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Aldo Gioseffini, immigrato friulano, ha tentato di esorcizzare nella sua autobiografia “L’amarezza della sconfitta” i fantasmi dolorosi e alienanti di un’esistenza marcata per sempre dall’amarezza per la sconfitta della patria e dal dramma dell’emigrazione, vissuta da lui come esilio. 

Molti parlano in nome del popolo. Questa volta a parlare è uno del popolo: Aldo Gioseffini, un emigrato di Montreal nativo del Friuli.

I lettori più assidui del Cittadino si ricorderanno di aver letto una delle sue frequenti lettere al nostro giornale.

La sua autobiografia, pubblicata dagli editori Montfort & Villeroy di Montréal, reca un titolo poco convenzionale: “L’amarezza della sconfitta”.

Il libro è dedicato “Alla memoria imperitura di mio padre e di mia madre, emigranti come me, silenti in terre straniere, instancabili nel lavoro, radicati nel cuore della loro terra natia.”

Tutto questo è retorica! potrebbe dire qualcuno, e invece l’autobiografia di Gioseffini, sincera fino alla crudezza, tutt’è fuorché retorica.  

l sentimento dominante dell’autobiografia di Aldo Gioseffini è un virile e accorato amor patrio. Questo è fatto non di sentimenti molli e delicati, non di lacrimucce, bensì di un ineluttabile destino di rimpianto e di amore che misteriosamente la terra dei padri stampa, come un’eterna condanna, nell’anima di alcuni di noi.

Di solito simili sentimenti d’amor patrio sono appannaggio dei profughi e delle popolazioni dei territori di frontiera, dove i capricci della storia non hanno cessato di sconvolgere i confini. Ma anche gli emigrati, spesso, li conoscono. Per questa gente l’identità non è mai un dato pacifico ma una scelta scomoda ed anche pericolosa, consacrante le scelte e le battaglie dei padri. 

Nato a Carvacco, comune di Treppo Grande in provincia di Udine, figlio di emigranti, sballottato tra l’Italia, la Francia e la Germania, eternamente “profugo”, Gioseffini ha sempre avuto di fronte a sé la frontiera tentatrice, però per lui invalicabile, che conduce ad un’identità straniera. Sarebbe stato facile passare, una volta per sempre, questo confine interiore per diventare francese, per sentirsi come tutti gli altri. Dopo tutto, udendolo parlare francese, lo si scambierebbe per un parigino. 

Il padre di Aldo Gioseffini avrebbe potuto scegliere che lui e i suoi divenissero francesi, per non dover essere più considerati degli intrusi. Ma non lo fece. Declinò l’invito.

L’autore scrive: “Dentro di me ero d’accordo con mio padre e gli fui riconoscente per quella decisione.”

L’emigrato friulano semplicemente volle restare italiano e Aldo, il figlio, da allora è rimasto vigile a difendere la scelta paterna con un’ostinazione e un grado di fedeltà che ricordano lo spirito di razze guerriere. La tenacia e la fedeltà di Gioseffini richiamano le virtù di certi soldati giapponesi. Ricorro a questi paragoni perché l’autore ha manifestato finanche nel titolo – “L’amarezza della sconfitta” – la coincidenza ch’egli fa del proprio destino con quello della patria uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale. 

Nel libro non vi sono fatti minori: tutti gli avvenimenti assumono un’uguale portata, perché, maggiori o minori, sono vissuti dall’autore con un’intensità sempre spasmodica.

Scomodo, impulsivo, anche violento, impietoso con gli altri e con sé stesso, l’autore ha un senso della giustizia che evoca più il Dio degli eserciti che quello del perdono. Un esempio, e non il più significativo: “Loro lo riferivano al maestro e questi per ogni mancanza di disciplina e di buon costume ci picchiava sempre, anche se con ragione e per il nostro bene.” 

Bambino di appena quattro anni, segue i genitori in quello che è l’inizio di una lunga serie di partenze e di ritorni. Si stabiliscono a Parigi. Alle elementari cominciano “le prime liti con i ragazzi francesi, provocate dagli insulti diretti a me perché ero italiano e straniero.”

Impara subito a rispondere per le rime e a difendersi. Ammalatosi, viene accompagnato in Italia a casa dei nonni materni. 

