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“Ma perché Giulia non è ancora venuta?”

“Perché è morta questo pomeriggio. Nel bagno di casa”

Cari Lettori, quello appena sopra riportato è un dialogo a cui abbiamo assistito, di recente, e che ci ha spinto a riflettere sul senso di caducità della vita che, ogni tanto, pervade il nostro animo.

A questo, possiamo aggiungere che, in Cina, sta spopolando una nuova app a dir poco inquietante.

Si chiama “Silema” (cioè: “Sei morto?”) e la sua funzione è proprio quella di comunicare, come una qualsiasi prassi burocratica, di non essere passati nell’Aldilà.

In altre parole, è un modo per far sapere ai propri familiari (o al contatto di emergenza) che stiamo ancora bene. In caso contrario, entro 48 l’app invia l’allarme e, qualcuno, ci infilerà in un sacco di plastica nera e ci porterà all’obitorio, per lo “smaltimento”.

Ora, a tutto ciò, aggiungiamo il taglio dilagante delle notizie giornalistiche ormai votato alla divulgazione della violenza di ogni genere ed ecco che, un po’ per tutti, il Presente è pesante e il Futuro appare vuoto di prospettive.

Di chi sono i nostri giorni?

Prima di tentare di rispondere, proviamo a capire di cosa sono riempiti e colorati, questi nostri giorni

Per fortuna (o purtroppo, dipende dai casi) ciascuno porta con sé l’eredità di valori e di ricordi con cui è cresciuto e che ha acquisito dalla Famiglia (in primis) e, poi, dalla Scuola.

“Padre, perché mi hai abbandonato?”

Questa frase potente (in realtà “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) è il grido di estrema angoscia di Gesù sulla croce, che esprime la sua profonda sofferenza: l’esperienza di separazione da Dio a causa dei peccati dell’umanità che si è caricato.

E, in effetti, cari Lettori, quello che manca a questa (Dis)Umanità è l’immagine di un Padre come Ettore, Principe di Troia “dotto” di forza, coraggio e senso dell’onore, che rappresenta l’ideale del difensore della propria Patria e della propria Famiglia.

E, per tornare, al grido di Gesù sulla croce, esso rappresenta, anche, un’invocazione che richiama il Salmo 22, indicando non la fine ma la totalità del suo amore e un passaggio verso la speranza e la resurrezione, unendo la sua sofferenza a quella umana.

Ecco, cari Lettori, due come noi ritrovano la base del Credo (Laico, ovviamente) e la forza del Coraggio, nella Funzione del Presidente della Repubblica, che è basilare nella nostra Costituzione ed è chiamata a svolgere un ruolo di delicata fermezza.

Nel corso della nostra vita abbiamo visto in azione figure di esemplare grandezza, come Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi, capaci di sintonizzarsi sul momento storico della Nazione. Oggi, però, il Cuore è abitato da emozioni buie che proiettano ambientazioni sociali prive di tensione morale, dove il cittadino rinuncia alla partecipazione e cerca disperatamente una bussola.

In questo caos, la figura di Sergio Mattarella è diventata, almeno per noi, molto più di un ruolo istituzionale. Non è che egli si voglia “allargare”: tutt’altro. Aveva già preparato gli scatoloni per i suoi amati libri, pronto a tornare alla vita privata, quando il senso del dovere lo ha costretto a restare. Per nostra fortuna. In un panorama politico dove le parole sembrano d’oro ma nascondono passati ambigui, Mattarella resta l’unico punto di riferimento in cui la Costituzione è realmente fondante.

Il suo sguardo è un’icona.

Vi leggiamo una malinconia che spinge all’azione, figlia di un dolore antico (l’assassinio del fratello Piersanti) che egli ha trasformato non in odio, ma in una forza vitale per difendere la democrazia dai poteri criminali. Le sue parole non sono mai retoriche perché certificate da una vita che ha conosciuto il sacrificio.

Il dolore è un tesoro che non si divide con nessuno, ma che può diventare la moneta con cui si compra la saggezza. (Cit.)

Mentre, fuori, la politica insegue piani lontani dal bene comune, il Presidente ci regala “pillole di Costituzione”. È qui che la sua figura incontra la poetica di Paolo Sorrentino e il tema della “Grazia”.

Nell’ultimo capolavoro del regista, la Grazia non è un regalo del destino, ma una forma di resistenza alla volgarità del mondo. È la capacità di restare integri mentre tutto intorno si sgretola.

