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A 50 anni dalla sua scomparsa.


 

Di Gaetano Salvemini ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, avvenuta a Sorrento il 6 settembre 1957. Era nato in Puglia (a Molfetta) nel 1873, e fra la Puglia, la Basilicata (per i legami con Giustino Fortunato) e il Piemonte sono diverse le manifestazioni celebrative di questo grande intellettuale del secolo scorso.

Di Salvemini si ricorderà quella che è passata alla storia come “una non attitudine per la filosofia”.

Bertrand Russell sosteneva infatti di non comprendere il pensiero di molti uomini di cultura italiani, e dunque – diceva “Salvemini non deve essere colto perché invece il suo pensiero lo comprendo perfettamente”.
E’ evidente che siamo al cospetto di un personaggio assai poco inquadrabile in una precisa corrente filosofica. Storico e pensatore libero, Salvemini condivideva il bisogno di verità insito negli uomini, ma non intendeva la ricerca filosofica come un metodo per conseguire la pienezza intellettuale.

In gioventù aveva aderito al marxismo, ma se ne era poi lentamente distaccato perché, pur considerando questa dottrina valida sul piano economico ed un rilevante scossone, riteneva di non doverne abusare. Rimase però sempre legato al movimento riformista e al congresso di Livorno, pur senza prendere la tessera. Ritornò più tardi fra i compagni solo dopo il delitto Matteotti, quando gli parve che l’antifascismo fosse diventato un dovere. Poco dopo, temendo che la propria attività intellettuale potesse venire mutilata nell’Italia di Mussolini, lasciò la cattedra di Storia all’università di Firenze per essere accolto ad Harvard.

Nonostante sia rimasto lontano dal suo paese per venticinque anni, lasciando anche la cittadinanza poi ripresa col ritorno a Firenze, il patrimonio intellettuale e morale lasciatoci da Salvemini è notevole in quantità oltre che qualitativamente straordinario. Affascinato dall’avvento della Rivoluzione francese nella storia moderna, e grande interprete del Risorgimento, per Salvemini il più grande di tutti è stato Carlo Cattaneo. “Io mi sono arenato a quel mio autore, tutto ciò che ne esce fuori non lo capisco più”. Era assolutamente agli antipodi di Mazzini. “Crede anche lui nel progresso. Ma per Cattaneo il progresso nasce meccanicamente dall’incontrarsi dei gruppi locali, in cui è in origine divisa l’umanità, e dal loro fondersi in organizzazioni sempre più vaste”. E’ una grande lezione di socialismo, non mistico e neppure scientifico. “Il mio – scrive Salvemini nel 1952 – era il socialismo degli ultimi, e non quello dei penultimi perché i penultimi qualche speranza di salire la china ce l’avranno”.

Dal pensiero politico all’atteggiamento verso la cultura, mediante una sua definizione: “si può dire che la cultura consiste non tanto nel numero delle nozioni che in un dato momento ci troviamo ad avere immagazzinato nella memoria, quanto in quella raffinata educazione dello spirito, reso agile ad ogni lavoro, ricco di molteplici e sempre deste curiosità, in quella capacità d’imparar cose nuove, che abbiamo conquistato studiando quelle antiche. La cultura consiste nella forma stessa che noi, attraverso il lavoro dello spirito, riusciamo a dare allo spirito stesso”. La cultura, dunque, è ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato tutto quello che avevamo imparato.

Armando Lostaglio

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