Le scene della vita di campagna di quel periodo da lui descritte – “tutte quelle visioni io non le ho mai dimenticate” – hanno la precisione e l’incanto di pagine miniate. Quindi vi è il ritorno a Parigi dove riprendono i tormenti sotto forma del “solito ritornello di provocazioni da parte di molti ragazzi francesi.” Ad esse reagisce accentuando il proprio patriottismo nei confronti dell’Italia. 

La vita va avanti fra i mille sacrifici della famiglia.

Intanto divampa il rogo in Europa. L’Italia entra in guerra. La famiglia Gioseffini emigra in Germania. Il cuore del giovane Aldo batte sempre per l’Italia, che però – egli osserva con doloroso rammarico – mostra di non saper combattere con l’eroismo dell’alleato tedesco.  

Appena sedicenne comincia a lavorare: “Ricordo la prima paga che ricevetti: la portai la sera ai miei genitori, senza aver aperto la busta coi soldi dentro, tanta era la contentezza e l’orgoglio che avevo di partecipare anch’io all’attività familiare.” Tanti anni dopo, a Montreal, i due figli gemelli di Aldo Gioseffini non faranno la stessa cosa: egli dovrà insistere a lungo prima di riuscire a sapere qual è l’ammontare esatto della loro paga.

O tempora o mores!

Questo episodio dei figli sarà una ferita che rimarrà sempre aperta in lui. 

Le sorti della guerra precipitano per l’Asse.

Gli americani sbarcano in Sicilia. Nell’agosto del 1943 la famiglia Gioseffini rientra in Italia perché la madre desidera partorire nella terra natale. Aldo dice addio a “colei alla quale poi ho sempre voluto un gran bene: si chiamava Erna Schmit”. Del popolo tedesco tutto l’autore conserverà un ricordo di “onestà, organizzazione, ordine e severa disciplina”. 

Sopraggiunge l’8 settembre 1943, che giudica “la data più buia della nostra storia per le sue tragiche conseguenze”. Con la sconfitta della patria vi è la sconfitta di Gioseffini: “Non mi ha mai lasciato il triste ricordo di quel tempo: l’amarezza della sconfitta.”

Egli condanna come un’infamia la continuazione della guerra contro l’alleato tedesco. Alla resistenza dedica diverse pagine.

Un suo giudizio fra i tanti: “Negli ultimi anni della guerra i partigiani si moltiplicarono, come se il fascismo non fosse mai esistito e i milioni di fascisti, freneticamente attivi durante il ventennio, come per incanto si dileguarono.” La sua ammirazione va a coloro che seppero resistere alle paure e alle lusinghe del momento; a coloro che, su qualunque sponda si trovassero, non vollero rinnegare ciò che erano stati. 

Nel settembre del 1963 Aldo Gioseffini emigra dalla Francia in Canada “con la solita buona volontà di lavorare e la speranza di un migliore avvenire”.  

Il libro contiene numerose descrizioni della realtà canadese. Le considerazioni dell’autore sono sempre candidamente sincere, talvolta fino alla crudezza.

L’arrivo in Canada provoca in lui questa riflessione: “Dopo lo sbarco e passata la dogana, rimasi a disagio non vedendo nessun rappresentante canadese ad aspettarci e a condurci da qualche parte per sistemarci, come era d’uso nei paesi europei.”

Il lavoro purtroppo scarseggia, al contrario di quanto gli aveva fatto credere in Francia “la pubblicità fatta in televisione e riconfermataci dalle autorità consolari.” Gioseffini, che non ha mai amato le mezze misure, impone l’aut aut: “o mi davano un lavoro oppure mi rimpatriavano.” Il lavoro salta fuori.  

Gioseffini, che parla un francese impeccabile, fa subito la scoperta, per lui sgradevole, che in Québec si parla un francese molto particolare. Costretto a chiedere un’informazione all’autista di un autobus, non riesce a capire quanto questi gli dice: “Dal canto mio, malgrado tutta l’attenzione che gli prestavo, non riuscivo a capirlo ed egli, vedendo che mi ero fatto ripetere la stessa cosa più volte, si arrabbiò. Persi la pazienza anch’io e l’episodio finì con una totale incomprensione da entrambe le parti.” 

Numerose sono le pagine consacrate alla descrizione degli ambienti di lavoro soprattutto edili. Se le sue simpatie non vanno ai sindacati, esse non vanno neppure ai “boss”.  

