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Sono nato a una nuova vita ogni volta che una mia sovrastruttura mentale fatta di pregiudizi, di insegnamenti obsoleti e di credenze accettate acriticamente, si è spezzata e, io, ne sono uscito liberato come da una prigione.
Sono nato a una nuova vita ogni volta che, osservando il Mondo da insospettati punti di vista, la mia mente si è allargata a nuove comprensioni.
Sono nato a nuove vite, quando ho smesso di razionalizzare, ho ascoltato la mia intuizione e mi sono aperto al mistero…  (Federico Faggin – Fisico, inventore del microprocessore)

Nel linguaggio giornalistico e sociologico, siamo da anni abituati a raccontare la “fuga dei cervelli”: una diaspora silenziosa di giovani talenti che lasciano l’Italia alla ricerca di un terreno fertile dove far fiorire le proprie competenze.

Ma cosa accade quando il percorso si inverte? Cosa ci dice il ritorno a casa di chi quel mondo lontano lo ha conquistato, plasmato e dominato?

Il rientro definitivo in Italia di Federico Faggin, dopo cinquantasette anni vissuti nel cuore pulsante della Silicon Valley, non è una notizia di cronaca privata. È un fatto politico, culturale e, soprattutto, psicologico.

C’è una frase con cui Bill Gates sintetizza magistralmente il tutto :

Faggin è stato un pioniere fondamentale per l’industria tecnologica. Senza Faggin la Silicon Valley sarebbe soltanto Valley.

L’uomo che ha firmato il primo microprocessore al mondo (il mitico Intel 4004) e che ha inventato la tecnologia del touchscreen, ha deciso di voltare le spalle all’epicentro del progresso globale. Le sue parole sono una sciabolata che squarcia il velo del mito americano:

Torno in Italia dopo 57 anni: i miei Usa non ci sono più. Non affidiamoci ai tecnocrati: pensano solo al potere e ai soldi

Questo ci consente di fare qualche considerazione sul mito attrattivo dell’America su tanti scienziati europei.

La grandezza scientifico – tecnologica degli USA è inizialmente merito di Adolf Hitler.

Vi preghiamo, cari Lettori, di non ridere, pensando che il gran caldo ci ha dato alla testa. L’ultimo decennio del nazismo costrinse molti scienziati (quasi tutti di origine ebraica) a andar via per salvare la vita e la ricerca. Gli USA si presentarono come la terra promessa ove si poteva ricercare, essendoci fondi e grande ospitalità.

Il discorso proseguì nei decenni con risultati scientifici in tutti i campi di straordinaria efficacia.

La politica nefasta del nazismo e del fascismo svuotò la Cara Vecchia Coltissima Europa dei suoi ingegni più grandi, con danni incalcolabili che scontiamo tuttora.

L’Italia ha dato il suo gran contributo, con Enrico Fermi in testa.

Il mito ha attratto da allora i giovani di ingegno che giustamente hanno inteso andare a perfezionarsi nelle prestigiose università americane e nei “mitici” centri di ricerca.

Per nostra fortuna, il presidente attuale degli USA detesta la grande ricerca (che è anche fonte di libertà) e ha creato un clima di grande malessere (anche economico e finanziario) che non è più attrattivo.

Per decenni abbiamo guardato alla Silicon Valley come alla Terra Promessa dell’ingegno umano, il luogo in cui il futuro veniva costantemente anticipato e messo a servizio dell’umanità. Oggi, attraverso gli occhi di chi quel miracolo lo ha vissuto dall’interno, scopriamo che la promessa si è capovolta in una trappola alienante.

Il modello californiano si è trasformato in una tecnocrazia esasperata, un sistema iper-materialista dove l’essere umano viene ridotto a mero consumatore di dati o a ingranaggio di un mercato algoritmico che risponde esclusivamente alle logiche del profitto e del potere.

