Posted on

Una parola piccola piccola che rende l’uomo grande grande!


 

COUNSELING

 

Personalmente ritengo l’amicizia uno tra i più nobili sentimenti umani. Molto spesso siamo portati a definire “amici” tutte quelle persone con le quali abbiamo dei rapporti frequenti, con cui scambiamo quattro chiacchiere o usciamo il sabato sera. L’amico è ben altro. Sarebbe opportuno allora iniziare a capire il significato di questo termine, magari etimologico. Secondo il vocabolario della lingua italiana, “amicizia” significa “legame tra persone basato su affinità di sentimenti, schiettezza e reciproca stima.

Attenzione!

Dice: “basato su affinità di sentimenti”! Quindi vuol dire che l’amicizia include anche altro, cioè qualcosa di più profondo come i sentimenti. Mi associo ben volentieri a questa conclusione logica poiché lo credo anche io. L’amicizia ha “un porto di attracco” un po’ ovunque. Per esempio anche nell’amore. Il termine “amico” deriva dalla stessa radice di amare (che si ama) e si riferisce anch’essa a persona cara. Due persone che si amano pongono alla base del loro rapporto un’affinità di sentimenti a cui aggiungono stima e schiettezza. Due persone che si amano sono “assoluti complici”. Guarda un po’…. Proprio come fanno due amici…! Ho sentito anche dire che dall’amicizia all’amore c’è la distanza di un bacio (si direbbe breve e conciso). Anche qui sono d’accordo.

Due persone che si amano riescono a concedere “attenuanti” per le altrui piccole mancanze, proprio come dice un tale sig. David Storey. In conclusione l’amore e l’amicizia sono contenuti un po’ l’uno dentro l’altra. E poi non riesco ad immaginare quale immenso, piatto deserto possa essere l’esistenza di una persona senza amici, magari anche uno solo.

A questo punto la domanda nasce spontanea: ” ma cosa è giusto e corretto offrire ad una persona amica e cosa è corretto aspettarsi”?

Credo che la risposta più adeguata sia :” tutto ciò che si produce dal piacere affettivo ed effettivo di trasmettere alla persona cara quanto più vi è di buono in termini di disponibilità , di sentimenti e di tempo. Anche qui è opportuno aprire un’altra analisi, relativa questa volta, al termine “disponibilità”. Mi spiego… Proprio perché nell’amicizia vi è un sentimento di affetto vero, è facile cadere nell’eccesso nel senso che il fatto di essere amici non significa sentirsi obbligati sempre, in termini di disponibilità e tempo, verso colui che richiede quanto detto, poiché la troppa disponibilità, donata puramente per un fatto affettivo o per errati apprendimenti religiosi o di famiglia, può poi portare a sentirsi in disagio con se stessi.

E’ pur vero che l’amicizia è il mezzo con il quale l’amico “può”… ma di certo non a scapito nostro. E’ necessario riflettere consapevolmente sulle eventuali richieste che si ricevono e sulla disponibilità ad accoglierle. L’amico è molte cose…. E’ comunque una persona con cui possiamo sempre sentirci noi stessi e quindi a nostro agio, a cui possiamo affidare talune confidenze. E’ la persona con cui si condivide piacevolmente parte del proprio tempo e dei propri interessi. Per esperienze di vita pregresse, posso testimoniare che nei diversi modi che esistono di allacciare un rapporto di amicizia, vi sono anche dei paradossi….

Per esempio un modo tutto strano di fare amicizia a volte è quello di litigare arrivando addirittura a percuotersi con un individuo fino a quel momento sconosciuto, e poi riuscire a diventare inseparabili. A volte invece è una sensazione cosiddetta “a pelle” quella di sentirsi subito in sintonia con un individuo e di verificare poi che è così. Un altro paradosso dell’amicizia (che a me è capitato personalmente) è riuscire a legare un rapporto di amicizia forte e intenso senza parlare la stessa lingua dell’altra persona, essendo cittadini di nazionalità diverse. Rifacendomi infatti ad una esperienza del tutto personale, posso dire che nell’agosto del 1992 quando mi recai in Albania per svolgere del volontariato mi capitò la seguente vicenda.

