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Tutti gli esseri umani vogliono essere felici; peraltro, per poter raggiungere una tale condizione, bisogna cominciare col capire che cosa si intende per felicità. (Jean-Jacques Rousseau). 

Cari Lettori, non è per noi molto difficile trovarci disponibili a rispondere ai quesiti che la gente ci pone. Questo, non tanto per arroganza o presunzione quanto, piuttosto, per una sorta di “verifica” interiore, al fine di scoprire di quante cose non siamo a conoscenza.

Rammentiamo, però, di quando (molto tempo fa) abbiamo ricevuto l’invito a partecipare, come relatori, ad una sorta di aperitivo filosofico in cui discutere di Felicità. Ancora oggi ci è chiara la sensazione di disagio interiore. Avremmo, di sicuro, preferito che si parlasse dell’angoscia esistenziale. 

Sofferenza, quindi.

Ci domandiamo, a questo punto, che senso abbia impegnarci nello studio della mente umana se l’obiettivo non porta a vivere meglio, magari attraverso una migliore conoscenza.

Si narra che, il famoso Cesare Musatti, fondatore della Società Italiana di Psicoanalisi, alla domanda: “Qual è il suo stato d’animo, guardando il Mondo?” – pare che, così, abbia risposto: “Mi sento come una grande Mamma un po’ angosciata all’idea dei suoi figli sparsi in un ambiente così ostile!”

Forse, per avvicinarci alla felicità, dovremmo cominciare proprio da ciò che spesso non vediamo: i legami che ci accompagnano ogni giorno e che, proprio perché diventano familiari, rischiamo di dare per scontati.

Zeus e Filippo, per esempio, ci consegnano una piccola storia che invita a fermarsi.

Per sei anni, ogni pomeriggio, Filippo era uscito dal cancello della scuola elementare alle sedici e un quarto. Zeus lo aspettava sempre sul marciapiede di fronte, puntuale come un orologio che non aveva mai bisogno di essere regolato. Le maestre lo conoscevano, i compagni di Filippo lo conoscevano, e la bidella gli portava l’acqua quando faceva caldo. Era diventato una presenza abituale, una di quelle cose che sembrano esistere da sempre e che nessuno immagina possano mancare.

Poi, a settembre, Filippo era passato alle scuole medie: un’altra scuola, un altro quartiere, un orario diverso. Zeus continuò ad aspettare davanti alla vecchia scuola per undici giorni, finché la bidella non chiamò la famiglia. Nessuno aveva spiegato al cane che Filippo aveva cambiato scuola.

Adesso Filippo e Zeus escono insieme da casa e si ritrovano, ogni giorno, all’uscita della nuova scuola. Alcune abitudini non si cambiano: si spostano soltanto.

Zeus che aspetta Filippo fuori da scuola

Fonte Fedeli fino all’ultimo  

In questa storia non c’è una definizione della felicità, né una lezione da impartire. C’è, piuttosto, il promemoria di quanto facilmente la nostra presunzione di conoscere ciò che conta possa renderci distratti verso i bisogni di chi ci è vicino.

Dal momento che stiamo cercando di scoprire cosa siamo diventati per, poi, capire meglio se (e quanto) possiamo apprezzare il bello e il buono della Felicità, operando un’analisi introspettiva potremmo dividere, sul piano temperamentale e caratteriale (come specchio dell’Anima, ovviamente) la nostra vita (finora condotta) in quattro fasi importanti:

da zero a dodici anni (connotata dall’allegria tipica dell’età, simile, a volte a quella descritta dal Leopardi quando parla di chi sorride fidente trovandosi sull’orlo di un precipizio);

da tredici a venticinque anni (in cui, lo stato d’animo prevalente, è stato caratterizzato da una condizione di angosciato esistenzialismo per il sentirci troppo piccoli di fronte a un Universo troppo grande…);

da ventisei a quarant’anni (periodo di scontri e di rinascita interiore, frutto degli incontri e degli scontri che la Società del tempo ci ha “offerto”, provando a dare colore e respiro, con non poche crisi di maturazione, tanto dolorose quanto necessarie);

da quarantuno anni ai sessanta (potremo ricordare un turbinio di emozioni nel considerarci all’inizio della fase discendente di una parabola esistenziale ancora arida, a nostro giudizio, di quelle soddisfazioni attese)

da allora in poi… (ci siamo portati, in noi, un sorriso convinto, nonostante il peso degli anni e dei tanti impegni, nella consapevolezza che nulla, o quasi, è come sembra alla luce delle disillusioni e che, di conseguenza, anche dentro il nostro animo c’è molto, ancora, da mettere a posto).

