Pubblicato su Lo SciacquaLingua
L’esplorazione del lessico italiano rivela spesso come parole di uso quotidiano o colloquiale nascondano radici espressive affascinanti e stratificate. Tra queste, il lessema pallonaro rappresenta uno degli esempi più vividi di come il linguaggio popolare sappia trasformare un elemento concreto e materiale in un’efficace metafora del comportamento umano. Adoperato per “connotare” chi ha l’abitudine di inventare fandonie o ingigantire i fatti per fare impressione sugli altri, il termine si muove con disinvoltura tra il colore dialettale e la lingua nazionale, offrendo uno spaccato linguistico ricco di sfumature.
La parola nasce come derivazione diretta dal sostantivo pallone, a sua volta accrescitivo del germanico palla o balla. Formato con l’aggiunta del suffisso -aro – tipico del dialetto romanesco e delle parlate centro-meridionali per indicare mestieri o attitudini, come in benzinaro – il termine indicava originariamente il venditore o il fabbricante di palloncini e palloni. In ambito figurato, la sua nascita si lega strettamente all’atto del “gonfiare” d’aria una membrana sottile, un’immagine visiva che il popolo ha subito associato al meccanismo della narrazione esagerata o del tutto inventata.
Nel suo significato reale o letterale, dunque, il pallonaro è colui che maneggia, produce o vende palloni e palloncini nelle fiere e nelle piazze. Trasposto sul piano figurato, il sintagma assume la connotazione di mentitore spensierato, fanfaroneo spaccone. A differenza dell’impostore o del truffatore, guidati da intenti dolosi o di guadagno illecito, il pallonaro agisce quasi sempre per vanità, per il piacere di stupire gli altri o per il semplice gusto di darsi importanza. Il pallonaro racconta storie che, proprio come un pallone, “si presentano” voluminose, colorate e appariscenti all’esterno, ma si rivelano piene soltanto di “aria fritta” non appena vengono scalfite dalla verifica dei fatti.
Nell’uso pratico e quotidiano, il vocabolo si presta a molteplici contesti conversazionali per descrivere persone o atteggiamenti privi di attendibilità. Si può dire, e.g. (per esempio): non credere a una sola parola di quello che ti dice Marco sulla sua nuova macchina, sai bene che è un pallonaro, oppure: ieri sera Luigi ha raccontato di aver pescato un tonno di cento chili, ma si tratta della solita sparata da pallonaro. Ancora, in ambito lavorativo o interpersonale, il termine viene adoperato per mettere in guardia qualcuno: non fare affidamento alle sue promesse per quel progetto, si è rivelato solo un grande pallonaro. Attraverso queste applicazioni, la parola continua a svolgere la sua funzione espressiva, restituendo con immediata efficacia il ritratto di chi preferisce la finzione della grandezza alla concretezza della realtà.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

