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Il cinema non è la realtà: prendi una macchina fotografica e segui l’azione. La bellezza è farne una favola. (Giancarlo Giannini)

Cari Lettori, provate a immaginare un piccolo gatto, chiamato Gelato, nato senza la capacità di stare in piedi. È troppo piccolo per le carrozzine standard del mondo; la sua esistenza sembra condannata all’immobilità.

Poi, immaginate gli occhi sbarrati, febbrili e disperati di Giancarlo Giannini mentre interpreta Pasqualino Settebellezze nell’inferno di un campo di concentramento. Apparentemente, nulla unisce queste due immagini.

Eppure, da esperti dell’osservazione e dell’ascolto, possiamo affermare che in quel gattino immobile e in quegli occhi cinematografici risiede lo stesso, identico, mistero: la fragilità dell’Io contemporaneo e la sua straordinaria, ostinata capacità di reinventarsi per sopravvivere.

Cari Lettori, questo editoriale non è solo un omaggio a un mostro sacro del nostro cinema, che ha da poco festeggiato i suoi 84 anni, ma una sorta di mappa “terapeutica” per ritrovare la speranza quando tutto, intorno, sembra crollare.

Il cammino della cura dell’anima, così come quello dell’evoluzione sociale, non inizia mai da una certezza geometrica ma, semmai, da una ferita, da un’interruzione. C’è un’immagine potente che descrive la condizione dell’uomo contemporaneo: un piccolo essere bloccato, incapace di stare in piedi, per il quale le soluzioni standardizzate del mondo si rivelano troppo grandi, inutili, inadeguate.

È la storia di Gelato, un gattino di poche settimane arrivato al rifugio per animali Cincinnati Animal Care. Non riusciva a camminare, e i supporti tradizionali erano giganteschi per la sua fragilità.

Qui interviene l’atto terapeutico primordiale: l’ostinazione della cura.

La veterinaria Mallory Smith non si è arresa all’evidenza del limite. Ha preso ciò che il quotidiano offriva (righelli, cartone, nastro adesivo e le ruote di alcune macchinine Hot Wheels) e ha costruito una sedia a rotelle “fatta in casa”, su misura per lui.

Quell’artificio rudimentale ha rimesso in movimento la vita.

Foto presa dal WEB

E la bellezza del contemporaneo, quando smette di essere isolamento e diventa comunità, si è manifestata subito dopo: la condivisione social di questo “tentativo” ha attivato una rete globale di empatia. Attraverso una raccolta fondi, la tecnologia della stampa 3D ha sostituito i righelli, regalando a Gelato una carrozzina perfetta.

Da un punto di vista clinico, Gelato non sa quante persone lo amino, ma sperimenta l’effetto di quella cura.

Questa storia ci insegna che la speranza non è l’attesa passiva di un miracolo, ma l’alleanza tra l’inventiva umana, la tecnica e la solidarietà collettiva.

È il passaggio dal trauma (l’immobilità) alla resilienza (il movimento).

Ed è esattamente questo sguardo clinico e creativo che ci serve per accostarci a una delle figure più complesse, poliedriche e terapeutiche della nostra cultura: Giancarlo Giannini.

L’Io diviso dietro lo schermo: la maschera delle nostre nevrosi

Se la storia di Gelato ci mostra la fragilità fisica superata dall’ingegno, la filmografia di Giancarlo Giannini ci offre una radiografia della fragilità psichica dell’uomo moderno. Questo poliedrico artista, infatti, ha espresso una filosofia fondamentale sul suo mestiere, utile anche in chiave terapeutica, e ha spiegato, spesso, come l’uso dei dialetti e la distanza dai suoi personaggi siano stati il suo vero segreto di sopravvivenza psichica sul set:

Ho diversificato la mia recitazione usando i dialetti per vivere un po’ di più come attore. In questo modo ho interpretato napoletani, veneti, siciliani… confondendo il pubblico. Quando un regista mi dice: “Saresti perfetto per quel ruolo perché ti somiglia”, io rifiuto. Più il personaggio è lontano da me, meglio è.

Cari Lettori, osservare la galleria dei suoi personaggi significa analizzare quello che Freud avrebbe definito l’Io diviso, la nevrosi strutturale di una Società che chiede all’individuo di realizzare performance sempre più asfissianti, di essere “qualcuno”, schiacciandolo sotto il peso di contraddizioni insostenibili.

