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Il nostro webmagazine ha pensato che non c’era un modo migliore per suggellare la fine del 2003 e per celebrare l’inizio del 2004, che offrire un’interessante ed importante intervista fatta a Bruxelles, cuore dell’Europa, città antica ma moderna, protesa, ormai, ad accogliere e diffondere la storia, il patrimonio sociale, culturale e politico degli Stati Europei, sempre più numerosi a comporre questo grande organismo che è l’Unione Europea.

Degno rappresentante di questo corpo politico è il dott. Dino Nicolia, funzionario italiano della Commissione Europea, preposto all’integrazione dell’ambiente nella politica agricola comune (PAC). Alcuni dei temi affrontati nel corso dell’intervista costituiscono materia di studio da parte del funzionario, che svolge anche, con significativi risultati, l’attività di studioso e ricercatore presso l’Università di Bruxelles.

Il messaggio che si vuole dare con questo lavoro è di volgere lo sguardo verso il futuro, verso idee nuove, lasciandosi alla spalle, per quanto possibile, un anno difficile, travagliato, cosparso dal sangue e dal dolore di gente incolpevole, piegata dalla volontà di chi può decidere del destino di molti, di tanti. Se questa è la realtà, altrettanto reale è l’intento di chi ritiene che, smesse le armi, si possa costruire una forma diversa di dialogo tra i popoli, basata sulla collaborazione e cooperazione, di cui la nuova Europa è, allo stesso tempo, l’inizio e l’emblema.

Auguri.

SI PRECISA CHE LE OPINIONI ESPRESSE NELL’INTERVISTA DAL DOTT. DINO NICOLIA NON COSTITUISCONO IL PUNTO DI VISTA UFFICIALE DELLA COMMISSIONE EUROPEA, MA FANNO ANCHE RIFERIMENTO ALLA SUA ATTIVITA’ DI RICERCATORE.

Dott. Nicolia, si parla tanto ormai di UE, ma si sa poco forse della sua organizzazione, ce ne può parlare Lei, atteso che la “respira” tutti i giorni, spiegandoci anche quali sono le sinergie tra le varie Istituzioni che la compongono?

L’Unione Europea è un’organizzazione internazionale sui generis di tipo federalistico, basata sostanzialmente su quattro organi principali: il Consiglio dei Ministri, che riunisce i Ministri degli Stati membri; la Commissione, che è l’organo motore della Comunità, cioè quello che prende le iniziative; il Parlamento Europeo, che costituisce l’elemento di democratizzazione della Comunità ed è un organo eletto democraticamente a suffragio universale dai cittadini dell’Unione e rappresenta, quindi, questi ultimi; la Corte di Giustizia che deve vigilare sul rispetto e la corretta applicazione dei Trattati.

Il processo decisionale è sostanzialmente complesso, nel senso che ha un punto di partenza stabilito dalla Commissione Europea, in quanto organo che ha diritto di iniziativa, successivamente la proposta arriva sul tavolo del Parlamento Europeo e del Consiglio dei Ministri che devono decidere in base a procedure che, a volte, li vedono impegnati congiuntamente, altre volte separatamente. In genere, comunque, le proposte devono essere approvate sia dal Consiglio sia dal Parlamento, e cioè, devono essere approvate sia dagli Stati che dai cittadini. Infine, la Corte di Giustizia verifica il rispetto e la corretta applicazione dei Trattati.

Cosa ha rappresentato l’Unione Europea, con questa struttura quadripartita, per lo sviluppo e la crescita dell’Europa?

L’Unione Europea può essere considerata il più grande successo politico – diplomatico del secolo scorso.

Attraverso di essa si è costituita un’area di pace, di stabilità e sicurezza in Europa. Non dimentichiamo che prima della nascita dell’UE, negli anni ’50, vi erano stati due sanguinosi conflitti mondiali, che avevano visti contrapposti i più importanti Stati Europei.

Dopo la Dichiarazione di Schumàn, con la quale il 9 maggio del 1950 nasce ufficialmente la Comunità Europea, si creano i presupposti per dar vita ad un’area di sicurezza, di pace, di prosperità.

La Comunità ha assicurato all’Europa, ad un continente intero, questi valori.

