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Che tu ci creda o meno, amico mio, c’è il tempo per ogni cosa. Non c’è niente di peggio che tormentarsi con la catena dei se. Si può decidere di prendere una direzione diversa solamente quando si è arrivati ad un punto in cui la strada, veramente, si divide. Non prima. (S.Bambarén).

“Quello che non ho detto, è uno spazio senza fine… tra quello che sarei stato e ciò che non mi è riuscito.”

Rivedendo alcune scelte o alcune non scelte veniamo turbati dal ricordo. Da quel che potevamo fare e non abbiamo (per paura, vigliaccheria, quieto vivere) provato a fare.

L’occhio ( e di conseguenza il ricordo) è sempre impregnato dalla malinconia.

Perché gli occhi si addolciscono guardando una foto?

Perché riviviamo un momento in cui eravamo nella possibilità di fare tante scelte. Nel momento in cui ne abbiamo fatto una, ci siamo ingabbiati definitivamente. La libertà di scegliere, una volta fatta la scelta, si presenta spesso con le sbarre di una prigione.

Più passano i decenni e più aumentano i rimpianti. E i pentimenti aumentano a volontà.

Ma di che cosa ci si pente?

Pentita sensatamente. Non mi pento di nulla nella mia vita, eccetto di quello che non ho fatto. (Coco Chanel)

Innegabilmente, la vita consiste in uno scorrere di momenti in cui consapevolizzare gli aspetti della realtà, per coglierne le migliori opportunità.

A quel punto, spesso, ci si domanda se sia meglio vivere di rimorsi piuttosto che di rimpianti.

Che poi, è come dire che dovremmo scegliere se danneggiare o danneggiarci. Probabilmente, bisognerebbe partire dal presupposto che sarebbe opportuno trasformare entrambi, al massimo, in una frazione emotiva a cavallo fra nostalgia (quando ti mancano le cose che ti hanno arricchito) e malinconia (quando ripensi a quello che, a conti fatti, avresti potuto avere, se ti fossi comportato diversamente), senza dolersi per quello che non è stato ma concludendo che, ciò che siamo, è il risultato complesso di quanto siamo riusciti a fare, al meglio delle possibilità.

Alla fine della giornata cosa conta davvero? Non molto. “Alla fine della giornata, se hai sorriso più di quanto ti sei accigliato, se hai gioito più di quanto hai pianto, se hai detto alla tua famiglia e ai tuoi amici che li ami, se ti sei divertito parecchio in quello che fai per vivere, allora è stata una buona giornata” (Larry Winget).

Troppo spesso, nel guidare la nostra quotidianità sui binari della vita, ci si dimentica delle proprie esigenze, non rispettando se stessi, in nome di falsi valori e specchietti per le allodole.

Quello che non ho detto… è un gioco irriverente, una sfida contro il destino: è libertà totale di essere come voglio”

Rimorsi, rimpianti, sensi di colpa…

Il rimpianto è uno stato d’animo determinato dal ricordo di qualcosa che avremmo potuto determinare ma che non abbiamo saputo vivere appieno e ci ha lasciato un retrogusto amaro, in termini di aspettative non realizzate.

Il risultato è una sorta di malinconia, al ricordo, per una sorta di danno alla nostra persona. E come se, ripensandoci, dicessimo mentalmente:“Peccato, quella volta ho perso un’occasione!”

Il rimorso invece, è connotato da emozioni fortemente conflittuali, dolorosamente e intensamente fosche per qualcosa (che abbiamo fatto direttamente o meno ma che avremmo potuto e dovuto evitare) a seguito della quale, qualcuno ha avuto un prezzo pesante da pagare. I rimorsi ce li portiamo dietro per tanto tempo e lasciano un segno profondo.

Il senso di colpa è “parente stretto” del rimorso, ma è come quando si sbaglia in “buona fede”. Ci doliamo dell’accaduto ma non abbiamo agito con premeditazione. Non c’era dolo. I grandi Autori della corrente psicodinamica, sostengono che sia un buon segno “prognostico” riuscire a provare il senso di colpa, perché significherebbe aver superato il problema del Complesso Edipico ed aver capito la necessità e l’importanza di rispettare determinate regole…

Volendo fare una differenziazione specifica, potremmo dire che:

  • il rimorso corrode;
  • il rimpianto invecchia;
  • il senso di colpa consuma.