Immaginiamo allora, “sorrentinianamente”, la luce che resta accesa fino a tardi al Quirinale. Vediamo il Presidente muoversi in quei saloni immensi e silenziosi, simili alle scenografie maestose e malinconiche dell’opera cinematografica di Sorrentino, dove la bellezza architettonica fa da specchio alla solitudine interiore.

Dopo aver ascoltato i consiglieri, egli resta solo con la sua coscienza.

È la solitudine inevitabile di chi deve “metterci la faccia”. Ogni scelta è un travaglio, specialmente quando si parla di concedere la Grazia: un atto che richiede di guardare nell’abisso dell’umano per trovarvi un barlume di giustizia superiore. Come ci indica Sorrentino attraverso le immagini del suo cinema, la “Grazia” è l’unico vaccino contro l’insensatezza. È quella dignità silenziosa, quasi aristocratica nello spirito, con cui Mattarella abita il tempo presente senza farsi contaminare dal rumore di fondo.

Ce l’ha insegnato Soren Kierkegaard in pagine mirabili: l’importanza della scelta. E l’importante è che, “al termine della notte”, il Presidente compia quel gesto in scienza e coscienza. Sarà una scelta di saggezza che forse non piacerà a tutti, ma verrà ammantata di quella Grazia che è, al contempo, estetica e morale. Una coscienza cristallina che diventa, per tutti noi, l’unico aiuto possibile nel trepidante procedere dei giorni.

Ma che differenza c’è fra Sergio Mattarella e il Presidente Mariano de Santis, tratteggiato nel film di Sorrentino?

La diversità tra il Sergio Mattarella reale e il Mariano De Santis di Paolo Sorrentino (interpretato da un magnifico Toni Servillo) risiede nel confine sottile che separa il volto delle istituzioni dal volto dell’uomo messo a nudo dal Cinema. 

Sebbene il film richiami l’estetica e alcuni tratti biografici di Mattarella (entrambi vedovi, entrambi giuristi cattolici con una figlia al fianco), Sorrentino ha chiarito che De Santis è un personaggio autonomo, una “maschera umana del potere” che sintetizza diverse figure presidenziali. 

E, cari Lettori, noi due abbiamo provato a immaginare (e a sognare) una convergenza di personalità, per poter contare, almeno ancora per un po’, su un vero Padre della Patria per poter nutrire la speranza (che, poi, è un Diritto) di credere nell’avvenire, soprattutto dei nostri Figli e dei nostri Nipoti.

Un uomo di Stato non vive nel presente, vive nel tempo dei nipoti che non ha ancora conosciuto. (Cit.)

Se Sergio Mattarella è il garante della Costituzione nella sua applicazione quotidiana e politica e rappresenta la fermezza istituzionale e la stabilità in tempi di crisi, Mariano De Santis è un personaggio metafisico.

Attraverso di lui, si esplorano temi come l’insubordinazione del dubbio, l‘amore e la malinconia del tramonto (essendo alla fine del suo mandato). De Santis è il Presidente che canta le canzoni del rapper Guè o si perde nei ricordi della moglie Aurora, rompendo la solennità per rivelare le fragilità dell’uomo. 

Il concetto di “Grazia”

Per Mattarella, è un atto eccezionale e rigoroso. Nel suo secondo mandato, ha concesso pochissimi provvedimenti (circa 27 su 1.500 istanze), spesso legati a casi umanitari o etici estremi.

Per De Santis, è il fulcro narrativo e filosofico. Egli deve decidere su due richieste di clemenza per omicidio segnate da attenuanti morali. Qui, la Grazia non è solo un atto giuridico ma, semmai, una riflessione sulla coscienza individuale che sfida la rigidità delle regole. 

La grazia è l’arbitrio della bellezza sulla forza. (Friedrich Schiller)

La solitudine e il dubbio

Mattarella incarna la solitudine della responsabilità politica: il suo silenzio è una forma di rispetto per le istituzioni.

De Santis vive la solitudine esistenziale attraverso un silenzio abitato dai fantasmi del passato (come il sospetto di un antico tradimento della moglie) e dal dubbio che la “Grande Bellezza” della politica sia ormai sbiadita. 

La solitudine del Presidente non è isolamento, è la distanza necessaria per vedere l’orizzonte che gli altri hanno dimenticato. (Cit.)

In sintesi, se Mattarella è la bussola etica di un Paese in tempesta, il De Santis di Sorrentino è un ritratto intimo che usa la carica presidenziale come palcoscenico per interrogarsi su cosa resti di un uomo quando il tempo e il potere stanno per esaurirsi.