Guidato dalla regia visionaria di Lina Wertmüller, l’attore ha saputo “psicanalizzare” l’italiano medio e, per estensione, l’uomo contemporaneo in pellicole straordinarie. Pensiamo a personaggi iconici come Mimì metallurgico ferito nell’onore o a Gennarino Carunchio in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”.

Cosa sono, se non maschere pirandelliane tragicamente attuali?

Sono uomini scissi tra l’istinto primordiale e le oppressive sovrastrutture sociali, intrappolati in un disperato bisogno di affermazione che sfocia nell’alienazione emotiva. Oggi, nell’era dei profili digitali e dell’iper-connessione, viviamo una frammentazione simile. Cambiamo continuamente “registro” per difenderci dalla precarietà emotiva.

Giannini, con i suoi occhi sbarrati e l’uso espressionista del corpo, ha dato carne e sangue all’angoscia dell’uomo che sente di perdere il controllo sul proprio destino, diventando un tipo psicologico universale.

Bologna, 2 agosto 1980: il grande schermo specchio della ferita storica

Strane associazioni fa la mente umana. Quando abbiamo letto la notizia del compleanno di Giannini, il pensiero è volato immediatamente al giorno successivo, il 2 agosto, col ricordo immedicabile della strage alla stazione di Bologna.

Ma Giannini cosa c’entra con il capoluogo emiliano?

In un baleno la memoria ci restituisce i fotogrammi di un capolavoro del 1974 diretto da Mauro Bolognini: “Fatti di gente perbene”.

In questo film, Giannini interpreta Tullio Murri, un personaggio calato nella Bologna borghese e intellettuale di inizio Novecento, travolto da un torbido e celebre caso giudiziario passato alla storia come il “Delitto Murri”.

Tullio, per tutelare la sorella, organizza l’omicidio del cognato. Il fatto è eclatante per l’importanza della famiglia: il padre è Augusto Murri, eccellente medico cattedratico, laico e radicale.

La pellicola mette a nudo lo scontro ideologico del tempo. Il giudice Stanziani, cattolico convinto e avverso alla laicità, trasforma la vicenda nel primo vero processo mediatico italiano, dove l’opinione pubblica si divide non sui fatti, ma sulle proprie convinzioni civili e politiche.

Aiutati da una stampa in larga parte conservatrice, i reazionari dell’epoca non vedono l’ora di gettare fango su un grande uomo come Augusto Murri, del tutto estraneo al delitto. Divisivi, umorali, a tratti feroci: una prerogativa drammatica degli italiani che si accentua ancor di più nella sanguigna Emilia.

Noi amiamo profondamente Bologna perché da secoli è un faro di civiltà, ma nel suo seno ha purtroppo alimentato figuri che con la democrazia avevano pochissimo a che fare.

Proprio perché Bologna è simbolo di autentica civiltà, chi detesta la libertà colpisce lì quando vuole indebolire l’intera nazione.

La strage del 2 agosto 1980 è uno dei momenti più bui della nostra storia. I processi sono chiusi, la matrice neofascista è stata acclarata e le condanne pronunciate. Eppure, ancora oggi, importanti figure di estrema destra cercano di ignorare le sentenze parlando genericamente di “terrorismo”, mancando di rispetto alla magistratura, alle vittime e a noi tutti amanti della Costituzione. A distanza di decenni dal Delitto Murri, il Paese si scopre drammaticamente spaccato tra chi difende la carta costituzionale e chi guarda ancora con simpatia al ventennio fascista.

Sebbene la sceneggiatura non di altissima qualità non abbia aiutato Bolognini (più interessato alle belle sequenze formali che ad affondare il bisturi nel tema reale) il film funziona come perfetto archetipo psicosociale di ciò che Bologna avrebbe tragicamente vissuto nel 1980.

Giannini, allora giovane e tutto proteso verso una carriera straordinaria, recita da par suo lasciando il ricordo di una magnifica interpretazione.

e, in fondo, tutti i suoi personaggi incarnano proprio questa vertigine: l’individuo schiacciato dall’ingranaggio della macro-storia che cerca disperatamente una via d’uscita. Un’alienazione profonda che colpisce l’intero “sistema Paese”, specchio di una cecità manageriale e politica che soffoca le nostre eccellenze.