Il dilemma posto all’inizio di questo articolo, dovrebbe essere affrontato inquadrando il problema in termini soggettivi, prima (in base alla propria libertà di azione), per riconsiderarlo in un ambito più oggettivo, in un secondo momento. Sul piano molto personale, la verità è che non si può vivere senza produrre né rimpianti né rimorsi.

E, nemmeno, sensi di colpa

“Schiavi, dei nostri stessi pensieri… bravi a farsi male e a nascondersi: siamo quello che siamo… indecisi fra dubbio e sincerità”

Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una. (Confucio)

Per moltissimi di noi, queste parole non agiscono come modificazione di comportamenti e modi di pensare. E i rimpianti diventano sempre più copiosi. E non aiutano molto.

Dicono gli esperti del settore, infatti, che gran parte di ciò che siamo ( e di quello che, altri per noi, chiameranno “Destino”) dipenda dal modello di attaccamento (la disponibilità e la responvività della persona che, da piccoli, ci ha protetto di più e che ci ha lasciato, dentro, la tranquillità di essere stati “accettati”, o la rabbia del non essere stati “scelti” o, ancora, la paura di restare, al buio, senza nessuno che ci ami veramente), dalle fasi orale – anale – fallica di Freudiana memoria (una adeguata scoperta del mondo con conseguente piacere del raggiungimento dell’autonomia “gestionale”), da un complesso Edipico risolto o meno (il conflitto col genitore “terzo incomodo” che, a nostro insindacabile parere di infanti, vuole portarci via nostra madre, cioè l’oggetto del nostro bramoso desiderio) e da ciò che chiamano “le relazioni oggettuali” (in pratica, il rapporto con l’oggetivo che fuori di noi e che ci porta ad investire verso l’altro o a rimanere tremendamente egocentrici e narcisisti “patologici”)

Sarà come sarà ma, ogni scelta che facciamo è determinata a danno di altre possibilità e, noi, non possiamo ottenere tutto e nello stesso momento. È come domandare quanti pensieri, contemporaneamente, riusciamo a “distillare” (in maniera compiuta) nell’arco di uno stesso istante.

La risposta sarebbe: Uno soltanto (pur all’interno di un caos di idee)

infatti, è abbastanza complesso e altrettanto articolato tutto il procedimento necessario per portarlo a termine… e allora, anche quando ci sembra di avere la testa affollata di pensieri conflittuali, in realtà ne produciamo a raffica uno dopo l’altro… e il successivo sposta il precedente, con un processo continuo.

A volte, non siamo in grado di riuscire a dare delle risposte alle domande che ci frullano per la testa (a quell’idea, a quei concetti che abbiamo costruito precedentemente), per cui tutto si assembra in una una sorta di sala d’aspetto mentale, come quella affollata degli studi medici in cui troviamo tanta gente in attesa di una parola di conforto o di una triste diagnosi: comunque, gente (e idee) in apprensione.

Osservando il problema in termini oggettivi, invece, potremmo avvalerci di un parametro universale sul quale basarci per ogni eventuale scelta che è la Logica, di fronte alla quale non esistono aspetti individuali ma, soltanto, la verità, che ci consente di distinguere ciò che è bene per noi.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in quest’ottica, finiremmo col vivere su un piano esageratamente egoistico…

Probabilmente è vero, ma esistono 2 ambiti in cui collocare l’univoco termine di egoismo:

  • il primo è quella della positività, mediante cui privilegiamo e salvaguardiamo noi stessi ma senza nuocere a nessuno; in pratica, prima di valutare eventuali altre esigenze vi anteponiamo le nostre ma con un delicato condimento di altruismo;
  • il secondo è quello della negatività con cui, per soddisfare nostre esigenze, volontariamente, danneggiamo gli altri con una certa non chalances!