Tra le tante persone che conobbi c’era un ragazzo allora sedicenne di nome Leonard Pjetri. Lui era un giovane analfabeta non in grado di scrivere nella sua lingua poiché non era mai andato a scuola. Io ne avevo diciotto e mi ero diplomato da appena un mese. La sua casa era più che altro la strada. Come quasi la totalità di quel popolo, era molto povero, scomposto nei modi e particolarmente arrogante e pericoloso, per sé e per gli altri. Portava spesso in mano, come se fosse una sua fedele compagna, una bottiglia di quelle che lì si chiama “Rachìn” (grappa molto alcolica e che uno dei nostri volontari invece definiva scherzosamente “sgnapa”) e sotto la sua sudicia camicia un grosso coltello con cui minacciava le persone che non tanto gradiva, tra cui me. Non era mai solo, ma sempre in compagnia di due individui loschi un po’ più di lui uno dei quali, un giorno, stava per accoltellarmi. Ma andiamo per gradi. Mentre svolgevamo il nostro lavoro di volontariato in una piccola cittadina di nome Scutari (tradotta in italiano da Shkoder), questi ragazzi che la stessa gente del luogo definiva “vagabondi”, venivano a curiosare il nostro operato quotidianamente, non senza creare danni alle cose e scompiglio tra la gente. Abbattevano le nostre opere, obbligavano la gente del luogo a non darci confidenza, appiccavano incendi alle cose, defraudavano i nostri oggetti personali e gli “attrezzi da lavoro”.

La polizia locale in quel periodo non esisteva poiché era da poco terminata la rivolta contro il dittatore comunista tale Henver Hoja. Non vi era nessuna garanzia legale su nulla, solo anarchia. Bastava però allungare qualche sostanzioso “LEKE” (moneta albanese) o magari alcune sigarette e una bottiglia di “sgnapa” per ottenere qualsiasi genere di favore o per chiudere non uno ma tutti e due gli occhi su un problema sino a quel momento irrisolvibile. Dopo circa una decina di giorni di questi disordini e soprusi, un bel momento il mio sguardo e quello di Leonard si incrociarono e rimanemmo a fissarci per diversi secondi, ma non con il tono di sfida o minaccia. Ad un certo punto io ho smesso di svolgere il mio lavoro, ho lasciato gli attrezzi e mi sono incamminato verso di lui. Lui ha smesso di combinare rovine ed ha rivolto la sua attenzione verso di me.

Avevo capito che il suo modo di agire era solo il tentativo di nascondersi da qualcosa o dietro qualcosa che lo metteva in imbarazzo, per cui sentitosi con le spalle al muro, il nostro lungo tenerci sotto sguardo, terminava con una stretta di mano e con la presentazione vicendevole dei nostri nomi. Lui parlava in albanese, io in italiano, ma per capirci avevamo bisogno di parlare un’altra lingua: quella dei gesti e degli sguardi. Con questo metodo riuscivamo a capirci anche se con un po’ di ovvia difficoltà. Non gli ho mai regalato nulla di materiale, oggetti o danaro ma gli ho dato solo e semplicemente una sincera fiducia e tanto affetto, come se fosse un conoscente di vecchia data, un amico, appunto. Spesso facevamo cose matte insieme e guardandoci prendevamo a ridere. Poiché non vi era acqua per poterci lavare, andavamo al fiume come si faceva una volta (il Drin) e messici in costume, con la scusa del tuffo in acqua, ne approfittavamo per lavarci.

