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Nella partita della vita, molte “mani” possono essere vinte… basta avere le idee chiare!


 

…Per crescere meglio – 15

 

Dopo aver affrontato l’età dei bambini per quanto concerne il periodo della scuola elementare, ci ritroviamo ad analizzare il periodo sicuramente più difficile e complesso per un figlio: l’adolescenza. I ragazzi sentono il bisogno di allontanarsi dalla famiglia, vedono il loro corpo che si modifica, avvertono l’esigenza di cercare un compagno con cui fare coppia.

Per un genitore non preparato, è difficile affrontare tutto questo e così nascono in famiglia liti molto frequenti ed incomprensioni continue…. Io, per esempio, per il lavoro che faccio, nonostante abbia la stessa età dei genitori dei miei allievi, posso osservare che i ragazzi parlano con me e non con loro e poi, alla fine, penso che mi sentano dire dei concetti simili a quelli che potrebbero sentirsi fare da loro… solo che a me danno ascolto e a loro no…

…vorrei precisare questo…

Tu puoi esprimere ciò che dicono i genitori con lo stesso significato, ma con una modalità di approccio completamente differente….

… sicuramente!

…tu, innanzi tutto, parli con loro come con un essere umano di pari livello, cosa che difficilmente fa un genitore di “vecchio stampo” anche se di giovane d’età; in te, inoltre, esiste il concetto di rispetto reciproco e di accettazione quando ti trovi di fronte ad una persona educata che sa proporti le sue difficoltà, le sue richieste… e questo crea la differenza fra un buon amico ed un genitore che “rompe”. Quando i genitori impareranno questo nuovo modello (che poi è il modello naturale di relazionarsi con gli altri), tanti figli cosiddetti ribelli, smetteranno di essere tali.

Com’è meglio che un genitore, che ha voglia di capire un figlio e che si vuole rimboccare le maniche, si comporti?

Guarda… i disagi degli adolescenti dipendono in gran parte da quello che si trasmette loro nei primi anni di vita. I genitori, in tal senso, possono fare moltissimo per cui, forse, è meglio che ti dica qualcosa su come è meglio che si comportino. Noi spesso abbiamo parlato del ruolo che un padre o una madre dovrebbero avere nei confronti di un figlio… Ecco… comportarsi da genitori significa trasmettere a questo ragazzo in crescita un’idea chiara “Io ti voglio bene qualunque cosa tu sia, qualunque cosa tu abbia deciso di fare, anche contraria alle mie idee”.

Questo che sembra scontato, rappresenta in realtà un passo fondamentale nel consentire al figlio di diventare una persona matura in quantocché non si sente trasportato ad entrare in opposizione con quella microsocietà (la famiglia) in cui è cresciuto per tanto tempo. Chiarito questo elemento di base, il genitore, comunque ha l’obbligo (ma dovrebbe essere anche un piacere) di seguire “da lontano” il figlio per cercare di capire (con discrezione) quali siano i suoi gusti, i suoi interessi e in che modo contribuire a rischiarare l’orizzonte difficile del futuro a breve e medio termine: amicizie (che possono essere complesse e conflittuali), rapporti con i docenti (altrettanto difficili) e integrazione in una Società ambivalente. Quando, per esempio, i genitori commettono l’errore (su base affettiva) di trasmettere al proprio figlio l’idea di un eccessivo attaccamento alla scuola, il quest’ultimo arriverà alla seguente conclusione: “Mio padre e mia madre mi vogliono bene se io vado bene a scuola o, comunque, se io mostro interesse nei confronti della scuola”. È giocoforza, a livello inconsapevole, che il ragazzo comincerà a creare problemi con lo studio e con i professori, attuando un sistema di vendetta: “Visto che loro mi vogliono bene solo se mostro interesse verso la scuola, io li faccio soffrire, punendoli su ciò cui tengono di più!”.

E’ importante, come ho già detto, trasmettere il concetto di affettività sganciato da qualunque aspettativa e da qualunque altra azione, per evitare una serie di effetti collaterali diffusissimi… e poi, perché è più “bello” così: non si può amare un figlio “a condizione che…”!

Vogliamo dire esattamente quali sono gli elementi destabilizzanti nell’adolescente?

Si possono suddividere in “interni” ed “esterni”.

