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Pensieri, emozioni, stati d’animo di adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza). Un confronto intimo per comprendere il significato profondo del “Buio” e del senso di estraneità

Il sole stava tramontando, colorando di arancione i tetti della città, quando Leo si sedette sulla panchina del giardino, accanto a suo nonno. Aveva lo sguardo fisso sulle scarpe e un silenzio pesante ad avvolgerlo. Il nonno lo osservò per qualche istante, poi, con la calma che solo il tempo regala, gli poggiò una mano sulla spalla.

«Cosa c’è che non va, Leo? Sembri altrove.»

Leo sospirò, stringendosi nelle spalle. «È difficile da spiegare, nonno. A volte mi sembra di vivere nel buio. Ma non intendo ciò che accade quando, prima di andare a dormire, si spengono le luci. Mi riferisco al buio di chi le luci non le ha mai avute. È come camminare per strada bendati: si va avanti, ma non si sa dove. Questa benda la porto da una vita e ha un peso inspiegabile; mi provoca un senso di vuoto, pesantezza, solitudine e infelicità.»

Il nonno ascoltò in silenzio, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte.

«Molte volte ho provato a toglierla,» continuò Leo, con la voce che quasi tremava, «ma sembra proprio incollata. Da solo non riesco e sono stanco. Anche se… forse, proprio ora, parlando con te, spero di aver trovato qualcuno in grado di levarmela e farmi vedere finalmente la luce.»

Il vecchio sorrise con dolcezza, stringendogli la spalla. «La luce si trova sempre, Leo, specialmente quando si ha il coraggio di dare un nome a quel buio. Ma dimmi, cosa ti fa sentire così bendato?»

Leo guardò il nonno, cercando le parole giuste per esprimere un groviglio ancora più profondo. «È una strana sensazione di estraneità. Hai mai avuto la sensazione di non appartenere a niente? Come se, ovunque tu sia, nulla sia giusto: le persone attorno a te, il luogo in cui ti trovi e, perfino, in te stesso paia ci sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato. Per me non è una semplice sensazione. È diventata un’amica, una compagna di viaggio, perché è ovunque io mi trovi, sempre nell’angolo del mio occhio, pressante e logorante»

«E sai da dove viene?» chiese il nonno con voce pacata.

«Non lo so,» ammise il ragazzo. «Non riesco neanche a individuare il momento esatto in cui questa mia amica si sia presentata; forse è sempre stata con me, come un piccolo dono della natura alla nascita: il dono di non appartenere, di sentirmi lontana da ogni cosa. Eppure, nonno, io non ho problemi a integrarmi. In ogni contesto sociale riesco a fare nuove amicizie e ad adattarmi, ma dentro di me sento che quell’ambiente non è mio, che le persone non sono le “mie persone”. Mi guardo intorno e vedo centinaia di ragazzi che sanno sempre cosa fare, senza problemi. Per loro questa è solo una parola, mentre per me si porta dietro odio e paura verso me stesso. A volte mi sento un involucro vuoto, un pesce fuori dall’acqua, e a stento riconosco il mio riflesso nello specchio.»

Il nonno tenne il silenzio per qualche istante, lasciando che le parole si posassero nell’aria fresca della sera. Poi parlò, con voce ferma ma piena di calore.

«Sai, Leo, quello che mi dici è contorto, ma non così difficile da capire come pensi. Molti di noi passano la vita a fingere di appartenere a qualcosa solo per paura di restare soli. Ma vedi l’altra faccia della medaglia? Questa tua “compagna di viaggio” ti sta facendo un regalo prezioso, anche se doloroso .»

Leo sollevò lo sguardo, confuso. «Un regalo?»

«Sì,» rispose il nonno. «Ti sta rendendo autonomo. Ti rende incapace di sottometterti a qualcuno o di annullarti solo per il bisogno di sentirti accettato. C’è un grande conforto e una grande forza nel saper stare da soli con se stessi, anche quando fa male. La semplicità non appartiene a chi scava a fondo nell’anima. La tua benda non è incollata per sempre: è solo il segno che stai cercando la tua strada, e non quella che gli altri hanno già tracciato per te .»

A cura di Maria Felicita Blasi

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