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Questo articolo è stato scritto, di getto nel lontano 17 marzo 2007 e l’ho considerato, allora, a metà fra un esercizio di stile e uno spaccato di diario intimistico in grado di preconizzare scelte e stati d’animo futuri. A distanza di oltre 14 anni, credo che la lettera scritta in quel tempo, sia giunta a destinazione. Cari Lettori, se potessi continuerei la ricerca dell’intrinseco significante del “sè” lontano dal disturbo del quotidiano, all’ombra di qualche Monastero, Tempio di Meditazione e Contemplazione. Se potessi. In una Società come la nostra, nessuno finanzierebbe una simile scelta ed io, attualmente (seguendo la “diligenza del buon padre di famiglia”), ho molto da dovere (e volere) dare alle mie due figlie, in termini di emozioni, spunti di riflessione, valutazioni etiche e morali e, anche, di tranquillità economica. Nasce, quindi, l’esigenza di mantenere salda (e salva) l’indipendenza della mia solitudine interiore, pur all’interno di un aumento dell’esposizione sociale.

Buona lettura

“Eccomi qui, grumo di mastice e sangue topazio… Grida di gioia e indicibile strazio; abbracci e baci d’intorno. Ricomincia ogni giorno: nuova vita o ritorno?” (Pacifico).

Da 20 a 29. Questi sono i petali che, in media, compongono la “corona” di una margherita. Che strano. Un esile stelo, qualche fogliolina, un disco giallo come il sole e in grado di consentire infusi con proprietà calmanti e disinfettanti. Uno strumento della Natura semplice, efficace e “implacabile”. 

Si.

Infatti, nei prati in cui fanno bella mostra di sé, avete mai notato altri fiori? 

No.

Semplicemente perché questo Chrisanthemum leucanthemum, erba comune “composita” delle regioni temperate, è in grado di entrare in empatia totale con l’ambiente circostante che, in cambio di tanta disponibilità, restituisce la “cortesia”, favorendola nell’acquisizione dei nutrienti fondamentali. E non c’è spazio per nessun altro.

“Ogni giorno è così: strappo violento e spavento inaudito, fronte bagnata segnata col dito e poco c’è da sapere: con passo incerto cadere, senza mai darlo a vedere” (Pacifico).

Questo è l’andare diuturno di chi sa che, controvento, per ogni passo in più si stringono nel pugno nuovi sogni e obbiettivi da accarezzare… ma avendo, per contro, sempre meno ossigeno nei serbatoi, come Natura vuole. 

In fondo, questa è la mia vita, divisa tra le parole degli altri (spesso come sassi, precisi, aguzzi e pronti da scagliare, su una faccia non sempre invulnerabile) e i pensieri che, come nuvole sospese, diventano frecce infuocate che il vento e la perizia sanno indirizzare. In mezzo, muscoli da capitano e sudore da mediano di spinta, per agire sulle fasce in direzione uguale e contraria, giusto per scartare di lato e cadere, a volte. Per rialzarmi. 

Ogni volta. Finchè ce la farò. Fino a quando ne varrà la pena.

Che paradosso…

Riuscire ad entrare in empatia con le note stonate dei visi sordi e muti, lasciandosi cullare dal vento che spoglia gli alberi, con poca voglia di parlare ma tanto ancora da raccontare. Mi basta anche un semplice saluto. Ci vuole poco, per sentirsi più vicini. Ma questo stato d’animo permeato dalla compenetrazione dei sentimenti altrui, non si determina in maniera automatica… e non è affatto uguale per tutti.

Dipende, infatti, dalla intima “giuntura” di ciascuno, dalla propria storia: dalle radici, insomma. Fattori non misurabili, alla stregua di  piccoli divieti a cui disobbedire, o di quel dolore profondo che non ti riesce di spiegare…

Insomma, dipende dalle proprie emozioni che fanno come gli pare e si perdono al buio, per poi continuare. D’altronde, qualcuno ha detto che la bellezza del mondo ha due tagli: uno di gioia, l’altro d’angoscia.