La Resilienza come atto di ribellione esistenziale

Come professionisti della relazione che cura, ci troviamo quotidianamente a ridefinire con le persone con cui ci confrontiamo il concetto di resilienza. Spesso di questo termine viene fatto abuso fino a farlo coincidere con una forma di sopportazione passiva: l’abilità di subire i colpi della vita e dello stress senza spezzarsi, piegandosi come un giunco sotto la tempesta.

La scelta di Faggin ci mostra invece la vera natura della resilienza: un atto di ribellione attiva e cosciente.

Resilienza non significa restare a tutti i costi in un ambiente tossico solo perché è considerato vincente dagli standard sociali. Significa avere il coraggio terapeutico di riconoscere quando un modello esistenziale o sociale ha esaurito la sua spinta vitale, quando ha iniziato a soffocare la nostra identità profonda, e avere la forza di fare i bagagli per ricominciare altrove.

Il ritorno a Vicenza di Faggin è un manifesto di salute mentale applicato alla società. Ci insegna che preservare la propria integrità psicologica e spirituale richiede, a volte, il coraggio di una ritirata strategica che in realtà è una grandiosa avanzata verso se stessi.

Lo specchio del dolore giovanile: l’ansia del futuro

Nei momenti di incontro con le giovani generazioni, ascoltiamo storie di ragazzi paralizzati da una profonda e dolorosa ansia per il futuro. Costoro, vivono immersi in un flusso costante di segnali negativi: la crisi climatica, l’instabilità geopolitica, la precarietà economica e, non ultima, la minaccia di un’Intelligenza Artificiale che viene narrata come il parassita definitivo del lavoro e della creatività umana.

I giovani oggi temono di dover soccombere.

Avvertono la pressione di dover performare come macchine infallibili per non essere espulsi da una Società che non tollera la fragilità, l’errore o la pausa. Guardano al domani non come a uno spazio di possibilità, ma come a una gabbia d’acciaio e silicio.

Ed è qui che l’esempio di questo scienziato di ottantaquattro anni diventa terapeutico.

Ai ragazzi che pensano che il successo sia un’equazione matematica basata sull’efficienza e sul conformarsi ai dettami della modernità a tutti i costi, Faggin lancia un messaggio potente: il vertice del successo materiale può rivelarsi un deserto emotivo se svuotato di umanità.

Non si deve avere paura di rifiutare un futuro che ci vuole perfetti ma spenti. La speranza risiede nella nostra capacità di fermarci, di interrogarci e di ridefinire le coordinate del nostro cammino, esattamente come ha fatto lui lasciando la Silicon Valley per ritrovare la sua terra e la sua anima.

Il Mistero di Silicio e la Natura Irriducibile della Coscienza (Lo scienziato che ha incontrato l’infinito)

Per comprendere fino in fondo la svolta di Federico Faggin, non basta fermarsi alla sua insoddisfazione per la deriva capitalistica della Silicon Valley. Bisogna addentrarsi nelle pagine più intime e rivoluzionarie del suo libro autobiografico Silicio.

È qui che la traiettoria del Fisico quantistico devia bruscamente dal materialismo scientifico dominante per incrociare i territori della psicologia profonda e della filosofia della mente.

Faggin non è un mistico che rifiuta la tecnologia per rifugiarsi in un ingenuo idealismo; è l’uomo che ha toccato con mano la materia ai suoi massimi livelli di complessità e, proprio per questo, ne ha visto i confini invalicabili.

Nel libro, lo scienziato descrive una straordinaria esperienza di risveglio della coscienza avvenuta alla fine degli anni ’80: un momento di profonda intuizione in cui ha percepito sé stesso non come un agglomerato di atomi e molecole racchiuso sotto la pelle, ma come parte integrante di un tutto consapevole.

Quella che per la Psichiatria classica potrebbe sembrare un’astrazione e per la Fisica tradizionale un’anomalia, per Faggin è diventata l’ipotesi di lavoro fondamentale: la coscienza non è un sottoprodotto del cervello, ma la sostanza primaria dell’universo.

Da studiosi dell’inconsapevole, troviamo questa tesi di un fascino sconvolgente.

