Posted on

E’ un enzima che sopprime il ricordo già nella fase dell’apprendimento. Niente paura, da Boston, una nostra corrispondente (ricercatrice universitaria) ci spiega che, tale enzima, si può bloccare utilizzando uno specifico inibitore.


NON tutto ciò che percepiamo è utile o importante e merita di essere ricordato.

Talvolta può essere irrilevante o addirittura spiacevole e quindi vorremmo sbarazzarcene al più presto rimuovendolo dalla memoria.

Ebbene, il cervello provvede, selezionando rapidamente e accuratamente ciò che non ci serve ricordare.

Lo scopo finale è di non sovraccaricare la memoria di informazioni inutili.

Come tutti i processi cerebrali, anche la memoria si basa su una serie di complessi meccanismi, di cui si stanno via via chiarendo i meccanismi a livello molecolare.

Per comprendere le basi fisiologiche di processi complessi come la memoria si ricorre spesso alla genetica sperimentale. Si può così o amplificare determinati geni o sopprimerli, allo scopo di studiare le conseguenze in animali transgenici.

La memoria è regolata da una pluralità di molecole proteiche, spesso degli enzimi, che alterano la struttura di altre proteine chiave aggiungendo (fosforilando) o sottraendo (defosforilando) un gruppo fosforico.

Ciò ne modifica radicalmente la funzione.

Questi potenti enzimi, denominati nel linguaggio biochimico rispettivamente kinasi o fosfatasi, sono alla base di molti meccanismi dell’apprendimento e della memoria, come hanno dimostrato Greengard e Kandel, vincitori del Nobel per la medicina due anni fa.

Per esaminare i meccanismi di formazione e mantenimento dei nostri ricordi, un gruppo di ricercatori svizzeri e americani del Politecnico di Zurigo hanno generato dei topolini transgenici che esprimono una proteina naturale chiamata inibitore 1. Quando tale inibitore è fosforilato, è in grado di sopprimere la funzione di una importante fosfatasi chiamata PP1 legandosi ad essa.

La PP1 è nota per la sua capacità di sopprimere la memoria nel topolino durante un esercizio di apprendimento.

Utilizzando dei composti simili alle tetracicline gli scienziati possono ora alterare a piacere l’effetto dell’inibitore 1 sulla proteina PP 1.

Allo scopo di decifrare il ruolo di queste due proteine (PP1 e suo inibitore) presenti nel cervello dei mammiferi i ricercatori sfruttarono la curiosità naturale dei roditori, i quali tendono a esaminare maggiormente e a ricordare meglio i nuovi oggetti a loro sottoposti piuttosto che altri già conosciuti.

Questo tipo di memoria dipende dall’ippocampo, una parte del cervello importante per la formazione dei ricordi anche nell’uomo, tanto che appare molto danneggiata dalla Malattia d’Alzheimer.

Si sa che, distribuendo l’apprendimento in diverse sessioni invece di condensarlo in una sola si ottengono ricordi molto più solidi (attenzione studenti!).

Si scoprì che attivando l’inibitore 1 (cioè bloccando la fosfatasi PP1) durante un apprendimento di tipo conglobato si ottengono i medesimi risultati che distribuendo l’apprendimento in diverse sessioni. Ciò fa pensare che la PP1 partecipi alla soppressione del ricordo già durante la fase di addestramento.

Ma come?

E’ possibile che la PP1 sia in grado di sopprimere anche i ricordi quando questi si siano già formati? A differenza dei dischetti CD, il nostro cervello ritiene le informazioni in un modo molto più dinamico.


Esso altera a livello molecolare (a breve e a lungo termine) quelle connessioni tra cellula e cellula nervosa chiamate sinapsi. La possibilità di rapidamente codificare e decodificare tali informazioni è essenziale. Pare dunque che al cervello importi maggiormente di essere in grado di poter continuamente riutilizzare i ricordi piuttosto che di riprodurli con assoluta fedeltà.

Per questo motivo una gran parte di ciò che percepiamo quando ritenuto non utile viene subito dimenticato; non solo: la nozione di quanto abbiamo registrato tende a svanire col tempo.


Gli scienziati svizzeri hanno potuto dimostrare che la proteina PP1 interviene nell’atto di dimenticare. Essi hanno utilizzato una piattaforma nascosta sott’acqua addestrando i topolini a raggiungerla a nuoto e a ricordarne la posizione.

Il test, che dipende dall’integrità dell’ippocampo (zona del cervello particolarmente ricca in proteina PP1), è stato precedentemente utilizzato in topolini portatori dei geni dell’Alzheimer.

  • Bloccando la PP1 mediante l’inibitore 1 durante la fase di addestramento si può migliorare l’apprendimento in quanto l’animale dimenticherebbe di meno.
  • Bloccando la PP1 ad apprendimento terminato si può rallentare lo svanire della memoria di ciò che si è imparato, aumentando così la memoria.

Questi dati vengono interpretati dagli autori dell’articolo su “Nature” come una dimostrazione del fatto che la proteina PP1 costituisca non solo un importante regolatore di quanto vogliamo ricordare o dimenticare, ma addirittura un modo efficace di annullare le informazioni già ritenute.

Il meccanismo potrebbe essere alterato con l’età o nel caso dell’Alzheimer. Quindi più che per sviluppare sostanze “anti-memoria” (pillole dell’oblio!), la scoperta potrebbe essere importante per interpretare e, forse, correggere quei fenomeni di scadimento della memoria che possono accompagnare l’età avanzata.

Prof. Ezio Giacobini


A cura della dott. Brunella Felicetti – Ricercatrice Università di Providence – Boston (USA)

Print Friendly, PDF & Email