Su questo limite strutturale dell’industria italiana, il grande designer Giorgetto Giugiaro ha espresso una riflessione amara che risuona come un monito:

Si sceglie un amministratore sbagliato, si scelgono persone non corrette che devono gestire e quindi l’industria italiana? Siamo in una società che è cieca, non guarda, non sente non ha buonsenso. Quando io sono andato alla Volkswagen incaricato di fare la Golf, c’era la Fiat 128 smontata pezzo per pezzo e, vedendo lo schema che mi presentarono, Ho detto ma sarà la concorrente della Fiat 128? E loro “sì” ma allora perché è più corta e più leggera? Non ha le misure. Loro mi hanno detto: “Noi non riusciremo a fare (nel 1970) un prodotto come la Fiat, con quel peso, con quella meccanica con quello spazio, eccetera, eccetera.” Quindi cos’è stata la Fiat? Cos’è stata la Volkswagen? È sempre questione di uomini, di politica e di aspetti che noi ovviamente subiamo. Si sceglie un amministratore sbagliato, si scelgono persone non corrette che devono gestire e quindi l’industria italiana? Eravamo i primi in tanti aspetti adesso praticamente non ci siamo quasi più

La clinica del grottesco: Pasqualino Settebellezze e il dovere della resilienza

Di fronte all’alienazione della modernità, all’orrore della storia e al declino dei sistemi sociali, come possiamo proporre una via d’uscita che non sia una facile consolazione?

La risposta risiede nella cifra stilistica più pura di Giannini: il grottesco come strategia di sopravvivenza.

L’opera che sigilla questa visione è indiscutibilmente “Pasqualino Settebellezze” (1975). Giannini stesso descrive l’approccio ideale alle difficoltà dell’esistenza e dell’arte con parole chiarissime:

A me piace insegnare la gioia di vivere. Vedo troppa tristezza in giro. Io leggo l’elogio della vecchiaia di Cicerone e dico sempre: ragazzi, provateci, non bisogna stare lì a soffrire. Guardare avanti, inventare, mai seguire la convenzione.

Pasqualino è un uomo mediocre, un camorrista di basso borgo guidato da un’unica, ossessiva pulsione: sopravvivere. Finisce in un campo di concentramento nazista, l’apice della disumanizzazione. Lì, per non morire, arriva a corteggiare la mostruosa comandante del campo. È una scena d’una tragicità infinita, eppure grottesca.

È qui che si fonda una sorta di “realistica speranza”.

Essa non nasce dall’idealismo ingenuo degli eroi, ma dalla miseria degli ultimi. Pasqualino non è un santo, è un sopravvissuto.

La guarigione psichica non avviene negando l’orrore ma. semmai, attraversandolo.

La spinta vitale (la resilienza biologica) è una forza primordiale che si accende proprio quando tutto il resto è spento. Il tono grottesco dissacra il potere: ridere del dramma, pur piangendone le vittime, permette di distanziarsi dal trauma. Giannini ci mostra che l’essere umano ha una capacità infinita di piegarsi senza spezzarsi, giocando con la vita pur di trovare la luce nelle “latrine” della Storia.

Il traguardo di Chombueng: l’etica del fermarsi nel disordine globale

Questo viaggio tra le nevrosi dell’oggi, il sangue di Bologna, i limiti industriali e il riscatto grottesco di Giannini ci porta all’azione del singolo, nel disordine del mondo.

C’è una seconda storia esemplare che chiude questo cerchio editoriale, spostandoci a Ratchaburi, in Thailandia, il 20 gennaio 2019.

Khemjira Klongsanun, una podista di 43 anni, sta correndo la maratona di Chombueng. Al chilometro 13 nota qualcosa: gli altri corridori scartano bruscamente un punto della strada. A terra c’è un cucciolo di pochi mesi, sperduto e terrorizzato. Non ci sono case, non c’è nessuno.

In quel momento, la maratona di Khemjira cambia natura.

Non è più una sfida egoistica contro il tempo. Si china, prende il cane in braccio e corre con lui per i restanti 29 chilometri, tagliando il traguardo con il cucciolo stretto al petto. Fatica doppia, ma motivata da un senso profondo di responsabilità.

Quel cane oggi vive con lei, si chiama Chombueng, ed è entrato in una casa che ospita già 28 cani e 30 gatti salvati. Khemjira ha commentato:

Credo che incontrarlo sia stato un segno del destino

Attore, regista, ma anche perito elettronico e inventore (ha progettato persino la giacca parlante di Robin Williams nel film Toys), Giannini ha saputo unire l’arte alla tecnica. La sua voce unica lo ha reso uno stupendo dicitore e un doppiatore leggendario, prestando la voce in italiano a giganti come Al Pacino e Jack Nicholson. Sulla casualità della vita e l’importanza del fare ha dichiarato:

Faccio questo mestiere per caso, sono stato fortunato. Nella vita serve curiosità. Io non ho mai abbandonato la mia passione per la tecnologia e l’elettronica. Mi diverto a sperimentare, a costruire cose con le mani.