Gioseffini è uno spirito assolutamente libertario e tremendamente coerente. Leggiamo nel libro: “Un capo (il Boss), quale che fosse il settore di manodopera in fabbriche, cantieri, uffici, ecc., era a quell’epoca più temuto dai suoi dipendenti che le più alte autorità e leggi del paese, perché decideva dell’assunzione e del licenziamento dell’operaio (voglio, posso e comando) e perciò teneva in mano le chiavi che aprivano le porte del lavoro e del pane. Quante ingiustizie e quanti abusi furono commessi per colpa di certuni di questi capi.” 

Presentatosi negli uffici del sindacato C.S.N., dopo aver superato gli esami di carpentiere, a ritirare “la carta di competenza”, l’impiegato gli chiede 75 dollari. “Quei soldi erano la quota da pagare per appartenere a quel sindacato; non andavano a nessuna istituzione governativa, bensì ad un sindacato che io non avevo scelto, ma che mi era imposto.” La quota per quei tempi è certamente elevata. Inoltre la cosa gli sa di sopruso. Si rifiuta di pagare. L’impiegato – scrive – “mi rispose minacciandomi, facendomi notare che se ero a New York sarei già stato morto”. La reazione del nostro friulano, che in Francia aveva praticato un po’ di pugilato, è immediata: “Sentendo una tale viltà, pieno d’odio e di sfida gli risposi che ci provasse se ne aveva il coraggio, che io ero a sua disposizione.”  

Il lavoro lo condurrà un po’ dovunque: nel Labrador, in svariate parti del Québec, e anni dopo persino in Algeria.  

Ogni volta che rientra in Italia, per doveri familiari o per vacanze, Gioseffini s’imbatte in una penosa realtà fatta di scioperi e di disorganizzazione. All’ufficio postale di Alba Adriatica, dove si reca tre giorni di seguito con cartoline da affrancare per il Canada, gli fanno pagare ogni volta una tariffa diversa benché esse contengano lo stesso numero di parole.

Ma in quegli anni di terrorismo e di rapimenti vi erano piaghe ben più gravi: “furti su piccola e grande scala, mafia e camorra che dilagano sempre di più, violenze, sequestri, terrorismo e omicidi, persone che devono farsi scortare da guardie private, gente che installa porte blindate per non farsi attaccare e derubare”. 

 Nulla però riesce a scalfire il suo impetuoso attaccamento alla madrepatria; attaccamento che traspare da tanti episodi, come il seguente.

Recatosi in visita in Italia rivede dopo tanti anni zio Nilo, ex podestà di Nimis ed ex tenente degli Alpini, “persona onesta e stimata”. In una discussione Gioseffini critica la situazione italiana caratterizza da scandali, speculazioni, furti e reati in gran parte impuniti, dicendogli che le magagne italiane appaiono chiare ed evidenti a chi risiede all’estero.

Lo zio non è d’accordo: trova che il nipote esageri. Quindi, nella foga della discussione, commette il gravissimo errore di mettere in dubbio l’italianità di Aldo Gioseffini: “Mi disse che non ero più italiano, ma straniero e che ritornassi in Canada.”

L’autore continua: “Credo che sia stata la più grande offesa ricevuta in vita mia.” Finita la discussione, “mi salutò e mi abbracciò; non risposi né al saluto né all’abbraccio. Per me quell’uomo era come morto; non esisteva più”.  

Questo sentimento di amore e strenua lealtà verso la madrepatria, rivelato non solo da questo episodio ma da tutta la vita di Gioseffini, appare sorprendente ed incongruo se raffrontato all’antipatriottismo dominante nell’animo dei professionisti della politica in seno alla partitocrazia italiana, o se comparato all’indifferenza e alla scema esterofilia che caratterizzano larghi strati della popolazione del Belpaese.  

L’opera di Gioseffini è attraversata dall’inizio alla fine da un’ansia dolorosa di arrecare la propria testimonianza sulla “verità”. È quindi densa di pagine l’impetuosa e irrefrenabile denuncia contro le ingiustizie subite e contro quelle ch’egli addita come menzogne, in campo politico e in altri campi. 

Sbaglierebbe di grosso chi volesse vedere nella testimonianza di Gioseffini una particolare scelta partitica o ideologica, data la sua ammirazione per le virtù guerriere e di coerenza dei tedeschi e dei giapponesi. Egli è uno spirito troppo libertario, troppo sincero, troppo viscerale, troppo “bastian contrario” per aderire a una ideologia preconfezionata. Inoltre la sua testimonianza è assolutamente personale, legata cioè alle particolarissime vicende della sua vita e quindi non riconducibile ad un sentimento e a un discorso collettivi.  