Devo dirti ancora tanto, se me lo permetterai…

La memoria, in questo ambito, ha una sola dura funzione: quella di aiutarci a rimpiangere.

E, il rimpianto, si presenta come dispiacere per le occasioni perdute o sciupate.

Se saputo vivere, il rimpianto può anche aiutare a vivere, perché il sogno che porta con sé abbellisce la prosa di tante esistenze reali.

Altra  cosa invece, è il rimorso, che è il sentimento di pentimento per un errore.

Se ci si macera dentro e basta, ci si procura una sofferenza che non apre a nessuna positiva operatività.

Se il rimorso, tramite autentico pentimento, agisce in profondità può avere gran valenza. Può dal dolore venir fuori un uomo nuovo, profondamente mutato. In tal caso l’umanità acquista una persona che ha fatto tesoro dei suoi errori e ora si mette a servizio degli altri.

Qualunque sia, però, il nostro occhio sul passato non dimentichiamo che la nostra esperienza di vita è l’occasione che di volta in volta abbiamo scelto.

In Nuova Zelanda, l’agenzia per il trasporto ha creato una campagna pubblicitaria di sensibilizzazione alla guida. Un video, in particolare, mostra una situazione immaginaria nella quale due uomini, poco prima d’impattare in un terribile incidente, hanno la possibilità di parlarsi:

“Amico, mi dispiace, pensavo che ci fosse il tempo…”

“Sei uscito all’improvviso, non ho il tempo di fermarmi!”

“Dai amico, è stato un piccolo errore…”

“Lo so, fossi andato un po’ più piano, ma…”

“Per favore, ho mio figlio sul sedile posteriore!”

“Sto correndo troppo. Mi dispiace…”

Poco prima dell’urto devastante, il padre guarda il figlio, per un’ultima volta, con un’intensità emotiva capace di esprimere, al tempo stesso, Rimorso (per quello che ha causato), Rimpianto (per tutte le volte che avrebbe potuto godersi il bambino e, invece, probabilmente si sarà detto: “Lo farò domani, adesso sono troppo impegnato…”) e, di conseguenza, senso di colpa.

Quello che non ho detto sono amori rubati, condannati già prima di essere frantumati

Cari Lettori, volendo cercare conforto nella saggezza degli Antichi pensatori, potremmo cercare di riascoltare la massima di Pindaro (uomo senza dubbio perspicace, vissuto nella Tebe del VI secolo a.C.) in base a cui “il valore di un uomo si misura alla prova dei fatti”.

Questo, rappresenta una sacrosanta verità in quanto una scelta è una scelta e, quando la si prende per “sano” amore di se stessi, potendo verificare di essere nel giusto, non dovrebbero esistere né rimorsi né rimpianti.

Così come, anche, Epicuro si esprimeva in questi termini: “Se il nostro destino è, comunque, morire… che senso avrebbe aspirare solo a smaltire nell’ombra una vecchiaia anonima fatta di rimpianti, senza un po’ di splendore magari condito da qualche rimorso?”

Ed ancora, Misone scriveva che “infiniti errori assediano, da vicino, le menti degli uomini; nessuno è in grado di capire se ciò che sceglie oggi gli andrà bene per sempre: unico verace giudice della verità sarà, sempre, il Tempo”.

Tutte queste profonde riflessioni, ci suggeriscono l’importanza della riconsiderazione senza il “blocco” del rimorso: intervenire in corso d’opera, per avere la forza di muovere la barra del timone verso obiettivi che ci paiono migliori e più realizzanti.

Questo atteggiamento, anche se alla fine registra sconfitte, è “autenticamente” umano.

È il modo di procedere di chi vuol vivere e non ama “lasciarsi” vivere.

È la sorte dell’uomo che è consapevole di poter fare naufragio, ma avverte dentro di sé la forza di lottare e andare avanti nel labirinto dell’esistenza.

È il mito di Sisifo, di cui parla in pagine immortali Albert Camus.

Sisifo spinge il macigno verso la vetta. Quando poi cade di nuovo a valle, Sisifo comincia da capo la sua fatica.

