Pubblicato su Lo SciacquaLingua
C’era una volta, nella notte più lunga dell’inverno, una Befana un po’ diversa dalle altre. Non portava soltanto dolci e carbone: custodiva un grande sacco di tela ruvida, pieno di parole che la gente, distratta, perdeva per strada.
Dentro quel sacco c’erano accenti caduti, apostrofi vagabondi, doppie fuggite, e soprattutto un mucchietto di verbi confusi che non sapevano più come comportarsi.
Quella notte, mentre la Befana volava sopra i tetti, sentì un fruscio. Dal sacco spuntò un verbo magrolino, con l’aria smarrita.
«Mi scusi, signora Befana… io non so più chi sono» disse con voce tremula.
«E come ti chiami?» chiese lei, atterrando su una nuvola.
«Mi chiamano compire, ma a volte mi chiamano compiere. Io non capisco più quando devo finire qualcosa e quando devo farla.»
La Befana sorrise: non era la prima volta che un verbo le chiedeva aiuto.
«Vieni con me» disse. «Questa notte non porto solo doni: porto chiarezza.»
Si avvicinarono a un camino acceso. La Befana soffiò leggermente e la fiamma prese la forma di un libro aperto.
«Guarda bene» disse. «Compiere significa fare, realizzare, portare a termine un’azione. Compire, invece, è un verbo più raro, antico, e significa finire, giungere al compimento. Tu non devi scegliere chi essere: devi solo ricordare quando ti chiamano per fare e quando per finire.»
Il verbo, illuminato dalla fiamma, si raddrizzò come un soldatino.
«Allora… se dico “compiere un viaggio”, sto facendo il viaggio. Ma se dico “l’anno compie il suo corso”, sto finendo il ciclo.»
«Esatto» disse la Befana. «E ora torna nel sacco: domani qualcuno avrà bisogno di te.»
Il verbo saltò dentro felice, e la Befana riprese il volo. Mentre scompariva tra le stelle, lasciò cadere una manciata di sillabe lucenti che si posarono sui tetti come neve leggera.
Da allora, ogni Epifania, si dice che la Befana non porti solo dolci: porta anche un po’ di ordine tra le parole, perché nessuna lingua può brillare senza cura.
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Le parole chiedono cura: chi le ascolta davvero compie il proprio pensiero e porta a compimento la propria frase.
Ogni parola ha un destino: chi la usa con attenzione compie ciò che dice e lascia che la frase compia il suo cammino.
Chi conosce il valore delle parole compie il gesto giusto e lascia che la frase si compia da sé.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

