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La salute, la dignità, la vita, non si conquistano pregando, sperando o mendicando, ma rimboccandosi le maniche e adoperandosi per ricostruirsi pezzo dopo pezzo, difendendo il tutto con il proprio giusto e saggio operato!” (Vincenzo Muccioli)

Caro Papà, ci siamo abbracciati, per l’ultima volta, una sera di fine giugno di 9 anni fa e, da allora, stranamente, è come se tu non fossi andato da nessuna altra parte al di fuori di quell’angolo della mia mente dal quale sbucavi fuori ogni qual volta io ne sentivo il bisogno.

Caro Papà, mi sono chiesto spesso cosa avrebbe potuto darmi maggior dolore: ho immaginato quella sorta di vuoto assoluto all’idea di un figlio che “vola” via prima del proprio genitore; ho sofferto la spaccatura dell’abbandono di chi ti ha accompagnato, promettendo di amarti e onorarti per ogni giorno della propria vita; ho sperimentato cosa significhi il taglio definitivo del cordone ombelicale, quando tua madre dice “basta” e scende dal treno in corsa…

Soffrire… già, soffrire…

Qualcuno, nel tempo, ha concluso che la sofferenza possa costituire l’unico mezzo valido ed efficiente, in grado di rompere il sonno dello spirito e della ragione.

Caro Papà, sono stato troppo impegnato a confrontarmi con quel particolare (e, a volte, simbiotico) legame che si genera con la propria madre. L’ho sviscerato, analizzato, confrontato, soppesato, bilanciato, valutato, riconsiderato.

E, alla fine, ho accettato l’idea dell’ineluttabile.

In pratica, mi sono accorto di essere cresciuto al punto da superare quella soglia fatidica che ti fa passare da figlio a genitore e, con essa, sono andato “oltre” mamma portandomi, dentro, i suoi insegnamenti.

Ma con te, papà, è tutta un’altra storia. Non ho mai provato, veramente, a conoscerti. Forse perchè ti ho considerato un intruso, nel rapporto fra madre e figlio?

Fatto sta che ho rimandato perché ti ho ritenuto immortale, con la tua immensa carica di vitalità.  

E, ora, capisco che il padre, non è colui che sostiene l’illusione di un ideale invincibile ma, semmai, chi “risponde” al buco dell’angoscia esistenziale, rendendosi “umano” di fronte all’immanente come esempio di “dio” fatto “uomo”, disponibile al Sacrificio.

Ecco, cosa mi sono perso, a chiuderti, per paura, le porte della mia interiorità.

Ho imparato da te a non fermarmi mai anche quando non ce la faccio più. Al tempo stesso, ti ho sfuggito, ti ho cercato. Mi sono scontrato. Ti ho ammirato. Mi hai deluso, protetto e, al tempo stesso, ferito il mio orgoglio.

Hai reso critico il rapporto col mio amato fratello. Mi hai sostenuto e criticato, in maniera alternata e incoerente, come conseguenza delle tue paure. 

Solo ora, ho capito che, tutto quello, era il tuo “difficile” e contorto modo di volermi bene. Credo che, tu, non mi abbia mai chiamato col mio nome. Hai sempre utilizzato una sorta di vezzeggiativo: “Giorgettino”.

Ripercorrendo i canali dei miei ricordi, mi accorgo di averti amato voltandoti, non di rado, le spalle e sbattendo la porta prima di uscire. Sbollendo rabbia e fastidi, comunque, ho finito col tornare sui miei passi. “Forse per riannodare i fili di una memoria che, altrimenti sarebbe andata perduta”.

Vincenzo

Una sorta di incrocio per cui passano tutte le mie emozioni e, pure, i confini della mia anima. Che ho tenuto celati, che sono invisibili ma percettibili.

Qualcuno mi ha spiegato che, pregare, avvicina all’incontro con l’impossibile da dire e che, elaborare seriamente il lutto del Padre, significa accettare tutta la sua eredità (di idee, di emozioni, di sentimenti), compreso quello che di lui, ti ritrovi, dentro.  

Allora, forse, noi figli, siamo quella preghiera che avvicina all’impossibile da dire

Però, Papà, devo dirti ancora tanto se me lo permetterai, se ci riuscirò.

Mi piacerebbe raccontarti che, nell’Universo, ogni particella, ne ha una gemella che porta, però, una carica elettrica opposta. È come se, entrambe fossero monche e fuori equilibrio. Infatti, si cercano, si incontrano… e raggiungono una sorta di equilibrio perfetto, scomparendo in un “lampo” di luce.

Caro Vincenzo, vorrei confessarti che, di fronte all’ombra del gigante che eri, ho pianto mordendomi la mano perché non te ne accorgessi. Ho dovuto accettare quel vento del cambiamento che soffia per tutti e che, ho temuto, ti togliesse la dignità.

La verità è che, qualunque sia il momento del distacco abbiamo stati d’animo che ci inducono a soffrire. Quando siamo troppo piccoli e impauriti per capire cosa sia accaduto realmente, lo siamo anche per comprenderne la portata, in termini di abbandono. Nel momento in cui, invece, dovremmo essere abbastanza adulti da reggere l’urto, siamo nella condizione di rivivere, con dolore, tutto ciò che è stato e quello che avrebbe potuto essere…

Ora ho capito che i tuoi modi, a volte bruschi, di renderci autonomi, richiamavano quel verso di ebraico biblico, che io ho sempre inteso come “Vattene!” mentre invece, tu intendevi “Vai verso te stesso”.

Caro Vincenzo, flebilmente hai chiesto a me e a Mariano: “Non mi abbandonate”. Questo atto di coraggio, vestito della nuda appartenenza al nobile genere Umano, ha acceso in noi figli, la scintilla di una concreta maturità, aiutandoci a diventare esploratori della vita, senza la paura del buio dell’Universo.

Forse, è questo il sacrificio paterno: rendere adulti i propri figli, donandosi “nudo” come stimolo per ricercare la via di mezzo fra la Legge e il Desiderio.

A questo punto della storia, probabilmente, si vorrebbe non finire mai perché, esaudito l’ultimo desiderio, non resta che l’esecuzione capitale. 

E’ il giorno dell’abbandono. 

Eppure, anche grazie a te, sono più forte di quando abbiamo cominciato questa avventura e non temo il momento dell’impatto. Che non sarà un distacco ma, semmai, l’istante perfetto in cui cogliere il senso di ogni cosa.

Capitano, che risolvi con l’astuzia ogni avventura, ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura? Ma anche la paura, in fondo, mi dà sempre un gusto strano: se ci fosse ancora mondo… sono pronto, dove andiamo? (Lucio Dalla – Itaca)

Caro Papà, se saprò starti vicino evitando che la mia ombra si sovrapponga alla tua divenuta, ormai, così piccina; se riusciremo, finché durerà, a restare uniti per scoprire, ogni giorno, quello che siamo e non solo il ricordo di come eravamo; se sapremo donarci l’un l’altro senza programmare chi sarà, a muovere il primo passo… Beh, questo dimostrerà il nostro Amore. E, allora, non sarà stato un peccato, aspettarsi tanto!

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