Cari lettori, qualcuno sostiene che, col progredire anagrafico si scopre che la felicità non la raggiungi inseguendo gli obiettivi che ritenevi importanti: non tendi più a prevalere come un gladiatore nell’Agone del quotidiano; cominci a capire che l’Amore di (o verso ) qualcuno non è, di per sé, un valore assoluto; non cerchi più le emozioni intense; non credi più all’importanza della scalata nel sociale…

Una sorta di pace interiore, insomma… ma con un sottofondo di leggera inquietudine che ricorda quell’angoscia dei momenti cruciali.

Forse perché, come sosteneva Ferdinando Pessoa,

Noi non ci realizziamo mai perché siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo.

Ma, allora, cosa ci vuole per essere felici?

Siccome esistono termini che vengono considerati sinonimi, proviamo ad intenderci sul loro reale significato. Solo allora, sapremo cosa cercare per determinare in noi, la sensazione di piacere. Comunque lo vogliamo chiamare.

Quand’è che possiamo definirci contenti?

Ognuno di noi crede di esserlo quando è carico di gioia e sprizza gaiezza. Ebbene, questo termine deriva dal Latino “contenere”: quindi, il diritto di sentirci “contenti” ogni volta che avremo l’animo appagato e lo dimostremo con dolce, calma e beata tranquillità!

Allo stesso modo, ci troveremo pervasi di Gioia (dal Latino Iocum iocare), a condizione di avere uno stato d’animo particolarmente positivo in conseguenza di qualcosa che piace come un gioco. E (sempre secondo la derivazione etimologica) se la gioia deriva da una condizione amorosa (verso un partner, un elemento divino, etc.), allora diventa “Gaudio”!

Quindi, saremo Allegri (dal Latino Alacer) quando ci sentiremo motivati e disposti a darci da fare, per goderci la vita.

E felici?

Ricordiamo di aver chiesto alle nostre rispettive madri, tanto tempo fa, di aiutarci a capire come amare la vita.

E’ trascorso tanto tempo da allora ma, ancora oggi, ci piace voler ricordare che, loro, ci spiegarono che “Felicità” è un termine di derivazione latina (Felicitas), che si riporta al verbo greco Feo (PHYO)con il significato di produttore di Fecondità: in sostanza ricchezza interiore.

Ricavammo, allora, di poter definire la felicità come quello stato d’animo di “pienezza” emotiva che consegue al raggiungimento di un obiettivo importante per il quale ci si è impegnati a fondo; è tipico dell’essere umano realista (che sa valutare correttamente il positivo e il negativo della vita sapendo apprezzare ciò che ha e quello che può ottenere) il quale ha acquisito, mediante l’esperienza, la capacità di produrre benessere, cioè quella condizione temporanea, conseguente allo stato di equilibrio metabolico psicofisico (OMEOSTASI) che deriva dall’appagamento dei propri “bisogni” (personali e sociali).

Sempre che la nostra personalità non soffra di troppe conflittualità irrisolte…

E allora, guardandoci “dentro” non possiamo non notare la necessità di migliorare quegli aspetti che, gli esperti chiamano “le funzioni dell’IO” (la “mediazione” tra Es e Super-Io; la capacità di un buon esame di realtà, una oggettiva immagine di sé; un corretto orientamento spazio-temporale; una adeguata capacità di giudizio; un controllo delle pulsioni; una tolleranza delle frustrazioni, etc.)

Volendo essere pragmatici…

… nonostante il peso anagrafico continuiamo a percepire la necessità di consapevolizzare degli obiettivi di vita:

  • a “breve” temine;
  • a “medio” termine;
  • a “lungo” termine.

Fra i nostri obiettivi a “breve” termine…

Se stai bene di pancia, di polmoni e di piedi, tutte le ricchezze del mondo non potrebbero aggiungere nulla alla tua felicità (Virgilio). 

Imparare ad utilizzare correttamente i 5 sensi che la Natura ci ha donato dando importanza, ad esempio, a tutto quello che, nonostante tutto, nel nostro quotidiano, va bene (ciò che resta dell’efficienza psicofisica, eventi positivi cui non si dà importanza, etc.);

E crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose… e impari che il profumo del caffè, al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano gli aromi di una cucina, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve, fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che, in sordina, allargano il cuore (Il gabbiano Jonathan Livingstone).

Nei nostri obiettivi a “medio” termine…

Proporci dei progetti mediante i quali ottenere, a dispetto dei pregiudizi anagrafici, una realizzazione (relativa a quel progetto) e che riguardi uno dei seguenti capisaldi dell’esistenza:

  • Lavoro (inteso come qualunque attività che ci consenta di sentirci utili);
  • Emozioni affettive;
  • Tempo libero da dedicare al rapporto con la nostra Identità;

Come obiettivi a “lungo” termine…

Imparare a vivere secondo una dimensione umana corretta, riuscendo ad appagare sempre meglio il senso di Autostima e quello di Autoaffermazione:

  • ponendoci domande “intelligenti”;
  • cercando risposte adeguate;
  • applicando, nella vita quotidiana, i risultati delle buone riflessioni;
  • facendo tesoro delle esperienze conseguenti;
  • mantenendo il gusto verso il nuovo… così come fanno i bambini!

