E ancora una volta ci troviamo davanti a una tragedia che rischia, come tante altre, di diventare soltanto una notizia tra le tante. Una notizia che occupa per qualche giorno le pagine dei giornali, suscita indignazione, alimenta discussioni e poi lentamente scivola via, lasciando dietro di sé un’assenza e un dolore che invece non passeranno.
Forse dovremmo fermarci un momento.
Perché quando una donna viene uccisa, non perdiamo soltanto una vita. Una famiglia perde una persona amata, una comunità perde una presenza, e tutti noi siamo chiamati a interrogarci sulla cultura delle relazioni nella quale viviamo.
Da tempo ci affidiamo, giustamente, agli strumenti della legge e alla necessità di garantire che chi commette un reato ne risponda. Ma la pena arriva dopo.
La prevenzione deve cominciare prima.
Non basta intervenire quando la violenza è già diventata realtà. Occorre costruire, giorno dopo giorno, una cultura capace di riconoscere il rispetto, la libertà e la reciprocità come fondamenta di ogni relazione.
Perché l’amore non è possesso.
Non è controllo.
Non è limitazione della libertà dell’altro.
Non è il diritto di decidere per chi ci sta accanto.
Una relazione autentica dovrebbe essere un incontro tra persone libere, capaci di stare insieme senza che nessuno debba diventare più piccolo perché l’altro possa sentirsi più grande.
E forse è proprio qui che dobbiamo cominciare a guardare.
Non soltanto alle conseguenze della violenza, ma a ciò che può precederla: alle parole, ai comportamenti, alle convinzioni che, talvolta, vengono considerate normali e che invece possono lentamente trasformare una relazione in un luogo di paura.
Dovremmo parlarne molto prima.
Nelle famiglie.
Nelle scuole.
Con gli adolescenti.
Con le ragazze, certamente, ma anche e soprattutto con i ragazzi che saranno gli uomini di domani.
Perché una donna non è un oggetto da possedere, né qualcuno da controllare, trattenere o sostituire.
È una persona.
E come ogni persona ha diritto alla propria libertà, alla propria dignità, alla propria voce e alla possibilità di scegliere la propria strada.
Forse abbiamo bisogno di parlare meno soltanto di uomini “malati”, come se la violenza appartenesse a un mondo lontano dal nostro, e molto di più di persone, relazioni e cultura.
Abbiamo bisogno di imparare a riconoscere ciò che nell’amore non è amore.
Di insegnare che la gelosia non è necessariamente una prova d’affetto, che il controllo non è attenzione e che la sofferenza dell’altro non può mai diventare il prezzo da pagare per una relazione.
Abbiamo bisogno, soprattutto, di restituire alla parola cura il suo significato più autentico.
Prendersi cura dell’altro non significa possederlo.
Significa rispettarne l’esistenza.
Significa lasciare spazio.
Significa ascoltare.
Significa accettare anche la libertà dell’altro, persino quando quella libertà può condurlo lontano da noi.
È un insegnamento difficile.
Ma proprio per questo dovrebbe cominciare presto.
Nelle classi, nei luoghi dove i ragazzi imparano non soltanto le materie, ma anche — spesso senza rendersene conto — il modo in cui stare nel mondo.
Dovremmo parlare con loro di rispetto, di libertà, di differenze, di emozioni, di conflitti e di responsabilità.
Dovremmo aiutare i giovani uomini a comprendere che la forza non sta nel dominare e che nessuna relazione può essere costruita sulla paura.
E dovremmo aiutare le giovani donne a riconoscere il proprio diritto a essere libere, senza dover chiedere permesso per esserlo.
Forse la prevenzione comincia proprio da qui.
Da una parola detta al momento giusto.
Da un adulto che ascolta.
Da un insegnante che apre una discussione.
Da una famiglia che insegna, con l’esempio, che amare significa anche rispettare.
Non possiamo sapere se una singola parola riuscirà a cambiare una storia.
Ma possiamo scegliere di pronunciarla.
Perché dietro ogni donna che non c’è più c’è una vita che avrebbe potuto continuare.
E dietro ogni ragazzo che oggi sta imparando cosa significa amare, forse c’è un uomo che domani potrà scegliere di costruire una relazione diversa.
È lì che dobbiamo arrivare.
Prima del silenzio.
Prima della paura.
Prima che sia troppo tardi.
Non soltanto per impedire un’altra tragedia.
Ma per imparare, finalmente, a custodire l’umanità dell’altro.

Counselor, Tutor e Responsabile Servizi Interni e Lavori Pubblica Utilità presso la Comunità Casa del Giovane di Pavia Comunità “Casa del Giovane” Pavia

