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Vallanzasca, Sofri, Andraous: la stessa pena da scontare, ma tre stili e tre percorsi diversi di vita.


Leggo, su “Panorama” del 4.3.2004 una lettera del recluso a vita Renato Vallanzasca; con la quale il “bel René” – a giusta ragione – implora dallo Stato un qualche beneficio di legge, che gli consenta di assaporare gli spazi posti oltre le grigie mura di un carcere, di respirare persino lo smog delle nostre città, perché i suoi delitti, in fondo, non superano, per efferatezza, quelli di quanti hanno potuto, opportunamente e giustamente, godere di quegli spiragli premiali che la legge può far “utilizzare” in casi del genere.

E ciò è segno di grave turbamento per la coscienza collettiva, perché ferisce il principio costituzionale dell’uguaglianza; c’è, però, qualcosa di disarmonia psicologica che si avverte nella lettera di Vallanzasca, ancorché preceduta, sostenuta ed avallata da una personalità istituzionale di indubbio valore e rispetto come il Prefetto di Roma dott. Achille SERRA: e cioè, lo stile letterario che tradisce, quasi sempre, il carattere, anzi, l'”animus” di chi scrive.

Dalle varie espressioni, traspare una orgogliosa presunzione di superiorità del proprio “IO” che, in Vallanzasca, suona quasi come un’inconscia sfida verso gli altri, quando dice che il tempo trasforma, sì, i lineamenti di un volto, ma che potrebbe girare “inosservato” per Milano; forse, addirittura fra i poliziotti della Centrale di Milano “senza essere riconosciuto”; e ciò è segno inequivocabile – a parere dello scrivente – di chi, ancora, avverte il bisogno di misurarsi in una sfida tra “guardie e ladri”; il cui cruccio non è quello di chiamarsi “Vallanzasca”, ma sta nel rifiuto del cognome da parte del fratello; ad un tratto, però, lo stile della lettera tenta una “captatio benevolentiae” quando chiama il Prefetto coll’affettuoso termine di “il buon Achille”, e confonde un gesto di umana comprensione con un malinteso concetto del rispetto.

C’è, infine un ultimo significativo accenno ( che è quasi un lapsus freudiano ) allorché autocelebra il proprio passato, posto in conclusione della lettera, quando Renè parla di un calendario da lui formulato e del quale ne ha fatto dono al Prefetto Serra, che lo ringrazia considerandolo un omaggio “carino” mentre egli, Vallanzasca, si ritiene capace di cose “non carine” ma “geniali”…come lo erano state le sue imprese delittuose.

Diversa è, invece, la personalità di SOFRI, sorretta da un forte carattere, corroborata da una solida cultura e dotato di un sapere storico e filosofico, oltre che discorsivo, che ne fanno uno dei conferenzieri più apprezzati del nostro tempo. Ciò, però, non può giustificare il suo passato ed il reato per cui sconta la pena inflittagli.

Eppure, per questo affascinante oratore si sono scomodati politici e letterati, giornalisti e scrittori, fino ad arrivare, addirittura, a presentare una proposta di legge in suo favore, mentre, con orgogliosa protervia, SOFRI si è sempre rifiutato di richiedere la concessione della grazia, ma per voler rimarcare il rifiuto di una condanna sancita da una serie di sei processi – protrattisi nell’arco di oltre un ventennio – che, nei vari gradi della giurisdizione, hanno, sempre, convenuto sull’esattezza di una pena scaturita da prove non ritenute indiziarie. A questo punto, sarebbe più coerente un Sofri che sia capace di rifiutare la grazia, una volta concessa; acquisterebbe, almeno, la dignità del dantesco Farinata degli Uberti.

L’unico che sconta la propria condanna, che non ha mai implorato pietà o grazia, convinto delle pene inflittegli, ma che ha dato e continua a dare silenziosa e concreta prova del proprio ravvedimento è Vincenzo ANDRAOUS, il quale – con i suoi scritti, la sua partecipazione educativa al recupero di una gioventù deviata, i suoi libri, testimonianza di un vero pentimento, le sue poesie che sono proiezioni luminose di un’anima redenta, la sua assistenza ai laureandi in psicologia che gli si rivolgono – a tutt’oggi non ha trovato un solo sconosciuto frequentatore del nostro Parlamento capace di accoppiare al movimentismo libertario “pro Sofri”, anche la sorte di Vincenzo Andraous, ad eccezione della solidarietà, del conforto e del sostegno espressigli dal cardinale Carlo Maria Martini, già vescovo di Milano : e scusate se è poco !

La lettera aperta inviata al Capo dello Stato da parte del combattivo Marco Pannella e pubblicata, oggi 1° Aprile, sul Corriere della Sera di Milano, a favore della concessione della grazia a Sofri, suona, almeno per me, come un grido partigiano che contraddice ai concetti di libertà, di eguaglianza liberale, di interpretazione libertaria della nostra Costituzione.

Ma c’è, poi, da domandarsi : quanti si trovano nella condizione di un Andraous, o di un Sofri o, persino, di un Vallanzasca? Che se la grazia aprirà i cigolanti cardini della galera per uno solo fra costoro, vuol dire che la medesima non è il riconoscimento di un consapevole pentimento, ma un deplorevole baratto politico.

Giuseppe Chiaia (preside)

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