L’etica del fermarsi: curare le ferite della storia

La Storia non si cambia, le Ferite restano. Lo sa bene la città di Bologna, che dal quel tragico 2 agosto 1980 porta nel corpo sociale il trauma di una verità ferita dai depistaggi, specchio di quell’ipocrisia del potere che Giannini denunciava in Fatti di gente perbene. Lo sa bene l’Italia intera, che sconta le miopie di una classe dirigente incapace di valorizzare il genio dei suoi uomini migliori.

Dopo decenni di qualificato lavoro, Giannini si trova oggi in un’età in cui si pensa spesso alla “comare secca” che corteggia ognuno di noi. Ovviamente cerchiamo, come in una partita a scacchi, di prendere tempo, consapevoli che la vittoria finale non sarà nostra. Richiesto di parlare di questi problemi, l’attore ha ricordato l’utilità di leggere il Cato Maior de senectute di Cicerone, dove la vecchiaia è presentata non come un male, ma come una fase serena, ricca di saggezza, in cui la morte non fa paura a chi ha vissuto virtuosamente. Aspettiamo senza impazienza, suggerisce l’attore.

Anche perché Giannini ha conosciuto da vicino la durezza della vita: perse giovanissimo il figlio Lorenzo per un aneurisma. Alla moglie, in un abisso di disperazione, disse parole che ancora oggi fanno venire la pelle d’oca a sentirle:

È una cosa terribile! Ma sta meglio lui di noi

Una dignità immensa di fronte all’irreparabile.

Cari Lettori, ci permettiamo di far notare che la risposta al disordine globale e al dolore privato non è il cinismo, né la rassegnazione.

La risposta è nella maratoneta Khemjira Klongsanun che decide di fermarsi per un cucciolo spaventato.

Curare il mondo non significa aggiustare la macro-storia, ma avere il coraggio di interrompere la nostra corsa quotidiana per farci carico della fragilità altrui.

La cura, l’arte e la memoria sono i nostri righelli e le nostre ruote di Hot Wheels. Sono gli strumenti minimi con cui, ogni giorno, rifiutiamo l’immobilità e rimettiamo in movimento l’umanità ferita.

Perché se la morte è l’unica partita che non possiamo vincere, l’alleanza nell’empatia è l’unico modo che abbiamo per non perdere la nostra umanità lungo la strada.

Restare umani significa fermarsi, raccogliere chi è caduto e ricordarci, con la splendida e fiera commozione di Giannini, che finché avremo la forza di proteggere la fragilità altrui, nessuna sedia a rotelle fatta di cartone sarà mai inutile, e nessuna ferita della Storia rimarrà del tutto incurata.

Ed è proprio tra le pieghe di questa umanità ferita che vi lasciamo alle note di “Here’s to You”, il capolavoro nato dal genio di Ennio Morricone e dalla voce di Joan Baez.

Una melodia che Giancarlo Giannini conosce nell’anima, lui che del cinema italiano è stato corpo, volto e, soprattutto, voce indimenticabile, capace di dare un respiro universale al dolore dei vinti.

Questa ballata nacque per denunciare l’ingiustizia di Stato subita da Sacco e Vanzetti, ma le sue parole risuonano oggi come un atto d’accusa e, insieme, di speranza per la nostra storia recente.

Il verso più potente del brano, “quell’agonia è il vostro trionfo”, parla direttamente alla città di Bologna: un monito che Giannini stesso ha gridato sul grande schermo contro l’ipocrisia del potere, e che oggi ferisce chi cerca di sbiadire la verità di quel tragico 2 agosto con la nebbia di generici terrorismi o di intollerabili depistaggi.

La musica di Morricone si trasforma così nella marcia civile di un Paese che non vuole dimenticare. Diventa il canto di chi trasforma il dolore collettivo in memoria condivisa e in strenua difesa della Costituzione, spingendoci ( con la stessa ostinata passione di un grande artista) a non accettare mai l’immobilità e a rimetterci in cammino, finalmente uniti nella solidarietà.

Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph

Questo è per voi, Nicola e Bart
Riposate in pace nei nostri cuori
L’ultimo e finale momento è vostro
Quell’agonia è il vostro trionfo

Troppo spesso sottovalutiamo il potere di un tocco, un sorriso, una parola gentile, o il più piccolo atto di cura: tutti hanno il potenziale di trasformare una vita. (Leo Buscaglia)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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