Tra le altre cose, portavo sempre con me in spalla una chitarra e, quando ci andava di divertirci e di far ballare un po’ anche la gente per strada, la imbracciavo ed iniziava il caos… Lui rimase meravigliato della mia spontaneità e di questo gesto di fiducia, per cui buttò definitivamente giù la sua maschera e, posizionatosi al mio fianco, divenne praticamente la mia ombra. Lì in Albania era estremamente pericoloso camminare di sera e peggio ancora di notte poiché toglievano la luce dal paese e circolavano solo i più spregiudicati delinquenti. Lui divenne la mia guardia del corpo, la mia guida, il mio lascia passare per tutto, e chiunque si avvicinava a me dei suoi conoscenti malavitosi e non, subito faceva capire che era pronto a passare alle vie di fatto tirando fuori, a volte, il coltellaccio che aveva sempre appresso. Poi abbandonò la sua precedente vita e cambiò tutto di sé.

Di tanto in tanto mi domandava: “Maurizio , tu amigo?” Io rispondevo :”po” (che significa si) e lui mi stringeva la mano e mi abbracciava dicendomi “faliminderit!” che significa grazie! Alla fine della esperienza di volontariato dopo un dolorosissimo saluto, feci ritorno in Italia. Avevo un grande dispiacere che era quello di non potergli telefonare perché lì non esisteva il telefono tranne che in alcune banche ed in qualche ufficio dei politici, né potevo scrivergli perché lui era analfabeta e comunque le nostre lingue erano diverse anche se non più come all’inizio poiché io avevo iniziato a masticare l’albanese di cui ricordo ancora diverse cose e lui l’italiano. Con grande sorpresa, un giorno, trovo una lettera nella buca postale con su scritto Shkoder…. L’ ho aperta tutta d’un fiato e dentro ho trovato due fotografie che lo ritraevano e un “tentativo” di lettera… Poco dopo giunsero altre lettere di suoi amici che scrivevano per suo conto dietro sua richiesta con lo scopo di darmi alcune notizie.

I suoi amici mi testimoniavano che Leonard era diventato irriconoscibile. Prima era un giovane rissoso, ubriacone e fumatore, oltre che ladro di pecore. Oggi aveva trovato un lavoro, continuava lui al mio posto l’opera da noi volontari iniziata, aiutava i bambini che prima spaventava e, dopo un po’, mi notiziarono addirittura del suo matrimonio. Conservo ancora gelosamente tutte le lettere che ricevetti in merito a questa persona e riprenderle, dopo tanto tempo, mi ha fatto un certo effetto. Come è strana l’amicizia… Quante sfaccettature che possiede. In conclusione, tutto ciò conferma il fatto che l’amicizia pur avendo sempre una base neutrergica, è comunque condita di affettività, di interessi comuni e complicità che vanno al di là della lingua e della nazionalità. Anche se è scomodo, un amico vero ha anche “l’onere” di dirti le cose come stanno senza prenderti in giro pur rischiando di sembrare scomodo… Un altro porto in cui ben attracca l’amicizia è il rispetto. Quale amicizia potrebbe esistere tra due o più persone se tra le stesse non ci fosse alla base il rispetto? Una vera amicizia si regge bene proprio perché ognuno accetta l’altro con i suoi pregi e con i suoi difetti. Considera anche ciò che non gli piace ma lo accetta lo stesso pur non condividendolo: lo rispetta. Un ulteriore porto ove l’amicizia continua ad attraccare è la stima. Quando si è amici c’è vicendevole e profonda stima. E’ un ingrediente indispensabile se si vuol parlare di amicizia. Quest’ultima si appoggia molto anche su un altro elemento importante: la libertà! Un amico è libero. Ha la libertà di possedere le proprie opinioni, le proprie idee, il proprio tempo e di scegliere secondo i propri canoni senza condizionamenti, perché sa che l’altro non si offenderà, ma accetterà rispettandolo, anche un’idea diversa.In un vero rapporto di amicizia non esiste il concetto di “usare l’altro” , ma del piacere di poter essere utile all’altro perché questo ci fa sentire meglio. Diceva Joseph Joubert che bisognerebbe scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico.

L’amicizia: una parola piccola piccola che rende l’uomo grande grande!