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Ottant’anni nel nome del cinema.


Ottant’anni compiuti da poco. Augurare a Clint Eastwood “buon compleanno” sembra quasi un ossimoro. Perché è un uomo senza tempo, è la icona del grande cinema che rimane ancora lì, al suo posto, a muoversi dietro e davanti alla macchina da presa, come un bambino pronto ad imparare dalla vita, e prono a interrogarsi sulle sue svolte ed eventualmente trasmetterne i contenuti. Oltre ogni confine.

E’ cinema allo stato puro il cinema di Clint Eastwood, spesso granitico e struggente, duro e dolce ad un tempo, che riesce ad evocare musiche di sofferenza e di riflessione, proprio come un vecchio blues cui attingere attimi di umana pietas, oltre i frastuoni del tempo.

Può apparire solenne e perchè no retorica questa idea di Clint, che esaltare oltremodo non sarebbe mai esagerato. Ma è quanto suscita la sua opera, i suoi film, specie dell’ultimo decennio, opere estreme realizzate dall’ex allievo di Don Siegel e di Sergio Leone, cineasti cui rimarrà riconoscente. Allievo che, non sarà inopportuno sentenziare, ha raggiunto se non superato i maestri. Alla qualità espressiva di Siegel e di Leone, Eastwood aggiunge un proprio bagaglio umano e politico che va oltre la semplicistica e riduttiva collocazione destra-sinistra, mentre integra alla linearità narrativa la propria icona di chi invecchia con dignità e senza compromessi. La memoria pesca quel giovane cow-boy col poncho e il sigaro mai acceso, e poi il detective impavido, l’allenatore di boxe e il reduce di guerra cultore di auto d’epoca.

Premio Oscar nel 1993 con “Gli spietati” e nel 2005 per “Million Dollar Baby”, Leone d’oro alla carriera a Venezia nel 2000; produttore, attore e regista, Clint Eastwood dimostra un’innata capacità di catturare l’istante, mediante l’inquadratura perfetta. Le sue opere hanno il merito di essere così vere da rendere il cinema un prolungamento del nostro mondo, dei nostri occhi, dei nostri pensieri. Non è nella pellicola che si registrano suoni ed immagini, ma è nel profondo di noi stessi.

“Io lavoro ancora con la pellicola – dice – uso il digitale solo per il montaggio. Mi sto adattando lentamente. Ma a salvare il cinema ci penserà sempre e solo un bravo sceneggiatore, la qualità del copione”.

Armando Lostaglio

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