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Continua il viaggio sull’attualità dei classici: questa volta ci spostiamo in Ellade

Nel numero precedente della Strad@ è stata esaltata la poesia latina, ed in particolare, l’arte di Orazio; oggi, per una sorta di “par condicio” ci sembra doveroso rivolgere l’attenzione sulla matrice culturale greca, che influenzò, fin dal IX secolo a. C. la letteratura occidentale, compreso il nostro tempo.

Ancora oggi, la critica letteraria è divisa circa l’effettiva esistenza di Omero;

eppure, ben otto città greche si contesero l’onore di aver dato i natali al grande poeta; e così, Argo, Atene, Itaca, Colofone, Smirne, Chio e persino la nostra Cuma, avanzarono pretese circa l’iscrizione del poeta in un loro ipotetico stato civile dell’epoca.

Ad essere puntigliosi sull’argomento, fu proprio il nostro Alessandro Manzoni a leggere nella “Antologia Palatina” ( un codice del secolo XI, conservato nella Biblioteca Palatina di Heidelberg ) un epigramma – cioè, una breve composizione in versi a carattere funebre o celebrativo – nel quale si indicava il cielo come la vera patria di Omero; ed è lo stesso Erodoto, altro grande storico greco vissuto intorno al 450 a. C. , ad ipotizzare la nascita di Omero intorno all’850 a. C.

Quel che è certo, invece, è l’autenticità omerica dei due grandi poemi, l’Iliade e l’Odissea, che rappresentano l’inizio della poesia epica, anche se, ancora oggi, si disputa circa la derivazione delle due opere da un solo autore.

A noi non interessa dibattere ulteriormente la cosiddetta “questione omerica”, quanto, piuttosto, sottolineare l’arte poetica di Omero la cui liricità fluisce armoniosamente in tutti i canti dei due Poemi, al punto che essi sono ancora considerati come la Bibbia dei Greci, come i documenti più veritieri sulla civiltà dei popoli dell’Ellade, oltre che tramandarci una circostanziata descrizione dei rituali sacrificali, delle usanze religiose, del vario mondo politeista.

Se l’Iliade è l’esaltazione dell’eroismo guerriero, in cui lo scontro cruento, durante le battaglie o nei duelli, si ammanta di un’eticità che anticipa di oltre duemila anni il codice cavalleresco medievale, l’Odissea è tutta pervasa da Ulisse, Odisseo, l’eroe saggio, le cui intuizioni anticipano la comune esperienza; in Ulisse manca l’irruenza di Achille, ma c’è l’amor di patria, l’affetto maritale e la tenerezza paterna dell’Ettore dell’Iliade ( chi non ricorda l’affettuoso commiato dell’eroe troiano dalla moglie Andromaca ed dal figlio Astianatte, nel VI libro ? E basterebbe questo episodio a propendere per il riconoscimento della paternità di Omero per i due poemi ), ma, certamente, la sua grandezza, il suo eroismo non si ricava dal coraggio in battaglia, piuttosto, nel saper rinunciare alle lusinghe di Calipso che gli offre l’immortalità, nell’amore verso la patria, la famiglia e gli amici; ed è proprio il Poeta a suscitare la nostra commozione allorché esprime la sua pietà non per Ulisse, ma per la dea innamorata, umanizzandone, ma anche divinizzandone la passione amorosa.

Non a caso Dante fa di Ulisse un simbolo di civiltà e di progresso, lo esalta come novello Prometeo che sfida le conoscenze cristallizzate e bigotte del proprio tempo, e lo lancia fra i flutti sconosciuti dell’Atlantico, per le misteriose ed esaltanti vie della conoscenza, anticipando, così, il bisogno dell’umano sapere, caparbiamente proteso a raggiungere i confini dell’universo per scoprire la propria matrice.

Giuseppe Chiaia ( preside )

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