Abbiamo soltanto la felicità che siamo in grado di capire. (Maurice Maeterlinck)

Cari Lettori, riteniamo di poter essere ascritti nell’elenco di coloro a cui piace studiare. Probabilmente leggiamo meno libri di quanto dovremmo…Non riusciamo a trovare energia mentale a sufficienza. Ad una certa ora, il cervello reclama la propria libertà dalle costrizioni cui lo sottoponiamo. E allora, dopo aver assorbito molte letture saggistiche (monografie tematiche di approfondimento), ci resta una certa voglia di entrare nelle vite degli altri. Solo per curiosare in punta di piedi.

E allora immaginiamo, come in alcuni versi di Lucio Dalla, di volteggiare sopra i tetti delle città, mescolarci con l’odore del caffè, fermarci sul naso della gente mentre legge i giornali; girare il cielo per fermarsi, ogni tanto a curiosare qua e là volare con la polvere dei sogni inseguendo ogni battito del cuore, per capire cosa succede dentro e da dove viene, ogni tanto, questo strano dolore…

Seduto sulla spiaggia deserta cerco di concentrare la mia mente su un vecchio detto indiano che nel dormiveglia mi è entrato in testa e non se ne va: “L’uomo dice che il tempo passa. Il tempo dice che l’uomo passa” (Tiziano Terzani).

Come si fa a incolpare chi ti rende, col suo modo di essere, particolarmente sensibile?

Eppure, forse, le nostre madri avrebbero potuto contenersi, allorquando ci hanno riempito di tutto ciò che ci ha, un po’ alla volta, facilitato il “sentire” empatico…

Si, perché quando impatti con quella realtà che ti costringe ad ammettere che, in fondo, nessuno ti cede quello che ritiene essere importante (Nemmeno quando diventa superfluo) anche se a te serve come l’aria, essere particolarmente “sensibili”, aumenta il disagio e la sofferenza.

E nonostante ci siamo convinti del fatto che la libertà sia, senza dubbio, un valore primario, quando ti accorgi di essere una preziosa porcellana in mezzo a vasi e mazze di acciaio, a volte puoi solo decidere il sistema e la tempistica, per togliere il disturbo. Magari prima possibile.

Ogni tanto ci fermiamo a pensare, soppesando le idee… in fondo, come alcuni cani di quartiere, avremmo voluto soltanto un pezzetto di giardino nella cui vegetazione nasconderci. E, da lì, osservare il Mondo, per capire la differenza che c’è, se c’è, fra l’Inferno e il Paradiso.

Ecco, se fossimo nati sotto forma di un cane, riteniamo che ci sarebbe piaciuto saltellare felice accanto a una mano affettuosa, anche a dividere il nulla. Ma con grande sentimento. L’affetto sincero, infatti, può far vivere di rendita. Famiglia, spesso, ha il vero significato quando trovi qualcuno a guardarti le spalle e, al tempo stesso, a sorriderti e tranquillizzarti anche quando ti trovi sul bordo di un precipizio. La tranquillità consiste nel sapere che, all’occorrenza, si andrà giù insieme.

Che bello togliersi, per un po’, il peso delle tante responsabilità….

I giri mentali cui sottoponiamo il cervello visto quello di cui ci occupiamo e i valori che perseguiamo ci identificano con chi, passeggiando sotto la pioggia come un randagio nella notte, vede uomini lasciarsi andare, donne pentirsi di scelte che non avrebbero rifatto e bambini con uno sguardo a metà fra l’ingenuità e la malvagità come via necessaria alla contestualizzazione che ti evita di sparire fra i flutti dell’indifferenza.

Ecco, noi proviamo a star loro accanto, cercando di dire poco o nulla, per tentare di far capire che la vita, spesso, è una questione di punti di vista e di osservazione. Dipende da dove ti siedi e cosa decidi di guardare.

In fondo, anche questo è Amore. Un modo di condividere ciò che la solitudine insegna.

Bianca e il cavallo

Lo si comprende anche nella storia di Bianca, una husky di diciotto anni ormai quasi incapace di camminare. La sua salute stava peggiorando rapidamente e la famiglia sapeva che il momento di lasciarla andare era vicino. Prima, però, mancava ancora un incontro.

