Pensieri, emozioni, stati d’animo di adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza). Un confronto intimo per comprendere il valore simbolico del termine “Casa”
Il profumo del caffè riempiva la cucina, mentre fuori la pioggia batteva leggera contro i vetri. Il nonno era seduto sulla sua solita poltrona, lo sguardo perso oltre la finestra. Mi sono seduta sui gradini di legno accanto a lui, stringendo tra le mani una tazza calda. “Nonno”, ho esordito interrompendo il silenzio, “a scuola ci hanno chiesto di scrivere cosa sia per noi la casa. Ma io non ho disegnato un tetto…”
(La stanza è avvolta dalla luce dorata del tardo pomeriggio. Il nonno ascolta in silenzio, con la saggezza antica di chi sa che le parole più importanti non hanno bisogno di rumore).
Nipote: Vedi, nonno… ci sono parole che occupano uno spazio piccolissimo nel mondo. “Casa”: quattro lettere appena. La disegnano tutti allo stesso modo, con un tetto geometrico, mura severe e una porta chiusa. Ma quel disegno è solo un velo. Impedisce agli occhi di guardare oltre. Ma cos’è, davvero, una casa quando si impara a guardare col cuore?
Nonno:(Sguardo dolce, lo sguardo rivolto ai ricordi) I mattoni curano il corpo, creatura mia. Proteggono dal freddo. Ma lo spirito… lo spirito cerca altro. Dimmi dove si rifugia il tuo.
Nipote: Si rifugia dove abita l’invisibile. Tutti abbiamo un modo segreto di abitare questa parola. Chi si ferma in superficie vede solo la pietra, ma per altri la casa si trasforma, diventa carne e respiro. È il volto della famiglia, il calore degli amici, persino il silenzio fedele di un animale domestico. Per me, la casa è il luogo sacro in cui scopro di essere amata. È il porto sicuro dove la parte più intima e segreta di noi, quella che tremiamo all’idea di mostrare al mondo, può finalmente spogliarsi della paura.
Nonno:(Annuisce lentamente) State parlando d’amore, allora. Dell’amore che si specchia nell’altro e si riconosce.
Nipote: Sì, di quell’amore puro che si fonda sul rispetto e sulla verità, dove si impara a ridere e a capirsi senza il bisogno di alcuno sforzo. E sai, ho capito che non serve viaggiare per trovarlo. La parola «lontananza» si sbriciola davanti al cuore: la distanza dei corpi non potrà mai dividere due anime che si appartengono. Eppure, il viaggio più lungo e faticoso non ha attraversato terre lontane. È stato un cammino al buio, dentro me stessa.
Nonno:(Le prende la mano, accarezzandone il dorso) I viaggi interiori sono i più ripidi. Dove ti sei fermata a riposare?
Nipote: Un tempo, quando fuori imperversava la tempesta, la mia casa era lo studio colorato della mia psicologa. Lì trovavo un approdo, una mano tesa nei miei momenti più bui. Ma oggi, dopo aver attraversato molte tempeste e molte cadute, ho capito. Ho preso la decisione più grande.
Nonno:(La guarda fisso negli occhi) Quale, dimmi?
Nipote: Ho deciso di abitare me stessa. Ho deciso che la mia casa sarò io. Sarò io il mio posto sicuro, l’asilo invalicabile, il luogo che merita questo nome. Amo profondamente questa mia dimora interiore. Forse agli occhi del mondo apparirà piccola, fragile, ma è più di quanto ho sempre sperato. È più della bellezza che pensavo di meritare.
Nonno:(Un sorriso fiero gli riga il volto) Hai costruito un tempio dove altri cercano solo un riparo, e questo nessuno potrà mai portartelo via. Finché sarai custode di te stessa, ovunque poserai i piedi, sarai sempre a casa.
A cura di Maria Felicit Blasi