Attraverso quest’opera composita, dallo stile non sempre omogeneo per le alterne influenze che hanno sulla pagina scritta i diversi idiomi di cui si compone il suo mondo linguistico, Gioseffini ha tentato di esorcizzare, forse senza neppure esserne troppo cosciente, i fantasmi dolorosi e alienanti di un’esistenza marcata per sempre dall’amarezza della sconfitta della patria, e dal dramma dell’emigrazione vissuta da lui come esilio. Anche se straniero all’estero e straniero in patria, Gioseffini avrebbe potuto tranquillamente accettare la propria sorte, senza provare violenti desideri di denuncia. La sua umanità è fatta però di un’altra pasta. La sua tempra non è quella dell’“uomo economico”. Possiede invece una natura etica e guerriera, che l’estero ha esacerbato. Assolutamente incapace di compromessi, spasmodicamente attaccato alla verità, inflessibilmente leale, Gioseffini, l’eterno emigrante, ha innalzato questo tremendo grido d’amore all’Italia. E il suo è un grido di solitudine perché, nel paese dove abbondano i voltagabbana, i furbi e gli opportunisti, i sentimenti di Gioseffini possono albergare solo in pochissimi uomini. 

Numerosi altri episodi, descrizioni, sfoghi, considerazioni, crude rivelazioni, che non risparmiano neppure la sua famiglia, arricchiscono questo straordinario libro scritto da un uomo poco convenzionale. In “L’amarezza della sconfitta” vive un mondo particolare di sentimenti e di passioni che solo chi ha vissuto come propria la sconfitta dell’Italia – quella sconfitta che cinema e televisione in Italia fanno da sempre oggetto di divertiti lazzi e sberleffi, e che la classe politica acclama come una “liberazione” – può veramente capire. 

Sono a casa di Aldo Gioseffini, à Sainte-Dorotée. È una giornata grigia. Sono venuto per l’edizione francese del suo libro “L’amarezza della sconfitta”, divenuto “L’amertume de la défaite”. Voglio che mi parli ancora una volta della sua opera. Ma sono venuto soprattutto per il lato umano. È inutile che ve lo nasconda: io sono affascinato da questo personaggio così inconsueto. 

Col trascorrere degli anni, l’emigrato sviluppa un senso acuto della circospezione e della cautela, doti indispensabili a chi appartiene a un gruppo minoritario, specie in un luogo come il Québec dove in molti franco-quebecchesi alberga un’esasperata sensibilità nazionalistica, ricca di frustrazioni e di complessi. Ecco invece questo personaggio atipico: tumultuoso e battagliero, e soprattutto sincero fino allo spasimo.  

Gioseffini è irreversibilmente ancorato alle origini italiane, in una maniera che mi fa pensare, chissà perché, a quei mitici guerrieri che preferivano la morte alla violazione del giuramento di fedeltà.

Sì, dopo tutto vi è qualcosa di guerriero in lui. E difatti lo stesso titolo della sua opera “L’amarezza della sconfitta” sancisce il legame indissolubile ch’egli fa del proprio destino con quello della patria sconfitta. 

Ma perché, l’Italia è stata sconfitta? si chiederà qualcuno sorpreso, pensando alla nazionale italiana di calcio… 

Mi par di veder già spuntare qualche sorriso, fatto un po’ di commiserazione e un po’ di scherno.

È facile ridere di qualcuno che parla di sconfitta nei confronti di un avvenimento così lontano. E si è trattato poi di sconfitta? Non è stata invece una vittoria, o se non altro una “liberazione”?

Abituati, fino a qualche tempo fa ad udire la quotidiana celebrazione dei “sacri valori della resistenza” da parte dei rappresentanti del Palazzo italiano, intenti alla grande abbuffata, questa versione dei fatti “alla Gioseffini” può appunto far sorridere. Dopotutto il sorriso, anche di scherno, è stato l’atteggiamento abituale che le platee italiane hanno riservato ai film, sempre comici e ridicoli, che mostravano il soldato italiano, mammone e panciafichista, in rotta verso casa. Che sia un reazionario e un filofascista questo Gioseffini? Diciamocelo pure: se così fosse, sarebbe tutto più semplice, dal momento che si potrebbe replicargli semplicemente con uno sberleffo.  