Inoltre, essa ha costituito non solo un grande successo politico ma anche un grandissimo successo economico. Infatti, il continente Europeo era uscito dalla seconda guerra mondiale in condizioni di non autosufficienza, le difficoltà a livello economico erano notevoli e le rovine della guerra erano evidenti in tutti gli Stati.

La Comunità europea ha consentito una crescita senza precedenti, ha assicurato prosperità all’intero continente e, nel giro di pochi decenni, l’Europa è diventata la più grande potenza commerciale, superando gli Stati Uniti, insomma, un gigante economico; nell’ambito delle relazioni internazionali, invece, e’ rimasta un “nano politico”, nel senso che ancora non ha raggiunto quella coesione che le permetta di agire con grande forza. Ora, con il progetto di Costituzione Europea, si cerca di far crescere l’Europa anche politicamente, infatti, uno degli obiettivi del progetto è proprio questo.

Sono, questi, quindi, i dati evidenti che testimoniano il grande successo dell’UE.

Lei, in una sua relazione presentata in una conferenza del 2001, hai dichiarato che “l’Europa non si costruisce solo nei palazzi delle Istituzioni Europee e nelle cancellerie diplomatiche degli Stati nazionali; l’Europa si costruisce, prima di tutto, con i cittadini ed attraverso i cittadini”.

Pensa che ciò si sia realizzato e, se sì, come?

Questa è una convinzione che guida le Istituzioni europee nel processo delle decisioni.

L’Europa è nata in maniera “tecnocratica”, nel senso che si è costruita nelle cancellerie diplomatiche, nei palazzi di Bruxelles. Il progetto ambizioso dell’UE è porsi come un’Istituzione nella quale i cittadini devono essere protagonisti, devono essere parte costituente del processo comunitario, cioè un’Europa per i cittadini, attraverso i cittadini e si sta effettivamente lavorando in questa direzione. Infatti, una delle iniziative più importanti è quella di aumentare e migliorare la comunicazione, i contatti in modo da avvicinare i cittadini alle Istituzioni, al progetto comunitario, migliorandone la trasparenza. Una delle lamentele più ricorrenti, infatti, ha riguardato l’intricato sistema comunitario, difficile da decifrare per chi è all’esterno, per i non addetti ai lavori.

Ma, in concreto, come si realizza questo?

I cittadini possono visitare le Istituzioni Europee, possono scrivere servendosi anche della posta elettronica, esercitare il diritto di petizione, c’è, insomma, la possibilità di comunicare direttamente, anzi, una delle regole ferree di cui si è dotata l’UE è quella di rispondere a tutti gli imput provenienti dai cittadini in tempi assolutamente brevi.

Inoltre, gran parte del lavoro che si svolge in sede di Comunità Europea si può trovare sui vari siti internet delle Istituzioni europee e, quindi, si possono conoscere le varie fasi del processo comunitario, entrare nel vivo delle decisioni comunitarie e, spesso, è anche possibile influire sul processo delle decisioni poiché ogniqualvolta si prende un’iniziativa, vi è la tendenza a coinvolgere larga parte della società civile ed a far “partecipare attivamente” i cittadini al processo decisionale.

E’ possibile, quindi, che durante i dibattiti e le discussioni che precedono l’approvazione di una direttiva comunitaria il cittadino possa intervenire?

Nel processo decisionale interviene spesso la società civile. Ora, si può discutere su cosa sia la società civile e cosa siano i cittadini, se la società civile che partecipa sia rappresentativa o soltanto elitista. Questo è uno dei temi su cui si discute di più a livello accademico, ma l’ambizione è quella di avvicinare la società civile e, attraverso di essa i cittadini, al sistema di decisione comunitario.

Ciò forse si realizza attraverso le associazioni dei cittadini, i comitati….

Tutte le varie espressioni della società civile: le organizzazioni non governative, le associazioni di categoria, le associazioni dei lavoratori, delle imprese, quelle che si occupano dei vari settori…in questo senso l’UE si presta ad accogliere il maggior numero di associazioni possibili ed arrivare ovunque.

Da tanto tempo, ormai, si sta lavorando al progetto di una Costituzione Europea, sulla quale, purtroppo, non è stato ancora raggiunto, almeno fino ad ora, l’accordo dei paesi membri. Qual è la situazione attuale e cosa rappresenta questo documento?