Per decenni, le neuroscienze riduzioniste hanno cercato di spiegare la mente umana come se fosse il software di un computer biologico.

Faggin, che i computer li ha letteralmente inventati, ribalta questo paradigma con l’autorità di chi conosce la materia dall’interno: il silicio può elaborare dati, ma non potrà mai sentire.

La trappola dell’Intelligenza Artificiale: calcolo contro sentimento

Oggi assistiamo a una narrazione quasi mitologica dell’Intelligenza Artificiale. Veniamo bombardati da messaggi che ci descrivono macchine capaci di pensare, creare arte, persino provare empatia.

Questa antropomorfizzazione della tecnologia genera nei nostri giovani un senso di profonda inadeguatezza e svalutazione. Se una macchina può scrivere un saggio, fare una diagnosi o comporre una sinfonia in pochi secondi, qual è il valore dell’apprendimento e dello sforzo umano?

La risposta di Faggin in Silicio è un potente antidoto a questa angoscia esistenziale:

L’uomo avrà sempre la meglio sull’Intelligenza artificiale, perché abbiamo quel qualcosa in più nel nostro cervello rispetto alla macchina, ovvero la coscienza, il libero arbitrio

I computer operano esclusivamente sul piano della sintassi, cioè della manipolazione di simboli secondo regole logico-matematiche predeterminate. Ma sono totalmente privi di semantica: non hanno alcuna reale comprensione del significato di ciò che elaborano. Un algoritmo può simulare le parole del dolore, ma non sa cosa sia la sofferenza.

Può combinare pixel per creare l’immagine di un tramonto, ma non proverà mai lo stupore e la commozione che quel tramonto evoca in un occhio umano.

La coscienza è un fenomeno non-computabile. Noi non siamo macchine fatte di carne; siamo entità capaci di dare un senso al mondo attraverso l’esperienza vissuta.

La sofferenza non è un “bug” informatico

Nella nostra “pratica d’aiuto”, questa distinzione diventa un formidabile strumento terapeutico. Molti giovani che soffrono di attacchi di panico, depressione o ansia da prestazione arrivano con la paradossale richiesta di essere “riparati”. Si percepiscono come macchine difettose, computer con un sistema operativo andato in crash che deve essere resettato per tornare a produrre e a funzionare secondo le aspettative sociali.

L’approccio di Faggin alla coscienza ci permette di restituire a questi ragazzi la sacralità del loro Dolore.

L’ansia, la tristezza, il senso di vuoto non sono “bug” informatici o errori di programmazione cerebrale. Sono, al contrario, la prova provata della loro umanità irriducibile. Una macchina non soffre se viene sovraccaricata; si limita a surriscaldarsi o a spegnersi.

L’essere umano invece soffre perché sente il contrasto tra l’asetticità di una vita spesa a rincorrere performance numeriche e il bisogno profondo della propria coscienza di trovare un significato, un contatto autentico, un amore.

La sofferenza psichica, dunque, non è un segno di debolezza di fronte ai segnali negativi del presente, ma il grido di allarme di una coscienza sana che rifiuta di lasciarsi robotizzare. È il segnale che il “sentire” interiore è ancora vivo e reclama il suo spazio contro la dittatura del calcolo.

Il “Sentire” in Ambulanza e la Scienza del Significato

Nel cuore della sua riflessione, Federico Faggin introduce un concetto che per chiunque si occupi di salute, fisica o psichica, rappresenta il fondamento stesso dell’esistere: l’autenticità del “sentire”.

Scrive il fisico:

So dentro di me che esisto… Lo so perché lo sento dentro di me. Quindi, il sentire è il veicolo del significato.

Questa non è un’astrazione filosofica. È la realtà nuda che si manifesta nelle pieghe della nostra quotidianità, la stessa che emerge da una toccante testimonianza reale che ha fatto il giro del web, scritta da un operatore del soccorso, e che ha spezzato la corazza digitale di migliaia di lettori.

