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Tutto il mondo di oggi si fonda sulla materia e sull’avere più che sull’essere. Un ragazzino va a scuola e, invece di scoprire la gioia nel conoscere quello che lo circonda, impara a diventare concorrente del suo vicino di banco. Senza esclusione di colpi. Tutto il sistema economico è fondato sul profitto. Oggi si danno i premi Nobel a chi prevede come andranno le borse speculative. La vera Economia dovrebbe essere fondata su un progresso che preveda che ognuno abbia il giusto, senza le sperequazioni dei pochi ricchi e dei tanti poveri. Oggi, l’Economia costringe tanta gente a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose (per lo più inutili) che altri compreranno lavorando a ritmi spaventosi. Questo, è ciò che procura soldi alle grandi Multinazionali ma non crea felicità nelle persone. Chi si accontenta, è veramente felice.

“Il malato immaginato. I rischi di una medicina senza limiti”, edito da Einaudi nel 2010 e “Troppa Medicina: un uso eccessivo può nuocere alla salute”, edito da Einaudi nel 2018 sono due interessanti pamphlet del cardiologo Marco Bobbio (primario di Cardiologia all’ospedale Santa Croce di Cuneo, ricercatore negli Stati Uniti e già responsabile a Torino per i trapianti di cuore), scritti contro chi inventa nuove patologie e prescrive farmaci a chi non ne avrebbe bisogno. 

“La maggior parte delle mie paure, circa ai mali fisici, riguarda i medici e le loro cure, non la malattia”. (Guido Ceronetti)

Si parte dalla timidezza, si passa per la gravidanza, si arriva alla menopausa e alle difficoltà nel rapporto di coppia. Per esempio, è davvero lungo l’elenco delle giornate di sensibilizzazione su determinate “condizioni”, a volte anche del tutto fisiologiche nella vita delle persone.

Così come, al tempo stesso, colpisce il costante mutamento dei valori dei principali fattori di rischio, in particolare quelli cardiovascolari, con conseguente ampliamento del bacino dei potenziali pazienti.

Cari Lettori, (al di là delle “bizzarrie” dell’epoca COVID), siamo davvero in un’epoca che, tra le campagne informative e pubblicitarie e le rivalutazioni dei parametri, da parte delle società scientifiche internazionali, punta a renderci tutti un po’ malati, spingendo verso il “Disease Mongering” (la mercificazione della malattia), con evidenti ricadute sulla spesa farmaceutica?

Secondo edott.it (della casa farmaceutica Glaxosmithkline), le cifre dicono che, in effetti, ci troviamo di fronte a uno scenario su cui doversi soffermare.

“Per far riflettere sul meccanismo del Disease Mongering basti pensare alla comparsa di giornate o addirittura settimane di sensibilizzazione su una determinata condizione: eventi ampiamente reclamizzati che possono essersi estinti nel momento in cui sono venuti meno gli interessi commerciali di qualche azienda… i mutamenti dei valori dei fattori di rischio e della creazione dello stato di pre: prediabete, preipertensione e altre condizioni oggi considerate parafisiologiche e un tempo del tutto normali” (edott.it)

Insomma, medicine a ogni sintomo per i prigionieri della salute, tanti test, spesso inutili e costosi, con il rischio, poi, di negare, per mancanza di fondi, un esame a chi davvero ne avrebbe bisogno.

“Le persone sane sono malati senza saperlo. Nel paesino di Saint-Maurice, il Dottor Parpalaid, medico condotto, decide di cedere il posto a un giovane collega, il Dr. Knock che, deluso dallo stato di buona salute degli abitanti del villaggio, si rende disponibile per consultazioni gratuite, durante le quali insinua nei suoi interlocutori l’idea di essere ammalati.

Per tutti, prescrive terapie di lungo corso, alleandosi col farmacista e trasformando il municipio in una clinica.

Parpalaid, venuto a sapere della situazione, cerca di recuperare il suo posto, ma l’oratoria di Knock è tale da convincerlo di essere ammalato e di doversi far curare…

Correva l’anno 1923 e l’idea di applicare la pubblicità alla medicina, in un’epoca in cui le prime reclames intensive venivano favorevolmente esportate da oltre Atlantico in Europa, e la capacità suasoria di Knock di piegare la mente di tutti, che sembrava preludere alla instaurazione delle grandi dittature europee, garantirono il successo a una pièce teatrale, che giocava su quello che pareva essere un vero e proprio paradosso.