Il Gioseffini de “L’amertume de la défaite” appare invece nemico di ogni sopruso, di ogni conformismo, di ogni opportunismo, di ogni “ismo”. Pertanto egli condanna con uguale intensità sia il fascismo dei fascisti sia quello degli antifascisti. Non è il solo a farlo, mi si dirà. Ma in lui questo desiderio di verità e di giustizia ha un’intensità inabituale, tanto ch’egli pone su di uno stesso piano le vicende sue personali e quelle di tutto un paese.

Ecco quindi che la sua identificazione con l’Italia gli fa assumere la sconfitta, cui egli assistette da adolescente, come una tragedia personale senza remissione. Ed in seguito, nel corso della sua vita da eterno emigrante, le scelte di Gioseffini non potranno mai prescindere dall’adesione a un codice, inteso in maniera quasi violenta, di coerenza e di fedeltà, quasi che volesse far cancellare con il suo comportamento le famigerate doti di opportunismo e di furbizia per le quali gli italiani sono sia celebrati che vituperati.  

Come può nascere un carattere che appare così  tragico e tanto lontano dalle doti italiane di elasticità  e di compromesso? Esso nasce sulla via dell’emigrazione intesa come esilio. Strappato bambino alla terra natale da genitori costretti dal bisogno ad emigrare, Gioseffini rimarrà per sempre fedele alla figura del padre che, dopo anni da emigrato in Francia, sarà  tentato di diventare francese, e di far diventare francesi i propri figli, assumendo la cittadinanza – Aldo Gioseffini parla e scrive il francese come se questa fosse la sua lingua materna – ma rifiuterà cio’ che in fondo al cuore considera un’abiura.  

Tale padre, tale figlio. L’emigrante Aldo Gioseffini conosce i paesi stranieri: Germania, Francia, quindi il Canada, ma sempre in lui rimane questa passione troppo grande per l’Italia. Di tutto egli riferisce, nel suo libro, con minuzia, sincerità e tanta passione. Non riesce ad esprimere un giudizio che non sia anche un giudizio morale. Sempre con imparzialità, ma anche con durezza.  

I suoi viaggi nell’Italia che tanto ama, ogni volta lo deludono perché si trova di fronte a una realtà dove abbondano cieca burocrazia, cialtroneria, furbizia e disordine. Nel paesello natale, esattamente come ieri, a farla da padrone sono gli opportunisti. Un fatto apparentemente anodino ma quanto significativo: egli critica la maniera grossolana in cui viene trattato da una hostess della compagnia di bandiera italiana durante il volo da Montréal in Italia. Vi è una critica quasi identica nel libro di un altro emigrato: Giuseppe Pisani.  

Il rapporto con il Québec e con il Canada è un rapporto difficile.

Gioseffini è riconoscente e leale verso la terra adottiva, ma troppo numerose sono quelle che lui giudica gravi ingiustizie.

L’episodio dei suoi due figli, cui viene ingiustamente rifiutato l’accesso alla carriera militare, hanno su di lui un effetto devastante. Gioseffini dà  una grande importanza anche al fatto che le sue richieste di partecipare ai vari giochi televisivi, cui il pubblico  invitato, siano sistematicamente bocciate.

Puo’ far sorridere l’importanza che egli accorda ai quiz.

Ma in questo vi è tutto Gioseffini per il quale le ingiustizie rivestono tutte un’importanza uguale. Ed è con questo spirito che mi racconta di quando, per sapere che fine avesse fatto una copia della versione francese del suo libro che aveva spedito a un personaggio televisivo, e che questi negava di aver ricevuto, si è  recato negli studi televisivi per appurare la verità.

Lì è  stato accolto veramente male. Lo hanno addirittura obbligato, manu militari, ad uscire. Ma la cosa non è finita lì, ed infine Gioseffini ha ottenuto una lettera di scuse.  

Mi tira fuori invece con un grande sorriso la lettera che l’ex primo ministro Trudeau gli ha inviato come ringraziamento per aver ricevuto una copia omaggio. Ma la soddisfazione più grande Gioseffini l’ha ottenuta dal console giapponese, che lo ha accolto con un inchino, lo ha ringraziato e ha provveduto a spedire a Tokio “L’amertume de la défaite”.

Dopo tutto i giapponesi – che Gioseffini tanto ammira per le loro virtù guerriere e per il loro senso dell’onore – non hanno mai celebrato, a differenza degli italiani, la propria disfatta. 

Claudio Antonelli – Giornalista, Scrittore (Montréal) 

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