Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva e continuata nel canale YouTube “infinito Presente”) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio
Perché, conoscersi, comprendersi e (soprattutto) accettarsi per potere (infine) cambiare, aiuta a vivere meglio
Conoscere il nome di una cosa non significa ancora averne fatto esperienza. (Cit.)
Immaginiamo di entrare in una grande biblioteca. Ci sono migliaia di libri. Ogni scaffale contiene argomenti e spiegazioni: dalla Medicina, alla filosofia; dalla Psicologia, alla Storia, e così via.
Possiamo trascorrere ore, giorni, anni a studiare. Possiamo arrivare a conoscere perfettamente un argomento.
Ma immaginiamo che, al centro di quella biblioteca, ci sia qualcosa che ci riguarda personalmente, qualcosa che fa paura e che, invece di “avvicinarci” ad essa, cominciamo ad approfondirci sulla sua conoscenza: leggiamo tutto, analizziamo tutto, cerchiamo statistiche, teorie, spiegazioni. Più conosciamo, più ci sentiamo al sicuro.
A questo punto, forse, senza accorgercene, abbiamo trasformato un’esperienza da vivere in un problema da comprendere. È questo il territorio dell’intellettualizzazione.
L’immagine di copertina richiama il tema centrale di questa puntata: una mente che accumula conoscenze e spiegazioni, mentre cerca di avvicinarsi a un’emozione che fatica a vivere.
Guarda la puntata 156 di Mente & Dintorni
IL BINARIO CLINICO
L’intellettualizzazione: quando il vissuto diventa un concetto
Nel modello psicodinamico, l’intellettualizzazione consiste nella trasformazione di un’esperienza emotivamente coinvolgente in un problema astratto da analizzare. L’Io utilizza le proprie capacità cognitive per mantenere una distanza dall’affetto.
Non necessariamente nega ciò che è accaduto, non necessariamente lo rimuove ma può, anzi, parlarne moltissimo. il punto è che lo fa attraverso concetti, teorie, dati e spiegazioni.
Il problema, in questo caso, non è quello di pensare all’emozione. Il problema nasce quando il pensiero diventa una modalità per non entrare in contatto con l’emozione.
Un esempio clinico
Immaginiamo una persona che abbia appena ricevuto una diagnosi medica preoccupante. Da quel momento comincia a leggere tutto ciò che riguarda la malattia: analizza le percentuali, studia le statistiche, legge gli articoli scientifici, conosce le possibili terapie e le loro probabilità di successo.
Durante il colloquio di analisi personale, racconta tutto con grande precisione. se il terapeuta dovesse chiedergli: “Ha paura?”
La persona risponderebbe: “Bisogna essere razionali. Statisticamente la prognosi non è così negativa.”
La risposta non è sbagliata ma, forse, non risponde alla domanda.
La domanda era: “Che cosa sente?”
E la persona ha risposto: “Mi esprimo su ciò che penso in merito e non su ciò che provo.”
Razionalizzazione e Intellettualizzazione a confronto
Nella razionalizzazione, la mente costruisce soprattutto una spiegazione convincente per un comportamento, una scelta o una reazione. La razionalizzazione trova una ragione.
Nell’intellettualizzazione, invece, l’esperienza emotiva viene trasformata in un problema teorico, astratto, da comprendere. L’intellettualizzazione costruisce una teoria.
In entrambi i casi, però, può esserci una funzione comune: mantenere una distanza dall’affetto.
IL BINARIO DEL QUOTIDIANO: Quando la vita diventa un caso da studiare
In Amore
Pensiamo a una coppia. Uno dei due dice: “Mi sento solo. Ho bisogno che tu mi sia vicino.”
L’altro risponde: “Sai che le ricerche sull’attaccamento dimostrano che nelle coppie con un funzionamento evitante…”
La spiegazione può essere interessante, può essere persino corretta ma, forse, non è ciò che l’altro sta chiedendo, cioè: “Riesci a stare con me mentre sto male?”