La circostanza immaginata da Jules Romains in “Knock, ovvero il trionfo della medicina”, era, invece, tragicamente premonitoria” (Fonte “Il Sole 24 Ore”)

Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque (Henry Gadsen, Direttore Merck 1976)

Forse è arrivato il momento di riflettere su una Medicina che, se da una parte (per ristrettezze imposte da una Politica dissennata e truffaldina) nega l’assistenza più elementare, dall’altra sempre più invadente, non in grado di riconoscere i propri limiti.

Ed effettivamente, cari lettori, proviamo a porci le seguenti domande: quanto siamo sani? quanto siamo malati? Di che cosa abbiamo veramente bisogno per sentirci bene?

Ci deve essere qualcosa che non funziona se una persona, quando non ha alcun problema, va a farsi visitare da un medico. È veramente questo, il progresso della medicina che desideriamo? Siamo così ben curati che ci sentiamo tutti ammalati?

Amavo molto i malati ed avrei valicato monti e valli, se mi avessero lasciato fare, per visitare un malato, non per curarlo, ma per amarlo. (Marta Robin)

Un grande psichiatra, Agostino Pirella, ha osservato con grande lucidità che il farmaco viene ormai considerato alla stregua di una merce come tutte le altre e che, le tecniche di marketing, sono le stesse utilizzate per vendere uno smartphone o un’automobile.

Il problema è che bisognerebbe essere educati a capire che noi non siamo né possiamo essere consumatori di farmaci.

Eppure, anche le colonne dei medici condotti di una volta (ora medici specialisti in Medicina Generale) hanno visto frustrato il loro compito e la loro funzione che ricorda molto da vicino quella dell’accudimento materno.

La percussione del torace e delle spalle, l’auscultazione e la palpazione sono “sacre” interazioni intime che pongono il paziente in un atteggiamento di completa fiducia nei confronti di chi, in quel momento, si sta prendendo cura di lui…

Ricordatevi che, seguendo la Medicina, si assume la responsabilità di una sublime missione. Perseverate, con Dio nel cuore, con gli insegnamenti di vostro padre e di vostra mamma sempre nella memoria, con amore e pietà per i derelitti, con fede e con entusiasmo, sordo alle lodi e alle critiche, tetragono all’invidia, disposto solo al bene (Giuseppe Moscati)

Nel giuramento di Ippocrate (sia nella versione “classica” che “moderna”) leggiamo ottime dichiarazioni d’Amore che talvolta, per difficoltà oggettive o limiti umani soggettivi, vengono disattese.

“Giuro di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute…  Giuro di attenermi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia delle persone “.

Cari Lettori, forse per l’impostazione sociale descritta da Tiziano Terzani e riportata all’inizio di questo editoriale, o forse perché siamo tutti un po’ bambini capricciosi che pretendono l’erba del vicino, perché ci hanno spiegato che è “sempre” più verde…  sta di fatto che, “purtroppo” non è raro osservare in ottimi specialisti medici, comportamenti fortemente censurabili (dal volontario montaggio di valvole cardiache difettose, a cure chemioterapiche non necessarie a interventi chirurgici controproducenti, a consulenza pagate a peso d’oro, eccetera, eccetera…)

“Il prof. dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste delle Piccole Ancelle dell’Amore Misericordioso, convenzionata con le mutue” è un film commedia del 1969, diretto da Luciano Salce e interpretato da Alberto Sordi (sequel del fortunato “Il medico della Mutua” di Luigi Zampa). Gustoso e tristissimo ritratto di un modo aberrante di concepire la missione del “prendersi cura”…

Non la scienza ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per una più elevata ascensione, se si dedicheranno al bene. (Giuseppe Moscati)

Leggevamo giorni fa, nell’inserto Salute di Repubblica, una intervista ad un grande neurochirurgo operante alla Mayo Clinic di Jacksonville, in Florida.

Il medico, Alfredo Quinones – Hinojosa, noto come dott. Q. racconta la sua storia che solo un grande Paese, pur pieno di tante contraddizioni, può consentire.