In effetti ci sono ancora dei nodi da sciogliere, ma si spera che ciò avvenga il più presto possibile, per poter dotare l’UE di una sua Costituzione. Questo costituisce un momento molto importante, un passaggio epocale di grandissimo valore storico.

E’ chiaro che i lavori, ora, proseguiranno sotto la Presidenza irlandese che succederà, con il nuovo anno, a quella italiana.

Quando si parla di Unione Europea, si fa spesso riferimento alla cooperazione tra gli Stati membri, ma, in effetti, come si esplica e cosa significa sostanzialmente?

Il fatto stesso che si è dato vita a delle Istituzioni comuni significa che vi è una cooperazione fortissima tra gli Stati membri. Non esistono al mondo altri esempi di cooperazione così stretta tra entità statuali diverse.

Come incide l’UE sul processo di globalizzazione?

L’UE è uno degli attori di questo processo di globalizzazione ed il suo scopo è proprio quello di indirizzare tale processo, tenendo conto delle esigenze delle aree più ricche, ma allo stesso tempo, di quelle in ritardo, tentando, quindi, di coinvolgerle tutte, affinché i relativi vantaggi possano essere condivisi dalla maggior parte delle persone possibili, dalla totalità del pianeta.

Per quel che concerne il Patto di Stabilità, ci puo’ illustrare, a grandi linee, come è nato, quali gli scopi e come si realizza?

Il Patto di stabilità è nato per tutelare sostanzialmente l’euro. Nel senso che, una volta che si è dato vita ad una moneta comune, si è avvertita l’esigenza, soprattutto da parte di quegli Stati che avevano un’economia più sana, di fare in modo che tale economia restasse tale. Quindi, si è adottata una serie di criteri, di carattere prevalentemente macroeconomico, il cui compito era quello di tutelare la forza di questa moneta che si andava a creare.

Il progetto europeo comunitario è partito dal Trattato di Mastricht, in alcuni suoi articoli si fa riferimento all’UE ed al suo contributo alla cultura. Quali sono stati e quali sono attualmente gli scopi dell’UE per favorire questo settore a livello comunitario?

Il Progetto Comunitario è nato molto prima del Trattato di Mastricht, negli anni ’50, con la Dichiarazione di Schumàn, cui facevo riferimento prima.

Con il Trattato di Mastricht, entrato in vigore il 1° novembre del 1993, si è, invece, verificato il passaggio dalla Comunità all’Unione, nel senso che si è fatto un salto di qualità nel processo di comunitarizzazione. Attraverso questo Trattato, uno dei settori che è stato comunitarizzato è stato proprio quello della cultura, uno dei più importanti, perché tende a far condividere le conoscenze, ad aumentare la coesione, mettendo insieme, in un certo senso, le differenze di sensibilità.

Diverse sono le iniziative della Comunità Europea in materia di cultura, ne cito solo una: Il Progetto Cultura 2000, che è stato e continua ad essere una delle iniziative più significative. Tale progetto è iniziato nel 2000 e si concluderà nel 2004.

In cosa consiste?

E’ un progetto che tende a favorire la creazione di uno spazio comune ai cittadini europei e ad incoraggiare la cooperazione tra gli operatori della cultura.

Per quanto riguarda “l’allargamento” dell’UE di cui già si parlava da tempo e che sta per realizzarsi, si sa che esso inciderà profondamente nella dimensione e nella forma dell’Unione, e quindi anche sulle politiche comunitarie, compresa quella culturale. Perché questo allargamento è così particolare e che senso avrà per l’UE?

Questo è un allargamento particolare perché pone delle sfide uniche che i precedenti allargamenti non avevano posto. Il primo allargamento fu quello del 1973, con cui si passò da sei a nove Stati membri con l’Irlanda, il Regno Unito e la Danimarca.

Il secondo allargamento avvenne nel 1981 con l’aggiunta della Grecia.

Il terzo,invece, nel 1986 con l’entrata della Spagna e del Portogallo.

Infine, nel 1995, l’UE aprì le sue porte all’ Austria, Svezia e Finlandia.

Attualmente gli Stati membri sono 15 ed il 1° maggio 2004 diventeranno 25.

