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Questo articolo / intervista è stato scritto nel lontano 15 gennaio 2005. Viene riproposto, leggermente aggiornato per via di una tematica sempre molto attuale.

BUONA LETTURA

Caro Dottore, lei spiega nell’articolo L’Amicizia che il fatto di sentirsi obbligati ad essere disponibili verso un amico, anche a scapito proprio, dipende da valori e condizionamenti soprattutto di tipo religioso o, comunque, “illogici” e che appartiene a problemi personali che andrebbero affrontati e risolti. Io le ho riferito, più volte, di essere stata troppo disponibile verso persone cui sono legata affettivamente e, poi, di essermela presa con me stessa per i conseguenti disagi che ho avuto. Perché continuo a fare tutto questo?

Per abitudine. Nel passato quello di dover essere disponibile ad ogni costo e per ogni richiesta verso le persone ritenute amiche o parenti, era un sistema legato ad apprendimenti prevalentemente materni; oggi, le è rimasta come abitudine inconsapevole, se non si controlla, quella di eccedere nella disponibilità.

Come modifico questo sistema?

Quando si relaziona con persone che ritiene amiche, è necessario che rifletta consapevolmente sulle richieste che le fanno e sulla sua disponibilità ad accoglierle, visto che poi ne paga le conseguenze.

Comunque, io mi sento disponibile, in genere, ad impiegare tempo ed energia per essere utile in qualcosa di pratico, mentre ciò che poi mi porta disagio e sofferenza sono le lamentele relative a problemi personali, soprattutto se anche io sono afflitta da problemi analoghi. Perché ciò accade?

Mi faccia un esempio.

Io vivo da sola da qualche anno e, più passa il tempo, più questa condizione mi pesa. Se qualcuno che si ritrova in una condizione simile alla mia, magari temporaneamente, si lamenta con me della propria solitudine, mi sento male: per me e per lui!

In questi casi dovrebbe adottare una risposta adeguata, cioè dire che si sta parlando di argomenti per lei difficili, dal punto di vista personale e far terminare, quindi, quella discussione. Si tratta di richiamare l’attenzione su un dato di realtà, cioè: “Tu ti lamenti perché sei rimasto solo, ma stai parlando con una che vive sola. Allora, come pensi che mi possa sentire io? Se tu ti lamenti io, poi, soffro perché mi attivi altre problematiche; di conseguenza non sono in grado di poterti più ascoltare. Se hai problemi di altra natura, che non sono anche i miei, è possibile che ti possa aiutare, altrimenti danneggio me stessa, né tu puoi pretendere una cosa del genere, perché, altrimenti, non dimostri di essere una persona amica”.

Ma non può ritenersi offeso un amico, se, in un momento in cui ha un problema ed ha bisogno di parlarne, gli si voltano le spalle?

E se il tuo problema è simile al mio, io, poi che faccio? Con chi ne parlo? Mi sfogo con te? Così, poi, ti ricarico e il circolo continua!

Bene! Ma nel caso in cui una persona non accetti queste motivazioni?

Diventa un problema dell’altro… ma non suo!

Nello stesso articolo lei spiega che, molte volte, bisogna non rispettare dettami prettamente logici, per non rimanere soli. Ma fino a che punto?

A parte il fatto che io mi riferisco a situazioni che prevedono legami connotati da intensa affettività, posso rispondere dicendole che il limite lo stabiliamo noi, in base al rapporto che abbiamo creato con chi ci sta di fronte. E’ chiaro che la cosa non ci deve creare problematiche consistenti.

Se lei, per danneggiamento considera la perdita di sonno, è una cosa accettabile: se, invece, valutiamo elementi più importanti, c’è da riflettere.

Ma sono sempre valutazioni personali, che dipendono da cosa le ha dato l’altro, da cosa le ha dimostrato: una persona che si è proposta in maniera affettuosa, disponibile, concreta, pronta ad aiutarla, merita che lei si attivi in caso di difficoltà.

In questo caso non può certo parlare di principi logici di autoconservazione, anche perché, altrimenti, non trova nessuno che sia pronto a relazionarsi con lei, dal momento che si mostrerebbe come un essere umano troppo “difficile” rispetto ai “limiti” di questo periodo storico.

Nel rapporto con se stessa, per le decisioni importanti può e deve usare la logica; nel momento in cui si relaziona con gli altri, ha necessità di ricordarsi che ci sono dei limiti, altrimenti può andare a fare il “romito” su una montagna!

Come, scusi?

Era un’affermazione di Eduardo de Filippo in “Natale in casa Cupiello”.

Ah!

Tornando a noi, lei spiega che un rapporto di reale amicizia funziona da specchio in cui possiamo rivedere, molto spesso, nostri aspetti positivi e negativi. Cosa significa?

Non è che noi rivediamo nell’altro nostri aspetti ma, semmai, è nel rapporto con l’altro che possiamo vedere delle manchevolezze. M spiego meglio: un amico le può far notare, con belle maniere, quelli che sono i suoi difetti e, contestualmente, la stimola a superarli. Un vero rapporto di amicizia è tale se, chi ti sta accanto, ti dice le cose così come stanno, senza prenderti in giro.

Ma non tutti lo accettano.

In quel caso non si può parlare di rapporto di amicizia valido per entrambi allo stesso modo. Da un amico si accettano determinate affermazioni, soprattutto se, poi, se ne verifica la correttezza, così come di un amico si accettano pure i limiti, con benevolenza. Inoltre, l’amicizia è l’elemento fondamentale per la costruzione di un rapporto di coppia, perchè si è pazienti e disponibili, altrimenti, ci si fa una guerra continua.

Mi può salutare con il solito aforisma, per favore?

Bisognerebbe scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico. (Joseph Joubert)