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E’ trascorsa già una settimana e la commossa eco della tragedia di Nassiriya resta nel cuore di quanti hanno pianto il sacrificio dei Militari – Carabinieri e Soldati d’Italia – nei deserti dell’Iraq .

Eppure, oggi, ci chiediamo per quale patria quei 19 giovani sono stati barbaramente uccisi, per quale patto di solidarietà hanno offerto la loro vita e per la libertà di quale popolo sono caduti; chi spiegherà ai figli, alle madri, ai padri, alle mogli il perché di quell’olocausto? Sì, perché di olocausto si è trattato: e nessuna medaglia, nessun saluto commosso e partecipativo di autorità e popolo potrà asciugare le lacrime dei parenti dei nostri militari caduti, nella speranza che inopportuni applausi non abbiano più a turbare i sacri silenzi della morte.

Ma un’altra domanda sorge nell’immediato: può la civiltà occidentale assistere impotente alla violenza politica alla dittatura sanguinaria, all’oppressione di interi popoli, alla folle mattanza di un terrorismo che giustifica il proprio agire nel nome di Allah? La storia ci impone il dovere di resistere e combattere ogni tentativo di violenze, lotte e guerre che l’Islam dei fanatici continua a perseguire da oltre mille anni.

E’ comprensibile spiegarci perché la dottrina maomettana si è radicata nel medio oriente, incidendo nello spirito di quei popoli il cui vivere si svolge, da sempre, nelle aride lande desertiche delle loro regioni, dove l’acqua è un bene primario, dove la vita stessa dura lo spazio di un mattino, dove la miseria è infinita, dove l’analfabetismo imperversa sulla maggior parte di quei popoli, in un contrasto insanabile che vede, da una parte, la smodata ricchezza dei signori del petrolio e, dall’altra, una povertà rassegnata che è viatico di sofferenza stampato sui visi febbricitanti dei bambini falcidiati dalle malattie e dalla penuria di cibi e medicine.

E’ facile, quindi, per i Bin Laden di tutti i tempi, reclutare fanatici suicidi che si riempiono di tritolo e si fanno saltare tra folle di innocenti; a questi disperati del terrore basta ricordare le promesse del Profeta, il premio del paradiso islamico rappresentato da freschi, olezzanti e rugiadosi giardini, ed il godimento, per ogni martire, di 13 Urì ( vergini ).

E l’assalto all’Occidente continua; ci provarono a Poitier nell’anno 732 e fu Carlo Martello che preservò l’Europa dalla prima islamizzazione; e dalla determinata resistenza dei cavalieri di Carlo Magno a Roncisvalle nacque quel meraviglioso ciclo letterario francese più noto come la “Chansons de geste” nel quale trovò eroica morte contro gli Arabi il paladino Orlando; e fu nel Golfo di Corinto, tra il 7 ed il 9 ottobre 1571, che il sogno di conquista arabo si infranse contro la flotta alleata cristiana, al comando di don Giovanni d’Austria, fratello naturale di Filippo II di Spagna, valorosamente coadiuvato da eroici ammiragli italiani come Marcantonio Colonna, Sebastiano Venier, Agostino Barbarigo e Gian Andrea Doria. Fu, quella, una battaglia navale di portata non solo epica, ma di immenso valore politico, religioso e sociale, perché il pericolo comune contro l’invasione araba, determinò uno slancio di solidarietà concretatosi nell’alleanza tra il Papa dell’epoca, Pio V, Venezia, la Spagna, Genova, Lucca, il duca di Savoia ed il fiore della nobiltà italica rappresentata dagli Orsini, dai Colonna, dai Savelli, dai Caetani.

E se il sogno di conquista degli arabi affogò nella disfatta di Lepanto, non per questo essi cessarono di islamizzare l’Europa; e se fallirono per mare, ritentarono per terra; e lo scontro si combatté sanguinosamente sotto le mura di Vienna che già nel 1529 e, poi, nel 1683 divenne l’ultimo baluardo della cristianità contro l’impero ottomano, e fu grazie alle capacità strategiche del Principe Eugenio di Savoia se l’Europa fu liberata dal ritualismo islamico che impone, per 5 volte al giorno, la genuflessione del credente verso la Mecca.

Ormai i tempi sono maturi per debellare, una volta e per sempre, l’utopia araba e non attraverso una guerra santa dell’Occidente, né esportando modelli di democrazia, ma accogliendo le migliaia di disperati che, attratti dal miraggio occidentale, affrontano le rischiose e, a volte tragiche, traversate del mediterraneo, aiutandoli nel lavoro, nel riscatto da un servaggio millenario, nella apprezzamento della dignità umana.Ogni tanto i servizi televisivi ci mostrano l’integrazione razziale e culturale che sta crescendo nelle nostre scuole, dove solidarizzano bimbi italiani con bimbi curdi, iracheni, algerini, marocchini, filippini e chi più ne ricorda, più ne aggiunga; perché è così che nasce l’amicizia tra i popoli; è così che si garantirà le pace nel mondo ; perché è così che si attuerà la simbiosi tra libertà e progresso.

Sarà, questo, il modo migliore per onorare il valore dei nostri eroici caduti.

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