Si tratta di un numero di Paesi estremamente elevato con un’area territoriale che aumenterà del 34%, inoltre, ai 380 milioni di abitanti già esistenti, se ne aggiungeranno un centinaio di milioni in più.

Poi è particolare perché entrano esperienze storiche e culturali molto diverse, che vanno ad arricchire ancora di più il patrimonio già variegato dell’UE.

Qual è il grande obiettivo di tale allargamento, nell’ambito della costruzione dell’Europa?

Lo scopo più importante è quello di perseguire il massimo della crescita economica e sociale. Questo è uno dei punti chiave dell’allargamento dell’UE ed è il motivo per cui è necessario sostenere degli investimenti massicci per lo sviluppo regionale. Si deve tendere, insomma, ad una Unione economica e politica che elimini le barriere tradizionali che contraddistinguono gli Stati nazionali. Attraverso la questione economica e sociale, sicuramente, si può realizzare con più facilità questo obiettivo.

Che cosa provocherà per l’ Europa questo allargamento dal punto di vista geopolitico?

Come dicevo, è un allargamento importante, perché farà della Russia, dell’Ucraina, del Medio Oriente, i vicini più prossimi dell’UE. Quindi, bisognerà considerare una politica di buon vicinato con questi Stati che prima sembravano lontani, molto lontani e che ora sono a ridosso delle frontiere europee e, pertanto, bisognerà considerare queste aree come aree limitrofe e migliorare ancora di più il processo di cooperazione. In questo contesto, il rapporto con i Paesi terzi del Mediterraneo diventa ulteriormente importante. Si tratta di un processo già iniziato nel 1995, con la Convenzione di Barcellona e che adesso, in virtù dell’allargamento, diventa significativo.

A proposito di ampliamento dell’UE, uno dei progetti che rientra in questa politica comunitaria, è quello del Partenariato Euromediterraneo. Quali sono gli obiettivi?

Il Partenariato Euromediterraneo è un processo che, come dicevo, inizia con la Convenzione di Barcellona, nel 1995.

Il processo di Barcellona si basa su tre tipi di partenariato: quello politico e di sicurezza, quello economico e finanziario ed il partenariato socio – culturale.

Esso è importante perché prende in considerazione un’area, appunto il Mediterraneo, che è il crocevia, il punto di incontro di varie culture, storie, civiltà e religioni. Un settore, dunque, in cui si deve condividere la pace, la sicurezza, la stabilità ed anche la prosperità. Infatti, uno dei punti cardine del Partenariato è quello di realizzare un’area di libero scambio entro il 2010. Questo, ovviamente, deve condurre a rendere ancora più solidi i legami che esistono tra le diverse sponde del Mediterraneo e portare alla produzione di ricchezza e prosperità per un elevato numero di persone.

Si sta lavorando già da otto anni e sicuramente il livello di integrazione è aumentato e migliorato. Ci sono ancora dei passi da fare, ma, sostanzialmente, si procede abbastanza speditamente.

Come si intende realizzarlo e quali sono gli strumenti a disposizione dell’Ue?

Si tratta di un Partenariato abbastanza complesso per quel che riguarda gli strumenti, perché vi sono sia delle cooperazioni di carattere multilaterale, sia di tipo bilaterale. Per esempio, nel quadro del Partenariato euromediterraneo, vengono rivalutati e rafforzati gli accordi bilaterali che esistono tra l’UE e diversi Stati dell’area della sponda sud. Nello stesso tempo, sono state create e rafforzate anche le strutture multilaterali, nelle quali vengono discussi i diversi aspetti del Partenariato: quello della politica e della sicurezza, dell’economia e della finanza e quello socio – culturale.

Quali sono gli Stati coinvolti in questo progetto di Partenariato?

Sono coinvolti gli Stati dell’UE e quelli della riva sud del Mediterraneo,quali l’Algeria, l’Egitto, Israele, la Giordania, il Libano, il Marocco, l’Autorità Palestinese, la Siria e la Tunisia.

In questo progetto molto ambizioso può rappresentare un ostacolo abbastanza serio l’esistenza di varie religioni che convivono all’interno di questi Paesi?