In questo lavoro che può sembrare senza senso (come appare spesso la vita) si può ipotizzare che Sisifo sia, a suo modo, felice.

E allora?

Utile, dopo aver ben compreso la differenza (e la distanza) che alberga fra un valore primario e un disvalore fuorviante, evitare di riempire la bisaccia dei rimpianti. Quella dei rimorsi resterà (finchè agiremo in buona fede), svuotata di ogni significato.

Esiste una specie fra gli uomini, stoltissima, che spregia i beni di cui può godere e sospira dietro quelli irraggiungibili, perdendosi dietro vani fantasmi (Ovidio).

Il messaggio che si dovrebbe, alla fine della fiera, arrivare ad avere chiaro, è il seguente: VIVI LA VITA COME MEGLIO CREDI E SECONDO COSCIENZA, PERCHE’ SUL TUO CAMMINO TROVERAI SEMPRE QUALCUNO CHE TENTERA’ DI INSINUARE IL RIMORSO NELLA TUA MENTE, PER QUANTO PULITA ESSA SIA.

Però dal momento che, coloro che sostengono che una cosa “non si può fare” non dovrebbero creare ostacoli a quelli che, invece ci stanno riuscendo allora, caro lettore, chiunque tu sia, vivi, ma non dimenticare una cosa altrettanto importante: LASCIA VIVERE.

Cari Lettori, la suggestiva immagine di copertina, mostra un giovane incamminato sulla via della vita con, di fronte, il simbolo della Forza, della Memoria e della Saggezza che è l’elefante. Sulla destra, a fare da sfondo, il Mare, da cui tutti proveniamo e verso cui dobbiamo tendere, per ritrovare il motivo di continuare ad “andare”.

Perché, come ha scritto un grande autore della Musica Italiana, “Quello che non ho detto è trepidazione, attesa: qualcosa si muoverà, fra le pagine bianche che la vita non scriverà. Dirsi tutto fino in fondo: se la verità fa male più di tanta ipocrisia, che sia meglio perdonarsi, che voltarsi e andare Via.

Quello che non ho detto
È uno spazio senza fine
È l’alibi perfetto
Di un momento sublime
È riconciliazione
Tranquillità assoluta
Tra quello che sarei stato
E ciò che non mi è riuscito

Quello che non ho detto
Non piace mai a nessuno
È un gioco irriverente
Una sfida contro il destino
È libertà totale
Di essere come voglio
Sfuggendo ai pregiudizi
Alla legge dell’orgoglio

Schiavi dei nostri stessi pensieri
Fieri di questa imbecillità
Bravi a farsi male e a nascondersi
Siamo quello che siamo e già
Indecisi fra dubbio e sincerità

Quello che non ho detto
Sono amori rubati
Condannati già prima
Di essere frantumati
Dalla furia e dall’arroganza
Dei padroni del cuore
Sono sguardi che uccidono
Senza silenziatore

Eppure il tempo avanza
Sfidando le incertezze
Non siano quei silenzi
A combattere per noi
Poca vita consumata
Troppa buttata via
Quello che non ho detto
Odora di fantasia

Devo dirti ancora tanto
Se me lo permetterai
Un pretesto, uno soltanto
Così tu deciderai

Vivi, se tu sai raccontarti
Vivi, non fermarti a metà
Fuori, passioni e voglie impossibili
Quello che non ho detto chissà
Domani forse dal buio mi salverà

Quello che non ho detto
Regola il flusso di ogni emozione
Si coniuga facilmente
Con le strofe di una canzone
È trepidazione, attesa
Qualcosa si muoverà
Fra le pagine bianche
Che la vita non scriverà

Dirsi tutto fino in fondo
Se non soffri non cresci più
Nella forza di un incontro
La ragione ritrovi tu

Se la verità fa male
Più di tanta ipocrisia
Che sia meglio perdonarsi
Che voltarsi e andare via

“Mi chiedo cosa ne sia delle nostre occasioni perdute: forse non muoiono per sempre. Forse restano a disposizione per quando saremo diventati capaci di saperle meritare” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto per la collaborazione offerta

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