La storia, ambientata durante una fredda notte alla periferia di Bologna, racconta di una chiamata arrivata poco prima delle undici in una palazzina che profumava di sugo e bucato.

La scheda d’emergenza, asettica e digitale, riportava pochi dati freddi: “Donna anziana, 83 anni. Caduta in casa. Vive sola”. Ma quando i soccorritori hanno varcato la soglia, la sintassi algoritmica del computer ha ceduto il passo alla semantica complessa della vita. Sul pavimento della cucina c’era Teresa Rinaldi, pallida e sfinita, e accanto a lei un meticcio vecchio, tutto grigio, di nome Nino. Il cane non ringhiava; osservava i sanitari con una paura immensa. Non la paura degli estranei, ma il terrore assoluto che gli portassero via la sua compagna di vita.

Sul tavolo della cucina c’erano due piatti: uno con una minestra quasi intatta per la donna e l’altro con del cibo per cani tagliato in pezzetti minuscoli. Teresa si era sentita male, ma il suo ultimo pensiero lucido era stato per Nino. Quando i soccorritori hanno provato a sollevarla, le dita tremanti della donna hanno cercato il palmo del cane.

Mio marito è morto da sette anni», ha sussurrato Teresa, «mia sorella non c’è più. I parenti sono lontani. Lui ha solo me. E io ho solo lui».

Nel protocollo medico d’emergenza le regole sono rigide e necessarie, e un’ambulanza non prevede il trasporto di animali domestici. Un computer di bordo o un’intelligenza artificiale applicata alla gestione dei flussi sanitari avrebbero categorizzato il cane come un elemento estraneo da lasciare a terra per massimizzare l’efficienza del sistema.

Ma l’equipaggio, davanti a quella famiglia in miniatura fatta di una donna anziana e di un cane grigio, ha scelto di non agire come un algoritmo. Hanno usato il buon senso e il sentimento, trovando una soluzione sicura per far viaggiare Nino accanto alla barella. Quando l’operatore ha detto a Teresa: «Viene con lei», la donna ha iniziato a piangere piano, liberando un dolore trattenuto per anni. Durante il tragitto in ospedale i parametri clinici erano drammatici, eppure, stringendo le dita contro il muso di Nino, il respiro di Teresa si è fatto meno affannoso e il volto si è disteso. Come ha giustamente scritto quel soccorritore nella sua testimonianza online: «Non tutto quello che cura esce da una borsa medica. A volte è un cane vecchio che resta lì, senza capire tutto, ma capendo abbastanza».

Teresa è morta nelle prime ore del mattino successivo, ma non è morta da sola dietro la porta chiusa di un reparto intensivo: Nino era lì, a terra su una coperta, a fissarla fino all’ultimo istante. Nella tasca del cappotto di Teresa è stato poi trovato un biglietto piegato con il nome di una vicina che si sarebbe presa cura di lui.

Questa vicenda, rimbalzata sugli schermi dei nostri computer, racchiude l’essenza profonda del messaggio di Silicio. Dimostra che fare bene il proprio lavoro (e, per estensione, vivere) non significa annullarsi nelle procedure, ma ricordare costantemente perché esistono: per proteggere la vita e salvaguardarne la dignità emotiva.

Nella solitudine delle nostre stanze professionali, questa dinamica si ripete ogni giorno in forme diverse.

Incontriamo giovani iper-connessi con l’esterno ma tragicamente disconnessi da sé stessi, paralizzati dall’ansia di dover performare come macchine infallibili per non essere espulsi dal sistema.

Arrivano convinti che la loro sofferenza sia un bug informatico da eliminare per tornare a produrre. A loro, mostriamo la lezione di Faggin e la parabola di Teresa: l’ansia, la tristezza e il senso di vuoto non sono errori di programmazione cerebrale. Sono il segnale che il vostro “sentire” interiore è ancora vivo e si ribella a una società che riduce l’esistenza a pura performance numerica.