L’ambizione del Partenariato è proprio quello di favorire la cooperazione e, quindi, anche l’incontro, non solo a livello politico ed economico, ma anche a livello culturale e religioso.

Quindi, fare convivere queste religioni in maniera pacifica e libera?

Non solo farle convivere, ma anche farle apprezzare dai vari paesi tra di loro.

Si tratta, quindi, di coinvolgere senza stravolgere il retaggio culturale e religioso di questi Paesi….

Sì. L’ambizione è di valorizzare tutte le peculiarità storiche, sociali, culturali e religiose che le differenti componenti di questa area hanno. Sono delle realtà importanti che meritano di essere valorizzate e migliorate.

Ma non desta alcun tipo di perplessità il problema delle frange estremiste che costituiscono una realtà all’interno di questi Paesi?

Beh…certo, il fondamentalismo non aiuta perché, spesso, radica le differenze. Al contrario, bisogna cercare di superare le differenze, mettere in comune i valori condivisi e cercare, da parte dei vari popoli, di apprezzarsi reciprocamente.

Come può il Mediterraneo giocare il ruolo di cerniera per la pace e la cooperazione tra gli Stati?

Il Mediterraneo è un sito di straordinaria e strategica importanza per l’UE. Questa, come dicevo, mira a promuovere la prosperità, la democrazia, la stabilità e la sicurezza anche in questo luogo. Ciò deve avvenire non solo per rispondere a delle esigenze di carattere politico ed economico, ma anche, e forse soprattutto, per rispondere ai ricorrenti conflitti e alle continue crisi di instabilità di regioni sottoposte. Il ruolo cerniera è un dato di fatto, anche solo guardando una carta geografica ci si può rendere conto di ciò.

Lei ha ha parlato prima di un Partenariato che si esplica in varie forme: Partenariato politico e di sicurezza, economico e finanziario e socio – culturale…..

Il Partenariato è costituito da Stati che si adoperano per conseguire la sicurezza, la pace e la stabilità, attraverso la coordinazione di tutte le Istituzioni che si occupano di politica e sicurezza e attraverso la formazione e l’informazione dei diplomatici, degli amministratori pubblici, della protezione civile e mediante un processo che porti ad un maggiore rispetto dei diritti dell’uomo.

Vi sono diversi profili di questo progetto, ne cito alcuni, i più importanti: la cooperazione e la modernizzazione industriale, la rete elettrica mediterranea, un programma di sviluppo per il settore privato, la creazione di un fondo sociale per lo sviluppo, l’appoggio delle riforme strutturali, la condivisione delle reti di trasporto, i sistemi di informazione per quel che riguarda l’acqua, questi i casi specifici e concreti attraverso i quali si può realizzare il Partenariato.

All’interno del Partenariato economico e finanziario si innesta il discorso del regionalismo politico ed economico.Cosa si intende per regionalismo politico ed economico?

Per regionalismo si intende un’azione che viene condotta a livello regionale, quindi in un’area ben specifica; nella fattispecie, nell’area mediterranea.

Fino ad ora, però, devo dire che la Regione Mediterranea, nel suo complesso, non è riuscita a trovare ancora una propria personalità sulla scacchiera mondiale. Si è seguito soltanto un modello di integrazione economico e finanziario. L’ambizione è quella di far considerare l’area mediterranea una regione a tutti gli effetti, nella quale vi sia maggiore integrazione ed anche maggiore forza.

In più occasioni, Le è capitato di affermare che “la conoscenza e la cultura costituiscono i pilastri dello sviluppo”. Al riguardo, esiste una “questione mediterranea” che ostacola ciò?

Esiste una questione mediterranea nel senso che in questa regione esistono delle difficoltà evidenti. Una di queste è sicuramente la debolezza della società civile, poiché non è un mistero che in alcune aree vi sia l’esigenza di procedere ad alcune riforme di carattere democratico e sociale, che dovrebbero favorire una maggiore partecipazione della società civile. Inoltre, bisogna considerare anche il ruolo della donna. A tal proposito, vi è sicuramente una sperequazione tra la considerazione del ruolo della donna nell’ambito dell’UE e la sua considerazione nei Paesi a sud del mediterraneo. Questa è di certo una questione aperta che bisognerà risolvere.

In che senso?

