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Il sangue della vergogna imbratta le speranze e il futuro di una vita ancora tutta da vivere. Un giovanissimo è stato accoltellato, ucciso senza un sussulto di pietà. Lo scontro, stavolta, non è avvenuto in strada o in un vicolo cieco, dove non si può “resettare” come in un videogioco. In quel vicolo reale resti bloccato: non puoi gettare il copione né fuggire dalle tue responsabilità. Una volta oltrepassato il limite, non puoi gridare “voglio scendere, questo film non mi piace più”. È troppo tardi: resti lì, con le mani sporche del sangue degli innocenti, a scavarti la fossa.

Questa sequenza drammatica non appartiene al mondo virtuale né ai margini della nostra coscienza; non si presenta tra le strade della movida. Il colpo letale irrompe tra i banchi di scuola, in quei luoghi che dovrebbero trasmettere valori, rispetto e cura delle relazioni. Senza l’altro, la vita stessa soccombe alla violenza, diventando un deserto dove la prossimità si confonde con il possesso e la prepotenza. Il freddo di una lama diventa il timbro su un passaporto che recita: “tutto mi è concesso, anche toglierti la vita”.

Di fronte a questa notizia, il pensiero torna a un incontro di qualche anno fa in una classe superiore. Parlavamo di dignità e bullismo. Molte ragazze difendevano l’omertà con lo slogan: “io non faccio l’infame”. Al termine, una di loro mi mostrò un coltello a serramanico nella borsa: “Lo porto per difendermi, non mi faccio mettere sotto”. Riuscii a farmi consegnare quel pezzo di identità confusa e lo gettai nell’immondizia, il suo unico posto. Davanti a una tragedia avvenuta proprio a scuola, reprimere e vietare non basta più. Servono investimenti veri e risorse umane capaci di intercettare il disagio emotivo dei giovani, prima che diventi irreparabile.

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