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Caro Dottore, è da tempo che desidero farle qualche domanda sull’amicizia, di cui ho letto su molti libri, senza riuscire, però, a farmene un’idea chiara. Partendo dal significato trovato sul Dizionario Garzanti della lingua italiana, che definisce l’amicizia “legame tra persone basato su affinità di sentimenti, schiettezza e reciproca stima”, cos’altro potremmo aggiungere?

Secondo i dizionari etimologici, il termine “amico” (da cui “amicizia”), deriva dalla stessa radice di amare (che si ama) e si riferisce a persona accetta, cara. Partendo dall’affermazione di Eleanor Roosevelt, in base alla quale, “l’amicizia verso se stessi è di fondamentale importanza, perché senza di essa non si può essere amici di nessun altro”, è fin troppo scontato dichiarare che, anzitutto, è necessario essere in accordo conciliativo con se stessi per poter aspirare a divenire amico di qualcuno, nella maniera corretta. L’amicizia connota il miglior rapporto che si possa stabilire fra due esseri umani, in termini di disponibilità reciproca e comunità di intenti e di interessi. Anche in un rapporto d’amore, infatti, se non si instaura un sentimento di amicizia fra i partner (che protegge da “colpi bassi”) le cose non andranno nel migliore dei modi. “Dall’amicizia all’amore c’è la distanza di un bacio” (Cit.). Alla base di un rapporto di amicizia c’è sempre, come avrebbe detto Giovanni Russo, un substrato neutrergico “condito” da affettività positiva: cioè, una base di empatia senza “sconfinamenti” che porta a determinare un legame basato sulla fiducia e sulla stima reciproca imperniato su onestà e sincerità.

Spesso si sostiene che l’amicizia è il mezzo col quale ognuno “PUO’…quello che vuole”. Purtroppo c’è molto di vero in quest’affermazione, ma perché, spesso, ci riteniamo “obbligati” a rispondere affermativamente alle richieste di un amico, anche a scapito nostro?

Questo accade quando ci si incontra fra persone immature, egocentriche ed approfittatrici (consapevoli o inconsapevoli). Non è corretto, infatti defraudare la disponibilità di chi ci vuole bene con comportamenti disonesti, più simili “alla pesca a strascico” che ad un rapporto di scambio misurato e rispettoso dei ruoli e delle parti coinvolte. Tutto ciò, pur verificandosi non di rado, non fa parte di un rapporto di amicizia, ovviamente. Può accadere che, per apprendimenti intrisi di religiosa disponibilità e sacrificio (ovviamente illogici), ci si senta interiormente costretti ad assecondare anche le richieste meno corrette e più pretenziose. Tutto ciò appartiene a problemi personali che andrebbero affrontati e risolti.

Cos’è giusto e corretto offrire ad una persona amica e cos’è corretto aspettarsi?

Tutto quello che si genera dal piacere affettivo di trasmettere alla persona cara qualcosa di buono, in termini di disponibilità e sentimenti. Ovviamente, proprio per la valenza affettiva che connota un simile rapporto, molte decisioni entrano in contrasto con i dettami della logica seguendo i quali, per forza di cosa si finirebbe col diventare poco inclini a “cedere” anche se con piacere.

Ma con questo modo di pensare, non si rischierebbe di rimanere da soli?

Si. È per questo che il più delle volte agiamo spinti da sentimenti affettivi piuttosto che fredde riflessioni logiche che, in presenza di rapporti interpersonali corretti, lasciano il tempo che trovano.

Ma allora, perché è utile cercare di avere uno o più amici?

Un vero amico riesce a non farti essere nessuno… se non te stesso” (Anonimo). Un rapporto di schietta correttezza affettiva, condita da stima e disponibilità, funziona da specchio in cui possiamo rivedere molto spesso aspetti positivi e negativi della nostra personalità non consentendo di bluffare né con noi né con gli altri.

Come bisogna comportarsi quando ci si rende conto di essere “usati” all’occorrenza da un amico e poi messi da parte? E’ utile chiedere spiegazioni su certi comportamenti, anche col rischio di scatenare una reazione brusca, oppure allontanarsi? In ogni caso, è sempre meglio chiedere chiarimenti o lasciar correre, magari considerando che certi atteggiamenti siano problemi propri di quella determinata persona?

In un vero rapporto di amicizia, non esiste il concetto “dell’usare” l’altro ma del piacere di poter essere utili all’altro (perché questo ci fa star meglio). Se ciò non accade, ci troviamo in presenza di relazioni fra persone che cercano di “sfruttare la situazione” mettendo in campo il proprio egocentrismo. È chiaro che subire situazioni del genere evidenzia condizioni della propria identità che andrebbero rivalutate e migliorate. Chiarire o meno le proprie posizioni dipende più che altro, dall’interesse che nutriamo verso quella persona e dalla sua disponibilità al dialogo.

Mi è capitato di leggere l’affermazione di Pierre Reverdy: “Ma in fondo non si hanno amici, si hanno soltanto dei complici. E quando la complicità cessa, l’amicizia svanisce”. Mi sembra una visione molto arida dell’amicizia, che, forse ingenuamente, mi piace vedere colorata soprattutto da affettività. Ma quanto c’è di vero?

Effettivamente, spesso, le dinamiche della vita portano a frequentare una persona in base agli interessi comuni del momento. Quando determinati progetti di vita si modificano, alcune persone di riferimento possono essere sostituite da altre, più adeguate alle esigenze di quel dato periodo storico della propria vita. Questo, ovviamente, non ci porta al discorso che lei ha citato e che mi fa venire in mente una massima di Baltasar Gracian: “Ciascuno mostra quello che è dagli amici che ha!”

Grazie per questa discussione, ne farò tesoro!

Credo che la sintesi di quanto abbiamo detto, possa trarre origine da questa riflessione: “L’essenza di una vera amicizia è la concessione di attenuanti per le altrui piccole mancanze” (David Storey).

Arrivederci.

G. M. – Medico Psicoterapeuta (2 gennaio 2005)

Si ringrazia Erminia Acri per la formulazione delle domande

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