Curare non significa ottimizzare il software umano, ma ricreare uno spazio in cui sia possibile ri-alfabetizzare il cuore e riscoprire la commozione, l’unica forza capace di scardinare il muro di silicio che rischia di isolarci.

L’Appello per un Nuovo Umanesimo e il Valore dell’Esperienza

Il viaggio di ritorno di Federico Faggin non è il nostalgico viale del tramonto di un uomo anziano. Al contrario, è una lucida e profetica scelta spirituale. Lasciando la Silicon Valley per l’Italia, Faggin dichiara che la salvezza non si trova laddove si accumula il massimo capitale tecnologico, ma laddove si conserva ancora la memoria storica della complessità umana, dell’arte e delle relazioni profonde. L’Italia, con le sue ferite, conserva nel suo DNA culturale quel “Nuovo Umanesimo” di cui il mondo tecnologizzato ha disperatamente bisogno.

È il terreno ideale per fecondare la scienza con la coscienza. Faggin ci sta dicendo che è necessario governare il progresso senza lasciarsi colonizzare l’anima.

Ma viviamo in un mondo capovolto, un mondo che esalta ossessivamente il nuovo, il giovane, l’aggiornato, e tende a ignorare o scartare chi ha già dato tanto. Questa dinamica tecnocratica e capitalista non colpisce solo i computer che diventano obsoleti in pochi mesi, ma ferisce le persone.

È la storia di Elena Rossi, 52 anni, una donna che per vent’anni ha fatto straordinari, rinunciato a cene e compleanni, tenuto insieme colleghi e progetti, e che un martedì qualunque si è sentita dire dall’ufficio risorse umane, con un sorriso educato, che il suo ruolo era eliminato. “L’azienda sta andando in una nuova direzione”.

Nessuno le ha detto che era troppo vecchia o che costava troppo, ma di colpo era fuori. Sostituita. Archiviata.

Uscita da quell’edificio con un’agenda vuota e un silenzio aggressivo in casa, Elena ha guidato senza meta finché non è entrata in un rifugio per animali. Lì, mentre tutti si accalcavano per i cuccioli all’ingresso, lei ha camminato fino al fondo, nella “Zona C – Animali anziani”.

Lì ha incontrato Bruno. Un grande Pastore Tedesco di 10 anni, ex cane da ricerca e soccorso, affetto da artrosi e sensibile ai rumori, con un timbro rosso sulla scheda: URGENTE.

Bruno aveva lavorato per anni salvando vite, c’era persino un ritaglio di giornale che lo celebrava per aver ritrovato un bambino scomparso nel bosco. Ma il suo conduttore si era ammalato, nessuno poteva tenerlo e il rifugio cercava qualcuno con esperienza. Se non ci fosse stato spazio, lo avrebbero trasferito lontano. Avevano messo un prezzo di quaranta euro su un eroe. Solo perché era diventato vecchio.

«Nessuno vuole il vecchio», ha pensato Elena. Era come guardarsi allo specchio. Sentendosi superata e sostituibile, ha detto: «Lo prendo io».

Quaranta euro per un cuore che per anni aveva corso nel buio per riportare qualcuno alla luce. All’inizio non è stato facile: erano due creature spaesate che cercavano di imparare di nuovo cosa significasse stare al mondo. Elena gli raccontava dei suoi colloqui andati a vuoto con selezionatori più giovani di suo nipote, e Bruno ascoltava appoggiando la testa sulle sue ginocchia. Non risolveva il problema, ma Elena non piangeva più da sola.

Poi è arrivata quella sera d’estate. Una festa di quartiere a Modena, luci, musica, e il piccolo Luca, un bambino autistico di sei anni che adorava Bruno.