Invece di essere dentro l’esperienza, diventiamo osservatori della nostra stessa esperienza.
Sul Lavoro
Pensiamo a una persona che abbia appena ricevuto una bocciatura, una promozione mancata o un giudizio professionale negativo. Invece di contattare le proprie emozioni (come, ad esempio, la frustrazione o l’umiliazione) comincia ad analizzare il sistema.
Parla delle dinamiche organizzative, della cultura aziendale, dei criteri di valutazione, delle distorsioni cognitive dei dirigenti. Tutto può essere vero ma, forse, c’è una frase che non viene pronunciata: “Mi è dispiaciuto. Mi sono sentito svalutato.”
La mente ha costruito un sistema teorico intorno all’esperienza. E dentro quel sistema l’emozione può rimanere al sicuro, lontana.
DAVANTI ALLO SPECCHIO: Quando sappiamo tutto di noi, tranne quello che sentiamo
È forse qui che l’intellettualizzazione diventa più interessante. Possiamo diventare bravissimi a parlare di noi stessi, conosciamo il nostro stile di attaccamento, riconosciamo le nostre difese, sappiamo parlare di transfert, di trauma, di narcisismo, di dipendenza affettiva.
Possiamo persino spiegare perfettamente perché scegliamo sempre lo stesso tipo di partner e, tuttavia, continuare a scegliere lo stesso tipo di partner.
Perché conoscere intellettualmente un meccanismo non significa necessariamente averlo elaborato.
Possiamo sapere che abbiamo paura dell’abbandono e continuare a vivere ogni distanza come un abbandono. Possiamo sapere che tendiamo a controllare e continuare a controllare. Possiamo sapere che abbiamo bisogno dell’approvazione degli altri e continuare a cercarla.
La consapevolezza cognitiva è importante ma non è ancora necessariamente “trasformazione”. Il passaggio successivo consiste nel permettere a ciò che sappiamo di diventare anche esperienza emotivamente riconosciuta e integrata.
IL CONFINE SOTTILE: Pensare per comprendere o pensare per non sentire?
Questa è forse la domanda più importante che possiamo portarci a casa. Perché tutti noi, in determinati momenti, abbiamo bisogno di prendere distanza dalle emozioni. A volte analizzare ci aiuta, studiare ci aiuta, comprendere ci aiuta.
Il pensiero diventa una risorsa quando ci permette di dare un significato a ciò che viviamo. Può diventare una difesa quando diventa il modo privilegiato per evitare il contatto con ciò che viviamo.
La differenza non è sempre evidente. Ed è proprio per questo che la psicodinamica non guarda soltanto a ciò che una persona dice, ma anche al rapporto tra ciò che dice, ciò che sente e ciò che riesce effettivamente a vivere.
Una riflessione da portare con noi
La prossima volta che ci troveremo a parlare per ore di qualcosa che ci riguarda profondamente, fermiamoci un momento. E chiediamoci:
Sto cercando di comprendere quello che sento, oppure sto cercando di non sentirlo?
Perché qualche volta la mente costruisce una biblioteca immensa e, noi, possiamo conoscere tutti i libri ma continuare a non entrare nella stanza in cui si trova la nostra emozione.
Buon cammino a tutti

Direttore Responsabile “La Strad@” – Medico Psicoterapeuta – Vicedirettore e Docente di Psicologia Fisiologica, PNEI & Epigenetica c/o la Scuola di Formazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico SFPID (Roma/ Bologna) – Presidente NEVERLANDSCARL e NEVERLAND “CAPELLI D’ARGENTO” ETS (a favore di un invecchiamento attivo e a sostegno dei caregiver per la Resilienza nel Dolore Sociale) – Responsabile Progetto SOS Alzheimer realizzato da NEVERLAND “CAPELLI D’ARGENTO” ETS – Componente “Rete Centro Storico” Cosenza – Giornalista Pubblicista – CTU Tribunale di Cosenza.
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