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 Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio.

Perché, conoscersi, comprendersi e (soprattutto) accettarsi per potere (infine) cambiare, aiuta a vivere meglio

Il corpo esprime ciò che le parole non riescono a contenere. (Cit.)

La domanda d’obbligo, a questo punto diventa: quanto abbiamo imparato ad ascoltarci e, soprattutto, quanto dovrà faticare, questo corpo, per farci arrivare il messaggio? E quanti sintomi, a quel punto, si saranno prodotti?

In questa puntata, la numero 135, completiamo il nostro viaggio nel mondo dell’ossessione incorporata.  Se nella scorsa puntata abbiamo analizzato il “motore” biochimico della bulimia (quel sequestro dopaminergico che mette fuori gioco la ragione) e la regressione all’oralità freudiana, oggi dobbiamo scendere ancora più in profondità.  Dobbiamo chiederci: cosa sta cercando di dirci l’anima attraverso questo incessante e doloroso ciclo di incorporazione ed espulsione?

Esploreremo, quindi, il palcoscenico su cui viene rappresentato questo dramma: il ventre, il rapporto con il materno e quella ricerca di perfezione che diventa, paradossalmente, una prigione.

La Fame d’Amore e lo Specchio del Materno

In chiave psicodinamica, il cibo non è mai solo cibo. È il nostro primo contatto con l’Altro, la prima forma di dialogo tra il neonato e chi si prende cura di lui. La bocca è il varco attraverso cui accogliamo non solo il nutrimento ma l’amore, il calore e il riconoscimento.

Nella bulimia, il ciclo “fame-espulsione” riflette spesso un’ambivalenza profonda verso la figura materna o di accudimento.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati, nel suo saggio L’ultima cena, descrive questa dinamica con una precisione chirurgica:

Nella bulimia non si mangia il cibo, si mangia il vuoto. Il bulimico non riesce a far esistere l’assenza, deve colmarla immediatamente, ma più mangia, più il vuoto si spalanca.”

È il paradosso di chi dice: “Ho un bisogno vitale di te, ma ho terrore che tu mi soffochi”.

Mangiare tutto e poi vomitare tutto diventa la messa in scena di questo conflitto: il desiderio ardente di essere nutriti (di affetto e conferme) si scontra con la paura di essere “invasi” da una presenza percepita come troppo ingombrante o, al contrario, emotivamente inafferrabile. Si incorpora per possedere, si espelle per non soccombere.

Il Ventre come Luogo Sacro e Campo di Battaglia

Soffermiamoci ora sul valore simbolico di un’area del corpo centrale in questo disturbo: il ventre. Il ventre non è solo un organo anatomico; è l’archetipo dello spazio interno, il luogo sacro della trasformazione e del grembo. Nella bulimia, questo spazio diventa un campo di battaglia dove si consuma il rifiuto della propria crescita.

  1. Il Grembo (Contenimento vs Invasione): Per la donna, la zona addominale è legata alla capacità di “portare” e accogliere l’altro. Riempire il ventre in modo smisurato per poi svuotarlo bruscamente può rappresentare un conflitto con la maternità stessa. L’eliminazione del cibo può essere un tentativo inconscio di “abortire” simbolicamente un’idea, un peso o una responsabilità che sta crescendo e che spaventa. È il rifiuto della fecondità intesa come capacità di generare sé stessi o altro da sé.
  2. La Trasformazione Alchemica: La digestione è il processo con cui il mondo esterno (il cibo/l’esperienza) viene trasformato in “Sé”. Chi soffre di bulimia spesso teme questo cambiamento. Espellendo il cibo prima che venga assimilato, si blocca simbolicamente ogni possibilità di evoluzione. È come se la persona dicesse: “Nulla di ciò che viene da fuori deve lasciar traccia in me, nulla deve cambiarmi”.
  3. Il “Bambino di Cibo”: In molti casi clinici, l’abbuffata viene vissuta come una “gravidanza fantasmatica”. Quella pienezza estrema dà l’illusione temporanea di non essere soli, di avere qualcosa di “vivo” e caldo dentro. Ma poiché questo “bambino” è fatto di calorie e non di senso, diventa presto un peso insopportabile che deve essere rimosso con violenza.

La Prigione della Perfezione e l’Ombra della Vergogna

Un altro pilastro di questa sofferenza è il cosiddetto “perfezionismo clinico”. Molte persone bulimiche sono persone brillanti, efficienti, impeccabili nella vita pubblica. Ma questo è spesso un “Falso Sé”, una maschera costruita per compiacere le aspettative di famiglie orientate alla perfezione esterna.

La Psichiatra statunitense di origine tedesca Hilde Bruch(pioniera nello studio dei disturbi alimentari) ha evidenziato come, alla base, ci sia spesso un profondo senso di “inefficacia personale”.

Ha descritto, infatti, famiglie orientate alla “perfezione esterna”, dove il bambino cresce cercando di essere “irreprensibile” per compiacere i genitori, perdendo il contatto con i propri reali bisogni interni.

I disturbi alimentari sono il tentativo di compensare un senso di inefficacia fondamentale, la lotta per il possesso di un Sé che non è mai stato percepito come proprio.

L’abbuffata è il momento in cui questa maschera di perfezione crolla; il vomito è il tentativo disperato di “pulire” la macchia e tornare a sembrare irreprensibili. Ma questo segreto consumato in solitudine, dietro la porta chiusa di un bagno, crea una frattura identitaria dolorosa. La vergogna diventa allora il vero motore del sintomo: più ci si sente “difettosi” nel segreto, più aumenta l’ansia sociale, e più l’ansia cresce, più il corpo chiede sollievo nel rituale compulsivo.

Conclusioni e Prospettive Terapeutiche

Siamo arrivati alla fine di questo lungo viaggio. Abbiamo compreso che la bulimia non è un problema di “linea” o di mancanza di volontà, ma un linguaggio arcaico del corpo che cerca di dare voce a un dolore muto.

 Come ci ricordano alcuni esperti del settore:

L’anoressia e la bulimia non sono malattie dell’appetito, ma grida di protesta contro un’identità che si sente soffocare.

La terapia psicodinamica non punta a “mettere a dieta” il paziente, ma a nutrire la sua capacità di dare un nome alle emozioni. L’obiettivo è trasformare il “nutrimento fisico” in “nutrimento emotivo”, aiutando la persona a integrare le proprie fragilità affinché non debba più espellerle come corpi estranei. Solo quando il vuoto dell’anima viene riconosciuto e ascoltato, la bocca può smettere di abbuffarsi e ricominciare finalmente a parlare.

Ci salutiamo con un pensiero di James Hillman, che riassume il senso profondo del percorso di cura:

Prima di curare qualcuno, chiedigli se è disposto a confrontarsi, senza più nascondersi, con tutto quello che lo ha fatto ammalare.

Con la speranza e l’obiettivo di essere stato utile per conoscere sempre meglio chi incontriamo (soprattutto quando ci guardiamo allo specchio) e di avere offerto una chiave di lettura più benevola e profonda verso questa sofferenza, vi ringrazio per avermi seguito. Vi do appuntamento alla prossima puntata nella quale tratteremo il Disturbo da Alimentazione incontrollata o “Binge Eating”

Questo video riassume, semplificandoli, i contenuti finora espressi

Buona “degustazione”

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