All’improvviso lo scoppio ravvicinato di un petardo ha scatenato il panico. Luca, spaventato, è fuggito dal cancello lasciandosi dietro il caos delle voci degli adulti che correvano a vuoto. Bruno è rimasto immobile un istante, ha drizzato le orecchie, ha fissato il sentiero sterrato dietro le palazzine ed è partito al trotto, zoppicando ma determinato, seguendo una traccia che solo lui poteva sentire. Lo hanno seguito nell’erba alta fino a una scarpata. In fondo al fosso c’era Luca, paralizzato dal terrore. Bruno, senza esitare, si è lasciato scivolare giù lungo il pendio. Si è piazzato di traverso davanti al bambino, usando il proprio corpo stanco per impedirgli di scivolare oltre. Ha gemuto per il dolore alle articolazioni, ma non si è spostato di un millimetro finché non li hanno tirati su. Ce l’aveva fatta ancora. Era di nuovo… necessario.

Quella notte, a casa, Elena lo ha aiutato a sdraiarsi sul suo cuscino preferito. Bruno ha appoggiato la testa sulla sua mano e ha emesso un sospiro lungo, profondo, liberatorio. Ed Elena ha capito una verità che risuona come il perfetto epilogo clinico ed esistenziale del nostro discorso: viviamo in un mondo che esalta il nuovo e tende a ignorare chi ha già dato tanto. Ma l’esperienza non è un difetto. Le cicatrici non sono una vergogna. A volte è proprio chi ha già affrontato mille tempeste che riesce a vedere il pericolo un attimo prima degli altri. Se credi che questo valga per i cani e per le persone, non dimenticarlo mai: vecchio non significa inutile. Vecchio significa: hai resistito. E vinto

A tutti i Lettori che ci hanno accompagnato nel cammino di questo Editoriale, a coloro che si sentono smarriti di fronte ai venti gelidi del presente e a chiunque si senta sostituito, scartato, troppo vecchio per ricominciare, vorremmo parlare non con la voce del terapeuta ma di chi ha “vissuto” e non si è “arreso”.

Non lasciatevi ingannare dalla retorica del declino o dell’obsolescenza.

Federico Faggin ci offre una certezza scientifica: la macchina più complessa non possiederà mai un solo grammo della nostra coscienza. Noi abbiamo il libero arbitrio, la capacità di amare e di sentire.

Quando il mondo ci chiede di accelerare o di rottamare ciò che non produce, Noi “osiamo” rallentare.

Proviamo a rivendicare il diritto di commuoverci, di curare un cane vecchio, di proteggere la vulnerabilità. La nostra sofferenza e le nostre cicatrici non sono difetti di fabbrica: sono il portale attraverso cui entra la luce del significato.

Il futuro non è un destino già scritto nel silicio dei computer; il futuro appartiene a chi sente.

Federico Faggin è tornato a casa per ricordarci chi siamo.

Elena e Bruno ce lo dimostrano ogni giorno. Non è finita. Abbiamo ancora tutti qualcosa di immenso da dare.

“Federico” usa una metafora illuminante per spiegare la coscienza: dice che il nostro cervello non genera i pensieri, ma funziona come una radio. La radio non crea la musica, si limita a sintonizzarsi sulle onde invisibili dell’etere e a tradurle in suono.

Se la radio si rompe o invecchia, la melodia universale non smette di esistere: cambia solo lo strumento che la diffonde. Teresa, Nino, Elena, Bruno e lo stesso Faggin sono splendide radio che hanno saputo sintonizzarsi sulla frequenza più alta dell’universo: quella dell’empatia e della resistenza umana.

Cari Lettori, guardate oltre lo schermo, ascoltate il vostro battito: voi non siete algoritmi, siete la coscienza dell’universo che guarisce sé stesso. Magari al suono di queste note di Ludovico Einaudi (Quella che sentirete vibrare dentro di voi non sarà un’elaborazione elettrica del cervello ma la vostra coscienza che risponde alla bellezza)

Ludovico Einaudi – Experience

L’umanità è a un bivio: o torna a credere di avere una natura diversa rispetto alle macchine, o sarà ridotta a macchina tra le macchine». Noi stasera abbiamo scelto la nostra natura. Abbiamo scelto di sentire, di resistere e di vincere. Alzate il volume: la sinfonia della vita siete voi. (Federico Faggin)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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