Eppure, entrambi incarnano il bisogno di protezione che tutti cerchiamo e che, a noi due, ricorda una storia che abbiamo ascoltato. 

Avevo accolto Cesare, un vecchio Boxer dal muso grigio e le zampe stanche, convinto di dovergli solo offrire un ‘affido di fine vita’. Mi ero preparato al silenzio e all’addio, allestendo una casa fatta di materassini ortopedici, tappeti morbidi e passi cauti. Ma Cesare ha sorpreso tutti: ha ritrovato tra le stanze un vecchio riccio di peluche dimenticato, un legame invisibile con una storia di dolore e abbandono che apparteneva a quel condominio, alla signora della porta accanto, a ferite mai rimarginate.

Con quel trofeo tra i denti, il cane che ‘non camminava più’ ha ricominciato a trotterellare, trasformando la sua fragilità in una missione. Non cercava la fine, cercava un posto dove sentirsi al sicuro per poter smettere di stare in guardia. Cesare non è guarito dalla vecchiaia, ma è guarito dalla solitudine. Mi ha insegnato che la protezione non è solo un riparo dal dolore, ma lo spazio in cui ci è permesso essere fragili senza essere invisibili. Perché, come ha sussurrato una vicina guardandolo, la pace non è necessariamente la fine; a volte è solo il momento in cui qualcuno decide di restare accanto a te, tenendo la porta socchiusa contro il buio della paura.”

Ecco, cari Lettori, abbiamo voluto condividere questo racconto potente perché ribalta il concetto di “fine” con cui abbiamo iniziato questo Editoriale: ciò che era iniziato come un accompagnamento alla morte si trasforma in una riscoperta della vita attraverso la cura e la memoria.

Proprio come quel “materassino ortopedico” e quel “riccio di peluche”, il Presidente rappresenta l’elemento di tenuta psicologica della Nazione, attraverso tre aspetti fondamentali che vorremmo sottolineare

  • Lo scudo: Non nega le difficoltà (la vecchiaia/la crisi), ma crea l’ambiente sicuro affinché non diventino disperazione.
  • Il garante della memoria: Come Cesare ritrova il riccio, il Presidente custodisce i valori che noi “mettiamo da parte troppo in fretta”.
  • La presenza: Il suo ruolo non è “fare” (il cane non faceva nulla, respirava e basta), ma esserci, garantendo che nessuno sia lasciato solo nel momento del timore.

Ecco allora la risposta alla domanda: “Di chi sono i nostri giorni?”.

I nostri giorni appartengono a chi sa ancora proteggere il senso delle cose. Se la Politica spesso ci appare come quell’app cinese che si limita a verificare se siamo ancora “funzionanti” o pronti per l’obitorio sociale, la figura del Capo dello Stato agisce come quell’affido di fine vita che, invece di accompagnarci verso l’oblio, ci riporta alla vita.

Mattarella, come il nostro Cesare, non ci chiede di essere perfetti o instancabili. Ci chiede di restare umani. Ci offre uno scudo che non è fatto di armi, ma di Costituzione e di “Grazia”. Uno scudo che ci permette di posare a terra il peso del nostro “riccio di peluche” — le nostre ferite, i nostri lutti, le nostre paure — sapendo che qualcuno, lì in alto, vigila affinché nessuno ce lo porti via.

Cari Lettori, forse la vera “Grande Bellezza” che Sorrentino insegue e che Mattarella incarna è proprio questa: la capacità di abitare il tempo della fragilità con la schiena dritta.

Sia che vogliamo vederci come cittadini smarriti in un’epoca di algoritmi spietati, oppure vecchi Boxer con le zampe che tremano, abbiamo tutti bisogno di un Padre della Patria che, al termine della notte, ci guardi con quella malinconia operosa e ci sussurri che non siamo soli. Perché la Grazia, in fondo, è solo questo: scoprire che nel cuore del potere più alto batte il ritmo rassicurante di un cuore che ci riconosce.

E, mentre le note di quella che ci sembra una giusta colonna sonora sfumano nel silenzio del “Colle” a noi, cari Lettori resta la consapevolezza che, la Grazia, non sia solo un atto scritto ma il respiro di una democrazia che, nonostante tutto, non smette di cercare la sua bellezza.

Perché, i giorni della nostra vita appartengono a noi. E a noi solamente.

The Beatitudes (La Grande Bellezza)

“C’è una forma di bellezza che non abbaglia, ma illumina: è la luce che resta accesa quando tutti gli altri sono andati a dormire.”

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

One Reply to “Il “Quirinale” e la Ricerca della “Grazia””

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