Nel senso che l’UE predispone tutta una serie di strumenti e di politiche per favorire la pari opportunità in questi Paesi. Poi, vi è la questione della povertà. E’ evidente che esistono delle sacche di povertà molto più profonde nelle regioni della riva sud del mediterraneo e questo fattore indebolisce il processo di integrazione. E’ un problema questo che bisognerà affrontare per evitare che il Mediterraneo sia considerato una “questione”.

Quali sono stati, fino ad ora, i risultati del Partenariato dal punto di vista economico e finanziario?

I risultati più interessanti hanno riguardato i nuovi accordi di associazione firmati da quasi tutti gli Stati della riva sud con l’UE. Permangono delle difficoltà, considerando l’instabilità politica, il rischio legato al fondamentalismo religioso, la povertà, i flussi migratori, il disequilibrio demografico. Queste sono delle tematiche che il Partenariato deve prendere in considerazione nei prossimi anni.

A proposito del Partenariato si è fatto riferimento prima alla Convenzione di Barcellona ed al processo iniziato nel 1995, esso cosa rappresenta?

Fino ad ora, costituisce l’unico tentativo realizzato per affrontare la diversità e l’instabilità nel Mediterraneo, in un’ottica a lungo termine ed in un ambito multilaterale. In precedenza si era proceduto soltanto attraverso accordi bilaterali ed operazioni di respiro non lunghissime.

Adesso, invece, la peculiarità è, appunto, quella della multilateralità e del lungo periodo.

Quando, con riferimento al Partenariato, si parla di cooperazione bilaterale, cosa si intende e cosa prevede questa cooperazione?

Con riferimento al Partenariato, si parla soprattutto di cooperazione multilaterale. Invece, per quel che concerne la cooperazione bilaterale, questa è il rapporto esistente tra l’UE e i diversi Stati singolarmente presi, l’UE da una parte e lo Stato membro dall’altra.

Già negli anni ’80 erano stati firmati degli accordi di cooperazione. Adesso, vi sono accordi di associazione sicuramente più solidi e la cooperazione multilaterale influisce su quella bilaterale, nel senso che la prima tende a favorire anche la seconda, che non viene esclusa bensì rafforzata dalla cooperazione multilaterale.

Questo strumento serve per considerrae le esigenze dei vari Stati?

Si, perché, mentre, in ambito multilaterale vengono affrontate le questioni comuni condivise da tutta l’area euromediterranea, con la cooperazione bilaterale, vengono presi in esame tutti gli aspetti specifici dei diversi Stati.

Cos’è la politica di buon vicinato?

La politica del buon vicinato consiste in rapporti da stabilirle con i propri vicini. Il Paternariato euromediterraneo è uno strumento che tende a favorirla.

Quali sono gli obiettivi del Partenariato euromediterraneo?

L’obiettivo principale è quello di ridurre il gap strutturale tra le due aree, in particolare, in relazione al rispetto dei diritti umani, alle libertà fondamentali, alla diversità del pluralismo nella società ed anche, per quel che riguarda l’aspetto economico e finanziario, ridurre il gap esistente a livello di reddito, a livello di ricchezza e di prosperità in generale.

E’ chiaro che esiste un deficit da parte della riva sud del mediterraneo e, quindi, vi è un percorso che questi Stati devono fare per raggiungere il livello degli altri Paesi della riva nord.

E’ possibile pensare che, attraverso questi obiettivi, l’UE riconosce a se stessa il diritto di valutare il grado di legittimazione della politica e dell’economia di questi Paesi?

No, non si tratta di valutare, ma di verificare degli standards che sarebbe opportuno raggiungere, se poi si tratta di principi condivisi a livello universale, si tratta di favorire il raggiungimento di tali principi da parte di chi è in ritardo.

Questi obiettivi si conciliano con la possibilità di conservare gli equilibri del mercato?

L’intenzione è quella, di conciliare gli aspetti relativi all’economia di mercato con l’esigenza di far crescere determinate aree.

Tutto questo può incidere sul Mezzogiorno italiano?

Il Partenariato potrebbe offrire un’opportunità storica al Mezzogiorno italiano, nel senso che questo ora si trova alla periferia dell’UE; invece, con il Partenariato euromediterraneo potrebbe assumere una funzione importante, un ruolo più centrale ma soprattutto di ponte tra l’UE ed i Paesi della riva sud.

