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Il Cantore della Romanità


Nel Gotha della poesia lirica dell’antica Roma, PUBLIO VIRGILIO MARONE occupa una posizione di prima grandezza; ed è veramente sorprendente constatare come la letteratura latina ebbe uno slancio di alta liricità in un periodo che, politicamente, fu uno dei più concitati.

Né va dimenticato che il periodo augusteo sorgeva dalla dissoluzione violenta della repubblica che si concludeva con la tragica morte di Cesare ai piedi della statua di Pompeo, nel Foro.

C’è, poi, un’altra considerazione da rimarcare: durante la Repubblica, e segnatamente dal III secolo a. C. in poi, Roma costruisce, con le sue vittoriose conquiste, quello che sarà l’impero augusteo, ma il precedente contatto con la cultura greca contribuirà a formare una letteratura latina, anzi, romana ,che non è imitazione del multiforme pensiero greco, ma quasi la consegna di un testimone ideale di poesia, di arte e di filosofia che i greci ci hanno affidato; in definitiva, fu lo stesso fenomeno che ha caratterizzato la nascita della nostra letteratura.

Con la caduta dell’impero romano d’occidente, sopportate le violenze delle varie invasioni barbariche, la latinità cominciò a ridestarsi proprio con l’instaurarsi degli Stati Romano – Barbarici, sì che, il nostro volgare fu un modo nuovo di richiamarsi alla letteratura latina; ed il Medio Evo rappresentò un periodo di lievitazione del pensiero e dell’arte in genere che poi esplose con quel fenomeno originale ed esaltante che va sotto il nome di Umanesimo e Rinascimento.

Che se a noi italici mancò, per tanti secoli, un’unità politica, non venne meno, però, quell’orgoglio della nostra classicità, della quale siamo stati munifici dispensatori, contribuendo ad informare del nostro sapere l’Europa intera e non solo il nostro continente.

Ma ritorniamo al nostro Virgilio; nacque nei pressi di Mantova, ad Andes, l’odierna Pietole, nel 70 a.C., figlio di un modesto proprietario terriero, fu avviato dal padre agli studi in voga in quel tempo, e cioè allo studio della grammatica e della retorica, che rappresentavano il lasciapassare per essere introdotti nella società patrizia di Roma: e fu affascinato, pure, dalla filosofia epicurea che apprese nei suoi soggiorni napoletani; infatti, Napoli fu la città che amò più di Roma, e vi fu sepolto con la nota iscrizione funebre: “Mantua me genuit, calabri rapuere, tenet nunc parthenope: cecini pasqua, rura, duces”.

Lapidaria e sintetica, l’iscrizione funebre riassume, nella semplicità icastica dello stile romano, quel senso della vita intesa come riflesso della natura che Virgilio tanto amò; né deve meravigliarci questo stile severo ed asciutto che tanto contrasta con la poesia epica del nostro poeta, raffinato cantore di gesta eroiche che ancora oggi ammiriamo come poesia originalissima, che riesce ad ammantare di tonalità tenue e musicali anche i drammi più intensi ( Vedi l’addio alla vita di Didone, innammorata ardente e passionale, nel IV libro dell’Eneide ).

Ed in ciò sta l’arte di Virgilio, nell’aver usato il verso esametro, il più adatto alla poesia epica, per cantare non soltanto la gloria di Roma, ma per esaltare, ancor più, il più illustre discendente degli “Eneadi”: Augusto Imperatore.

E l’Eneide non è opera lusingatrice per ingraziarsi l’imperatore, né vuole contrapporsi alle battaglie omeriche dell’Iliade, né Enea esprime l’impavida ferocia di un Achille o l’irruenza belluina di un Aiace, né ritroviamo nel poema l’esaltazione dionisiaca delle armi; piuttosto, Enea riassume sia l’eroismo che diventa impegno morale verso i compagni, sia l’amor di patria che cerca nuovi lidi per i Penati di Troia, sia la devozione filiale verso il genitore “canuto e stanco”.

Se Virgilio esalta il mito della romanità, tuttavia non sfugge alle suggestioni dei lirici greci, alla dolci nenie dei canti pastorali, al singhiozzo verdeggiante della “dolce amarillide”, e così, fa rivivere il mondo ideale dell’Arcadia greca nelle sue “Bucoliche”, nelle quali esprime quella visione serena della vita, in armonia con la filosofia epicurea, intesa nel suo significato più profondo, quella che ha insegnato a non temere la morte, ma, soprattutto ad amare la vita con l’animo sereno e con quella spiritualità – se così si può dire – che solo l’mperturbabilità epicurea riconosce come rimedio agli affanni umani.

Ma già si avvertono, in Virgilio, i primi ripensamenti filosofici che gli furono suscitati dalla filosofia platonica; ed il mistero del metafisico si fa strada sia nel VI libro dell’Eneide – dove già intravede una oltretomba ripartita nei Campi del Pianto, ove penano le anime dei suicidi, e i Campi Elisi ove dimorano le anime dei buoni – e sia nella IV bucolica, dedicata all’amico Asinio Pollione che attende la nascita di un figlio, allorché presagisce, nella venuta di questo bimbo, la figura mistica di una divinità che determinerà l’avvento di un’era nuova, una nuova età dell’oro, anticipando, così, di circa quarant’anni, l’evento più mistico della cristianità: la nascita del Messia. Per questo presagio, Virgilio fu considerato, nel Medio Evo, profeta del Cristo e Dante lo indicherà nella sua “Commedia” come il simbolo più alto della ragione umana.

Ed allora, per ritornare all’epigrafe che indicava la tomba di Virgilio sulla via di Pozzuoli, ci piace ricavarne una traduzione, più aderente ad una visione del mondo virgiliano nel quale mito e storia preannunciano la palingenesi del genere umano, oltreché immaginare quale valutazione egli abbia dato alla sua vita: “nacqui fra le brume del modenese, e fra i calabri mi sottrassi alla vita; ma, per sempre, affido alla dolce Partenope le mie spoglie e la mia memoria, avendo cantato, con identico amore, il valore degli uomini, i verdi pascoli e la spiritualità della campagna”.

Giuseppe Chiaia (preside)