Messicano, a quindici anni, varca il confine, nascosto nel retro di un camion. Non è qui il luogo per raccontare le varie fasi, da bracciante stagionale alle lezioni  serali di inglese, da lavori pericolosi per la salute fino a iscriversi all’Harvad Medical Scool, grazie ad un grant che aveva vinto.

A quel punto il dott Q. capisce che deve preoccuparsi di curare le persone con mezzi scientifici adeguati, tenendo sempre idealmente presente la nonna che era stata la “curandera”, la guaritrice nel povero villaggio natale di Palaco.

Studia, si specializza nei tumori del cervello e nel 2012 ottiene la cattedra di neurochirurgia e oncologia.

Gli viene, ad un certo punto, domandato: “Lei, spesso, opera i pazienti da svegli. Perché?”

Ecco la risposta: “Quando c’è il rischio che i tumori abbiano invaso le aree cerebrali associate ai sensi o al linguaggio, nel rimuovere il tumore devo assicurarmi di non toccarle. Devo chiedere al paziente di guardare qualcosa, o muovere la bocca, o stringermi la mano, o ascoltare un suono e poi rispondere ad una domanda, per capire se l’area che tocco col bisturi ha a che fare con quelle capacità. Devo, in altre parole, costruirmi una mappa delle funzioni cerebrali di quel paziente specifico. Per non rimuovere tessuto cerebrale sano, cosa che lascerebbe danni permanenti “.

Conclude il dott. Q: “Quando opero mi sento connesso sia fisicamente che emotivamente al paziente. Con le mani manovro il bisturi, con i piedi manovro una pedana con 15 controlli. Perfino la mia bocca è impegnata nell’operazione perché, con le labbra, comando il microscopio. Il tutto senza soluzione di continuità. E questa connessione mi sembra non solo fisica ed emotiva ma anche simbolica. Un’assunzione di responsabilità”.

La connessione col paziente non solo in sala operatoria, ma anche prima e dopo.

Tutti dicono che il cervello sia l’organo più complesso del corpo umano, da medico potrei anche acconsentire.
Ma come donna vi assicuro che non vi è niente di più complesso del cuore, ancora oggi non si conoscono i suoi meccanismi. Nei ragionamenti del cervello c’è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni. (Rita Levi Montalcini)

Il controllo e il condizionamento delle case farmaceutiche agisce a livello planetario ma, per l’Italia, la situazione è paradossale: da una parte, detiene uno dei record europei per consumo di farmaci pro-capite, dall’altra, i tagli alla sanità hanno messo in crisi quello che era un welfare consolidato.

Cari Lettori, forse col termine “sostenibile” non dovremmo considerare soltanto l’aspetto economico ma, semmai, qualcosa di calibrato verso ogni sofferente in base, non solo alla sua patologia ma, anche, alla sua storia personale, al suo stato emotivo.

Anche se, come sosteneva Voltaire “l’arte della medicina consiste nel divertire il paziente mentre la natura cura la malattia”, non possiamo fare a meno di sostenere la migliore strategia terapeutica, in un’ottica che riscopra l’alleanza tra medico e paziente, riportando al centro l’umanità di ammalati troppo spesso ridotti a casi clinici.

Sarà possibile?

Ce lo auguriamo… anche se non possiamo dimenticare quanto andava dicendo un certo signor Marcel Proust in base al quale “La malattia è il dottore a cui si dà più ascolto. Alla gentilezza ed alla saggezza noi facciamo soltanto delle promesse al dolore, noi obbediamo”.

Cari Lettori, vorremmo accomiatarci da voi con un messaggio di speranza che riguarda chi verrà dopo di noi, con la certezza  che, se avremo fatto ciò che era in nostro potere sul piano educativo, sarà meglio di noi.

I nostri Figli.

Che belli ‘sti figlioli faccia al vento che vanno più veloce di tutto. Li puoi rallentare in un video, nella memoria, ma nel frattempo sono già sbarcati, sono già a terra, sono già laggiù che si voltano per salutarci. (Leonardo Pieraccioni)

Per godervi un breve ma particolare video abbinato a questo dolce messaggio di Leonardo Pieraccioni, cliccate qui avendo cura, una volta collegati sulla pagina Facebook, di alzare il volume del video stesso: 52 secondi che resteranno “dentro”.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento ad Amedeo Occhiuto per aver suggerito molti degli aforismi presenti