Quindi, un Mezzogiorno italiano che potrebbe diventare protagonista.

Ma potrebbe ciò rivelarsi penalizzante per quelle aree del Mezzogiorno, dove maggiori sono i comparti di arretratezza?

Uno dei rischi potrebbe essere quello della concorrenza, accresciuta per i prodotti tipici del Mezzogiorno. Tuttavia, si tratta di un rischio più potenziale che reale. In ogni caso, bisognerà valutarli e verificarne gli effetti caso per caso.

Perché il rischio è più potenziale che reale?

Perché la liberalizzazione vera e propria è molto in là da venire, non è un qualcosa che avverrà subito. La stessa realizzazione della libertà di scambio è prevista per il 2010; quindi, è a partire da questa data che si potranno verificare situazioni del genere.

Ci sono due settori molto importanti in cui l’UE ha diretto i propri sforzi ed i propri interventi: quello dell’agricoltura e dell’ambiente. Cosa ci puo’ dire a proposito?

Questi sono due settori importanti nell’ambito della Comunità europea. L’agricoltura è completamente comunitarizzata: è Bruxelles, con le sue Istituzioni, che si occupa della politica agricola nell’ambito dei Paesi dell’Unione. Per quel che riguarda la politica ambientale, invece, è diventata politica soltanto a partire da Trattato di Mastricht, quindi si tratta di una delle politiche più recenti, ma anche una delle più importanti, in quanto la considerazione dell’ambiente presso l’opinione pubblica è in continuo aumento. Di conseguenza, sono due settori importanti considerando le loro specificità, ma sono anche due settori che interagiscono, perché una delle preoccupazioni attuali, che è stata recepita anche dalla Riforma della Politica Agricola Comune, è quella della integrazione dell’ambiente nell’ambito dell’agricoltura.

Dopo la crisi della “mucca pazza”, dopo il fatto del pollo alla diossina e tutto ciò che si è verificato negli anni scorsi, si è preso coscienza dell’importanza che il rispetto dell’ambiente e la tutela della salute hanno nelle politiche comunitarie e, in particolare, nella politica agricola.

Con il Trattato di Amsterdam, l’integrazione dell’ambiente nelle politiche comunitarie è diventata importante. Dopo tale Trattato, sono seguiti i vertici di Cardiff e di Vienna, in cui si è ribadito solennemente l’impegno di integrare l’ambiente e lo sviluppo sostenibile nelle diverse politiche comunitarie, anche nell’ambito della politica agricola che è una delle politiche più importanti, considerando che quasi metà del budget comunitario viene speso in agricoltura.

Cosa ci puoi dire per quanto riguarda la riforma della PAC?

La riforma della PAC si basa su alcuni principi fondamentali.

Innanzitutto, si cerca di legare la produzione al mercato. Per anni, prima della riforma del 1992, la politica agricola comune si preoccupò soprattutto di produrre, e quindi di sostenere il prezzo della produzione. Con la nuova riforma, recentemente approvata dal Consiglio, si tenta di legare ancor di più la produzione al mercato, di integrare l’ambiente, favorire la tutela della salute ed anche consentire all’UE di potersi adeguare alle regole internazionali stabilite nell’ambito della organizzazione mondiale per il commercio

In conclusione, Dott. Nicolìa, di che cosa l’Europa ha bisogno e di che cosa l’UE ha bisogno per essere utile all’Europa?.

Innanzitutto, l’Europa ha bisogno di una crescita rigorosa e sostenuta per vincere la disoccupazione, l’esclusione sociale, per rinforzare il peso regionale e globale dell’Unione.

In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di sicurezza, soprattutto in questo periodo, considerando i pericoli che provengono dal terrorismo.

In terzo luogo, l’Europa necessita di valori, nel senso che noi europei siamo eredi di una civiltà profonda, profondamente radicata e, quindi, abbiamo bisogno di recuperarli e e affermarli. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di arricchirci con i valori che ci provengono anche dalle altre esperienze.

