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Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio.

Perché, conoscersi e comprendersi, fa vivere meglio.

In questa diciassettesima puntata, ci occuperemo del primo dei meccanismi di difesa definiti di “Diniego”: “La negazione (nevrotica)”

Come precisato nelle altre puntate, questo lavoro riguardante i Meccanismi di difesa, si basa su una delle scale di valutazione più rigorose e affidabili (il cui acronimo è “DMRS “):  quella di John Christopher Perry, ripresa e approfondita dal prof. Vittorio Lingiardi, nelle sue pubblicazioni specifiche

“C’è una parte di me che sa benissimo cosa è successo. L’altra, invece, fa finta di niente, per poter vivere lo stesso” (99 Posse)

Questa breve affermazione estrapolata dal testo “corto circuito” del gruppo musicale “99 posse” ci introduce, come meglio non si potrebbe, nell’argomento di oggi.

Definizione

Meccanismo di difesa attraverso cui si protegge l’IO dall’angoscia (dei conflitti emotivi e delle fonti di stress interne o esterne) rifiutando di riconoscere qualche aspetto della realtà esterna o di ciò che accade dentro sé stessi che, sul piano oggettivo, invece, sarebbe di tutta evidenza.

C’è da precisare che è come se si fosse all’oscuro del contenuto ideativo ed emotivo di ciò che viene negato a sé stessi.

Ad esempio: una persona che non supera un concorso di ammissione (per un corso di studi o di lavoro) e afferma di non provare alcun sentimento di delusione o tristezza.

Questo, crea la differenza con ciò che è definita “negazione psicotica” in cui, invece, si rifiuta di riconoscere un oggetto fisico o un evento che fa parte dell’esperienza presente.

Ad esempio, si nega la morte di una persona cara e si attende il suo ritorno.

Funzione

Consente di non ammettere o di non prendere coscienza di uno stato d’animo che potrebbe causare conseguenze emotive negative (come vergogna, rammarico o altri effetti dolorosi).

Nel caso in cui si riuscisse a superare la negazione, infatti, si provereebbe vergogna (o dispiacere, o rabbia) per ciò che si andrebbe a consapevolizzare.

Diagnosi differenziale

La rimozione

Differisce dalla negazione nevrotica in quanto, pur nascondendo la consapevolizzazione di un evento frustrante, resta traccia emotiva di quello che si “mette sotto il tappeto”.

Nel caso della negazione, si è all’oscuro sia del pensiero che degli elementi emotivi insiti nella sua esperienza ma, cosa importante, ci si deve tenere lontani da tutto ciò che potrebbe ricordare l’esperienza negata,

Chi usa la rimozione può, parlare della propria esperienza anche se non si rende conto del fatto che ne sposta la consapevolizzazione del potenziale danno mentre, chi usa la negazione deve cercare di evitare del tutto l’argomento.

Dissociazione.

Protegge il soggetto dalla consapevolezza di idee e stati d’animo, alterando globalmente l’esperienza cosciente (come se si fosse “altrove”).

La negazione, invece, preserva una consapevolezza normale ma tiene fuori in modo selettivo dalla coscienza l’idea e lo stato d’animo che ne consegue.

Formazione reattiva.

Trasforma un’idea e il relativo stato d’animo nei loro opposti (ad esempio, la rabbia in attenzione e interesse).

Nella negazione, invece, l’idea e l’emozione originarie rimangono inalterate ma al di fuori della coscienza.

Vorrei concludere l’incontro di quest’oggi con un breve racconto dello scrittore “Alessandro Casalini”: un augurio e un delicato invito a ridurre la paura di aprire gli occhi, il cuore e la mente

CUORE “ON DEMAND”...

Volevo un uomo, ma la macchinetta automatica sputò fuori un cuore.

Che avrei dovuto farci, io, con un altro cuore? Ficcarlo in un cassetto e lasciarcelo fino a quando il mio non avesse smesso di battere?

Che fregatura!

Fui costretta a portarlo con me, il maledetto cuore di riserva, perché avevo investito un bel po’ di soldi; e tornare a casa a mani vuote, beh, mi parve ancora più stupido che tornare a casa con qualcosa di inutile.

Così feci entrare un cuore straniero tra le quattro mura del mio monolocale, intrappolato al trentesimo piano di un palazzone destinato a implodere su sé stesso da un momento all’altro.

Rimase per settimane sulla mensola del soggiorno a fissare il mio andirivieni frenetico, fino a quando una sera, erano già le dieci, qualcuno suonò il campanello.

Strano, mi dissi. Chi sarà mai a quest’ora?

Mi alzai dal tavolo e risposi al citofono.

«Chi è?» chiesi con un filo di voce.

Un colpo di tosse.

«Chi è?» ribadii.

«Il tizio al quale hai rubato il cuore. Il mio cuore si è innamorato di te».

Fui sul punto di sbattere il citofono in faccia a quel tizio, ma lui aggiunse: «E anch’io, insomma, ciò che resta di me, credo di pensarla allo stesso modo: ti amo».

Ti amo non me lo aveva mai detto nessuno. E la cosa, dovetti ammettere, mi piacque.

«Quindi mi ami?» chiesi.

«Già, proprio così».

«E che intendi fare?».

L’ennesimo colpo di tosse.

«Allora?».

«Potrei salire le scale e venirti a baciare. Che dici?».

Mi lasciai scappare un sorrisetto. «Credo sia meglio che tu prenda l’ascensore. Sono al trentesimo piano».

Riagganciai e aprii la porta, e subito il cuore di chi diceva di amarmi mi fu accanto, come se non vedesse l’ora di riabbracciare il suo padrone.

Diventammo una famiglia, e i nostri cuori, quattro in tutto, non smisero mai di battere all’unisono.


Con la speranza e l’obiettivo di essere stato utile per conoscere sempre meglio chi incontriamo (soprattutto quando ci guardiamo allo specchio), vi do appuntamento alla prossima puntata, nella quale parleremo del  secondo dei meccanismi di difesa definiti “di diniego”: la proiezione

Questo video riassume, semplificandoli, i contenuti finora espressi, offerti con una delicata base musicale. Buona “degustazione”

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