Su un piccolo carrello la portarono fino al recinto del suo amico più grande: un cavallo della famiglia. Quando la vide arrivare così fragile, il cavallo abbassò lentamente la testa. Senza movimenti bruschi, cominciò a sfiorarla con il muso e a darle dolci leccate. Bianca riusciva a malapena a rispondere, ma in quella vicinanza si riconosceva la profondità di un legame.

Possiamo sapere con certezza che cosa comprendesse il cavallo? Non possiamo attribuirgli il concetto umano dell’addio definitivo. Gli animali, tuttavia, possono percepire cambiamenti fisici e comportamentali nei loro compagni e rispondere con una vicinanza che offre conforto. Forse quel cavallo non sapeva che sarebbe stata l’ultima volta; forse percepiva soltanto che la sua amica era fragile e aveva bisogno di serenità.

Bianca se ne andò poco tempo dopo, circondata dall’affetto della sua famiglia. Il suo ultimo viaggio ci lascia una domanda semplice: quante volte il pregiudizio ci impedisce di riconoscere una forma di legame solo perché non somiglia alla nostra? Ci sono amicizie che non hanno bisogno di appartenere alla stessa specie per accompagnarsi fino alla soglia dell’addio.

Bianca e il cavallo

Fonte Cani, Gatti e Natura

Corriamo spensieratamente verso l’abisso, non prima di aver messo qualcosa tra noi e lui per impedirci di vederlo (Blaise Pascal)

Cosa ci riserverà il futuro? 

Più o meno quello che saremo stati in grado di realizzare con la nostra opera e con il nostro modo di essere. Certo, si tratterà di conciliare due opposti estremismi: quello che vuole il Sociale e quello che si aspetta la nostra Identità.

Quindi, ne siamo convinti, continueremo a vivere nel confronto con gli altri, individuando percorsi di “esposizione” sociale (perché è solo così che ti puoi garantire quella libertà relativa che ti consente l’autonomia dal dipendere dal potente di turno) pur con l’aspirazione di un contesto bucolico dove il denaro, ad esempio, non conta e il lavoro si svolge solo perché ti piace farlo.

Cari Lettori come sempre, l’immagine di copertina genera attinenza con quanto riportato nell’articolo. In questo caso, però, assume un valore in più soggettivo: ci rivediamo infatti, nel bambino che, allontanandosi dal proprio oggetto transizionale (l’orsetto di peluche, che ricorda il contatto col materno perduto) protende lo sguardo verso la Luna che, esotericamente rappresenta le profondità del nostro Io nascosto, tenendo il conto dei vari cicli della vita (come, ad esempio, le maree) per calcolare il tempo della semina e quello del raccolto.

Riconosciamo, in noi, la presenza di più di un pensiero felice: il momento del primo abbraccio materno, la nascita dei figli, ad esempio, l’incontro con i begli occhi che ci hanno amato e che ancora ci portano “dentro”, le prospettive di realizzazione futura, finchè durerà…

Crediamo, però, che la luce in fondo al tunnel sia il punto in cui la nostra creatività raggiungerà l’apogeo della Libertà. Quando, cioè, la Identità si fonderà con l’essenza di cui tutti siamo composti, in un quel luogo di Energia e Materia Oscura dove smetti di esistere come Persona per diventare parte del “Tutto”. Dove, per intenderci, quello che il bruco chiama “fine del Mondo”, il resto del mondo, lo chiama “Farfalla”.

Forse, in fondo, la felicità consiste proprio in questo: continuare a cercare un orizzonte anche quando la vita ci ha insegnato che non tutto può essere compreso, previsto o trattenuto. Imparare a riconoscere la bellezza che ci sfiora, gli affetti che ci sostengono, le piccole cose che rendono meno solitario il nostro cammino.

E, soprattutto, non smettere di desiderare quelle ali che, qualche volta, abbiamo creduto di aver perduto.

Perché, finché dentro di noi rimane il desiderio di andare oltre, una parte della nostra libertà è ancora intatta.

Forse è proprio da qui che possiamo ripartire: dal coraggio di alzare lo sguardo, lasciando che il pensiero prenda il volo.

E allora, lasciamo che siano le rondini di Lucio Dalla ad accompagnarci, con la loro malinconia e il loro desiderio di infinito.

Le rondini

Vorrei entrare dentro i fili di una radio
E volare sopra i tetti delle città
Incontrare le espressioni dialettali
Mescolarmi con l’odore dei caffè

Fermarmi sul naso dei vecchi mentre leggono i giornali
E con la polvere dei sogni volare e volare
Al fresco delle stelle, anche più in là

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni

Vorrei girare il cielo come le rondini
E ogni tanto fermarmi qua e là
Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici
E come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità

Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
Per capire cosa succede dentro e cos’è che lo muove
Da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
Dov’è che si prende, dov’è che si dà

Sogni, tu sogni nel cielo dei sogni

C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa. (Trilussa)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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