I fattori “interni” sono quelli legati proprio al periodo di crisi che consegue ad una trasformazione profonda radicali sia a livello fisico che psicologico; il termine “crisi” non deve meravigliare perché intendiamo un periodo di transizione che serve a traghettarsi da una posizione di partenza (prepuberale) ad una successiva, non definita. Dal punto di vista fisico tutto accade, nella maggior parte dei casi, a livello inconsapevole, sotto l’egida di un funzionamento predisposto a livello genetico e neurometabolico. Le problematiche si determinano dal un punto di vista psicologico perché, la crescita maturativa di questo settore, è molto più vincolata all’ambiente in cui si è vissuto di quella che, invece, non sia la trasformazione fisica. In tutti i ragazzi, dall’età di 11 – 12 anni fino all’età di 16 – 17 (ed in alcuni, per diverso tempo ancora), si crea una dicotomia fra l’aspetto corporeo e quello psicologico perché, molte volte, si ha difficoltà ad accettarsi e ad abituarsi alla trasformazione corporea. Queste problematiche possono essere risolte senza strascichi, quando si vive in un ambiente positivo (tipo quello che ti ho descritto prima), altrimenti si rischia di trasformarli in emblemi sintomatici che consentono uno scarico di tensione e di conflitti di altra natura… il cattivo rapporto con se stesso legato al cattivo rapporto col genitore… che poi si trascina anche fuori di casa, tanto per dirne una.

Anche i fattori “esterni”, costituiscono una zavorra degna di nota. Anzitutto la differenza di ideali, di modi di pensare fra quello che si è acquisito in famiglia e quello che si comincia a vedere all’esterno in maniera più concreta… valori quali onestà, dignità, correttezza, il cosiddetto saper vivere insomma, vengono messi alla prova frequentando il mondo esterno, rappresentato da una Società piuttosto confusa.

Anche se, nella mia famiglia, mi sono sentita amata, ho sempre avvertito forte la differenza di atteggiamento dei miei genitori verso noi due sorelle, rispetto a nostro fratello. Perché, specie qui al Sud, secondo te, c’è una predilezione verso il figlio maschio? Con questi sistemi, spesso, si crea un uomo “incapace”, visto che è stato sempre servito e riverito in modo da alimentare il suo egoismo negativo ed il suo egocentrismo!

Mi vuoi spiegare da dove prende origine tutto questo?


Fin dai tempi antichi, al primo figlio maschio venivano lasciati tutti gli averi (chiaramente parliamo di famiglie nobili), perché potesse continuare la prosecuzione delle tradizioni, attraverso il mantenimento del cognome evitando, per di più, la dispersione del patrimonio. Inoltre, si sperava nei figli maschi (questo però nei ceti meno abbienti), perché rappresentavano una “forza lavoro” non indifferente: le famose “braccia per l’agricoltura”! Ancora oggi, nei paesi come l’Italia, è il figlio maschio che trasmette il cognome della famiglia, per cui un genitore (molto spesso) individuando con la permanenza del cognome l’illusione che si trasmetta anche il proprio ricordo, finisce con lo sperare di avere almeno un maschietto nella propria nidiata.

Anche per te è stato così?

Io da molto tempo, forse da quando ero adolescente, speravo di avere due figlie femmine, cosa che poi è avvenuta.

E come mai?

Mah! Qualcuno mi ha detto che il mio, inconsciamente, era un desiderio di evitare lo scontro di competizione con un altro maschio in casa…

Probabilmente, questo è più legato al fatto che non ho avuto sorelle… e si sa, più una cosa ti manca, più la cerchi… in questo caso, più che una sorella, una figlia… anzi due!

Comunque, io sono cresciuto con un concetto individualista, rispetto all’idea di “famiglia allargata” o di “clan”, per cui non mi pongo il problema se qualcuno continuerà a portare un cognome uguale al mio. Preferisco operare per far si che, grazie al modo di essere e di realizzare azioni positive, io non sia dimenticato facilmente.

Ma il motivo per cui si alimenta l’egocentrismo del figlio maschio qual è ?

Questo è in relazione inversamente proporzionale allo sviluppo maturativo dei genitori: un padre siffatto, rivede nel figlio maschio se stesso o quello che sarebbe potuto diventare e lo induce a coltivare i suoi interessi, le stesse scelte di studio… cercando, in definitiva, di colmare quello che non è riuscito a realizzare personalmente.

Per quanto concerne la mamma, in genere con una figlia femmina può nascere un rapporto di competizione perché, quest’ultima, andrebbe ad occupare gli stessi spazi che gestisce lei (nella casa)…. mentre con un maschio queste cose non accadono. In questo modo, il figlio diventa uno strumento da proteggere da una parte… e da gestire dall’altra (anche se non sempre) attraverso delle attenzioni eccessive. E il padre, in certe condizioni, diventa un intruso!

Beh, vado a casa ad affrontare le mie difficoltà da figlia femmina, ma oggi sono più avvantaggiata per affrontare i miei… ti farò sapere com’è andata.

 

G. M. & S. L.

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