Inoltre, l’Europa deve anche saper progettare un nuovo modello di società del mondo, perché noi non siamo qui soltanto per difendere i nostri interessi, quelli di europei ricchi e privilegiati. Dobbiamo preoccuparci anche delle altre aree, di quelle che sono in ritardo ed in difficoltà, per cercare di sviluppare un nuovo modello che vada in contro alle esigenze di tutti e non soltanto di pochi.

Ha parlato di sicurezza e dei focolai di tensione che ci sono in vari Paesi. Come si può realizzare una sicurezza che non sia solo esterna ma anche interna?

La sicurezza interna deve essere ottenuta, sostanzialmente, combattendo la criminalità, che, spesso, è effetto delle ingiustizie sociali, delle carenze educative, del disordine istituzionale. Quindi, fronteggiando queste difficoltà si può garantire anche una maggiore sicurezza.

Per quel riguarda l’UE non vi è una competenza specifica, nella tutela, è una competenza che riguarda soprattutto i vari Stati. Quello che l’UE può fare è creare le condizioni e l’ambiente ideale per poter aiutare gli Stati membri a vincere questa sfida.

I progetti e gli scopi dell’UE per un’Europa liberale, democratica sono solo dei progetti e degli ideali o piuttosto una realtà?

Io ritengo che non siano soltanto dei principi e degli ideali, ma, delle realtà, che trovano conferma se si guardano le grandi realizzazioni che l’UE ha contribuito ad edificare. Questo, però, non vuol dire che il compito dell’UE sia esaurito, anzi, tutt’altro! Il compito dell’UE è quello di migliorare, di garantire questi valori in maniera sempre più ampia e condivisa. Quindi, sono delle realtà, forse non ancora sufficienti per cui bisogna continuare a lavorare per renderle ancora più importanti.

Di che cosa ha bisogno l’UE per essere utile all’Europa?

Sicuramente, in questo momento, l’UE ha bisogno di centrare le sue azioni nella prospettiva dell’allargamento, domandandosi ciò che è necessario fare a livello europeo.

C’è bisogno di un forte consenso per assicurare la stabilità dell’euro, di sostenere la crescita, per assicurare un mercato interno dinamico e competitivo, che raccolga la sfida della ricerca e dell’innovazione. Quindi, necessitano nuovi progetti per poter vincere le sfide che verranno.

Gestire la globalizzazione, significa anche un nuovo tipo di governanza per quanto riguarda anche la gestione dell’economia mondiale. Come può la Commissione europea attuare questa nuova dimensione politica?

Sono necessari quattro impegni strategici: la promozione di un nuovo tipo di governanza; la stabilizzazione del nostro continente, rafforzando la voce dell’Europa nel mondo; la creazione di un sistema economico competitivo e solidale e la migliore qualità di vita per tutti.

Ma come si può realizzare tutto questo ed in che tempi?

Questi sono obiettivi talmente ambiziosi che occorreranno tempi lunghi, occorrerà pazienza e soprattutto lavoro da parte di tutti, da chi sta dentro le Istituzioni, ma anche da parte di chi sta fuori.

Ma i cittadini riescono a comprendere tutto quello che si fa in questa direzione?

Credo che i cittadini stiano iniziando a comprendere quello che facciamo. Sicuramente, c’è bisogno di migliorare, da parte nostra, a livello di comunicazione. E’ necessario migliorare la trasparenza del processo che si sta verificando nelle Istituzioni comunitarie e, quindi, uno sforzo ulteriore da parte di chi è dentro le Istituzioni per poter garantire una partecipazione sempre più ampia dei cittadini. Però, sono convinto che siamo nella direzione giusta, che stiamo operando bene e che, aumentando lo sforzo e migliorando gli strumenti comunicativi, riusciremo a coinvolgere un numero sempre maggiore di cittadini.

Secondo lei, l’Europa viene considerata attualmente, già adesso, un bene di tutti?

L’Europa è sicuramente un bene di tutti ma deve assolutamente essere percepita come tale anche dall’opinione pubblica. I cittadini hanno diritto e vogliono influenzare e contribuire a configurare la nuova Europa e, attraverso questa loro partecipazione, sarà possibile migliorare la percezione che i cittadini hanno dell’Europa e della loro “Casa Comune”.

La Strad@web ringrazia il dott. Dino Nicolia per la disponibilità nel concedere quest’intervista.

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