategia operativa, continueremo a sbattere la testa contro dei muri insormontabili. Senza riuscire a capire il perché e il “per come”, a volte si riesce ad arrivare lo stesso alla fine…

Ma a che prezzo?

Un simile “andare”, comporta una serie di cicatrici che deformano lo stato dell’arte, circa la voglia di continuare ad esplorare.

Sembra di capire, in conclusione che, la sindrome da stanchezza cronica, altro non sia se non l’espressione inconsapevole di una sorta di stanchezza del vivere che potrebbe essere affrontata migliorando sensibilmente le proprie prospettive. E allora…

Come possiamo fare per costruire un vita felice, al riparo da “stanchezze” di qualsivoglia genere?

In moti modi. Proviamo, comunque, a considerare le seguenti indicazioni:

    • porsi domande “intelligenti”;

    • cercare risposte adeguate;

    • applicare nella vita quotidiana i risultati delle proprie riflessioni;

    • fare tesoro delle esperienze conseguenti;

  • mantenere il gusto verso il nuovo… così come fanno i bambini!

G. M. – Medico Psicoterapeuta