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e il piccolo uomo

In questo drammatico e duro gioco col destino che
è la vita, le tragedie, individuali e collettive, ci saranno sempre e sarà
compito drammatico e duro dell’uomo affrontarle, superarle e continuare a
vivere, oppure perire ad esse. Sia come singolo, sia
come collettività (le poche volte in cui, l’animale-uomo, rendendosi conto
della fondamentale fratellanza che lo lega ai suoi compagni, capisce che
insieme ha sempre maggiori possibilità di sopravvivere alle sventure e
difficoltà.)

Lo tsunami
verrà ascritto nella storia come uno di questi momenti
di ‘prova’ che l’umanità deve superare ciclicamente, come il terremoto di
Messina del ‘908, come l’esplosione del Krakatòa nel
1883, o ancora il terremoto che rase al suolo Lisbona del XVIII secolo (di cui
inorridì persino Voltaire), e via indietro indietro
fino ad arrivare all’ultima glaciazione, oltre cui si perde qualunque memoria
culturale di simili fatti.

E’ il nostro status di piccoli animali che vivono
su questo dinamico e, sostanzialmente, indifferente pianeta, che ci impone questa realtà; umanamente è una cosa angosciante,
ma oggettivamente è un semplice dato di fatto, né bello né brutto.

Umanamente si potrebbe essere comunque
soddisfatti per la semplice constatazione che l’umanità ha avuto a che fare con
simili eventi per migliaia di anni e ne è sempre uscita viva e vitale, darwinianamente la nostra specie ha saputo adattarsi anche
agli imprevisti devastanti e sopravviverne. E’ consolante pensare che gli
individui soccombono, ma la nostra genìa, e la cultura che essa porta avanti, sopravviveranno.

Ma il punto è proprio
questo, che garanzia abbiamo che la specie umana possa sopravvivere?

Ilpregio’ di certi
eventi drammatici, come lo tsunami, è
che ci strappano violentemente dal sonno in cui viviamo il più del tempo, presi
dai mille problemi quotidiani (molti dei quali molto sciocchi, se paragonati al
vero e unico problema dell’uomo), per buttarci in faccia la precarietà del
nostro essere, come individui e come specie.

E se l’unica risposta
seria alla domanda fatta poc’anzi è: nessuna! Anche questo non è necessariamente negativo, può essere
invece uno sprone ad apprezzare di più la vita e le sue piccole gioie. Una rosa
non è meno bella per il fatto che domani sfiorirà, anzi, la meraviglia e
l’incanto sono datele proprio dalla sua brevità nel
tempo. Solo le cose effimere possono essere davvero sublimi.

Un altro ‘pregio’ di cataclismi come lo tsunami, specie
in epoche di grande informazione come questa, è di mostrarci come, nella
tragedia, tutti gli uomini sono davvero uguali: le lacrime di una madre dagli
occhi a mandorla o dalle guance scure sono salate come quelle delle donne
ariane o semite. E allora davvero c’è una grande occasione
da non perdere, realizzare il sogno che fu di un grande afroamericano,
attivo negli anni ’60, di nome Martin: una
rivoluzione culturale che ci porti a sentire la fratellanza di tutti gli uomini
e della necessaria loro alleanza per vivere meglio su questo pianeta, insieme.

Perché un vero e grande
dramma è che la maggior parte dei problemi che vive l’umanità sono creati
dall’umanità stessa, non dagli tsunami,
uccidono 30.000 bambini ogni  giorno di
fame nel mondo, non lo tsunami
costringe più di un miliardo di persone a vivere con meno di 2 dollari al
giorno, non lo tsunami manda a morire
miseri soldati in una delle migliaia di guerre che hanno flagellato la terra
dalla fine della 2° guerra mondiale (che avrebbe dovuto esser l’ultima).

Si potrebbe continuare, all’infinito. Ma non
serve il nozionismo, qui meno che altrove, non è l’esatto numero degli uccisi
ad Auschwitz che deve farci sobbalzare, ma il fatto
che Auschwitz sia esistito, che ad uomo sia bastato animo di degradare e macellare un altro uomo.

Ecco il significato vero della commemorazione,
che cade quest’anno, del cinquantenario della
liberazione del tristemente famoso lager polacco da parte delle truppe
sovietiche, evento di cui noi italiani abbiamo indimenticabili immagini di
primo piano grazie ai libri di un ebreo torinese, Primo Levi, che visse la
prigionia e la liberazione sulla sua pelle e riuscì a tornare a casa.

Alla domanda, che percorre sottintesa le intense
pagine del “Se Questo è Un Uomo” di Levi e che è la stessa che tormenta i
parenti delle vittime dell’11 settembre americano o
del 26 dicembre asiatico: perché la guerra? Perché lo tsunami? Perché
il Male? La risposta sia: per farci
capire che c’è solo un lavoro e un ideale per cui vale
la pena lottare e impegnarsi: un futuro migliore per tutta l’umanità. Il resto
è vano contorno.

E’ retorica o trito buonsenso? Giudichi ognuno… ma solo chi ha il coraggio di accettare la sfida a
metterlo in pratica ha, nonostante tutto, il diritto di essere, oggi,
ottimista.

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