Eccomi qui, soldato semplice e sangue corallo…giornate limpide e immagini fosche. E i passi portano via” (Pacifico).

Ma sarà poi vero che le donne sono così capaci di capire, comprendere, accudire e proteggere? Mi piacerebbe vedere nei loro occhi, come gocce preziose, come lampi in una notte d’agosto, delle luci d’incontro e non solo tante promesse “dovute”, tracciate e poi dimenticate… come foglie cadute. Si, perché, l’attività dei nostri neuroni specchio (quelli, per intenderci, che ci consentono di metterci nei “panni degli altri”) altrimenti finisce per diventare come quelle parole strette fra i denti, “che il tempo ti perdoni per averle pronunciate”, palle di neve al sole, razzi incandescenti prima di scoppiare: niente più che sabbia da ammucchiare.

Credevo che il mondo, avesse rispetto di chi come me…

…prova le ali con la sua voglia di libertà! Non pensavo che, alla stregua di un cecchino, il cacciatore era lì, pronto a tirare giù la mia voglia di andare. “Da quassù, prima di cadere, scopro il suo dolore, il suo mondo che muore. In fondo, un uomo da evitare“.

Chi muove i nostri fili?

Stai con me, se non sai dove andare. Quello che non ti dico diventa uno spazio indefinito, un alibi perfetto tra quello che saremmo potuti diventare e ciò che non ci è riuscito. Forse non mi capisci perché non piace a nessuno la sfida contro il destino. Ma il tempo non sa aspettare. Bravi a farci del male e a nasconderci, siamo quello che siamo, condannati dall’arroganza di voler essere padroni del cuore, prima che del cervello. Meglio coniugare, comunque, trepidazione, attesa e voglia di trovare, piuttosto che aspettare… e invecchiare con pagine bianche che nessuno riempirà. Meglio la verità che fa male, dell’ipocrisia del voltarsi e andare, facendo finta di nulla. “Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti” (Eraclito)

Eppure, nonostante tutto, qualcuno ci uccide, ogni giorno un po’. Livore misto a gelosia: più ti spendi e più ti dai e più invidia scatenerai. Conviene starsene a guardare, vegetare e non rischiare? Avere un mare di cose da fare, tanto talento da offrire, mille discorsi lasciati in sospeso alla ricerca, in fondo, di un cielo pulito! Per quale strada andare, in chi lasciare un ricordo di sé? Forse è meglio fermarsi e combattere ancora, fra pensieri fragili e “fiale” complici, contro la troppa solitudine. A ritrovare l’allegria. Dove non c’è speranza, anche un Dio muore.

Perché, il Cielo è la vita ingenua di un fanciullo, il mare che si rispecchia in ogni goccia sempiterna, ogni albero del bosco, l’arcobaleno che vince ogni tempesta, il risveglio delle emozioni…

Perché, il Cielo, è per chi sa ascoltare i battiti del cuore e crede ancora nell’Amore

Io non voglio arrendermi.

“Ho un po’ di traffico nell’anima… Che tu sia un angelo o un diavolo ho tre domande per te: chi prende l’Inter, dove mi porti e poi dì, soprattutto, perché? Perché ci dovrà essere un motivo, no? Hai un momento, Dio? No, perché, insomma, ci sarei anch’io! Hai un momento, Dio? O te o chi per te avete un attimo per me? Ma tu sei lì per non rispondere e indossi un gran bel gilet e non bevi niente o io non ti sento: com’è? Hai un momento, Dio? No, perché sono qua; se vieni sotto offro io. Hai un momento, Dio? Lo so che fila che c’è, ma tu hai un attimo per me? Almeno dimmi se c’è il sole di là. Perché nemmeno una risposta ai miei perché? Hai un momento, Dio? O te o chi per te, avete un attimo per me?” (Luciano Ligabue)

Capita. Vele ferme, assenza di vento, cercando qualcosa da inventare, con un solo giorno di autonomia e l’obiettivo a poco più del passo della tua gamba. Capita. Giorni di quelli che vorresti non avere mai, senza nulla da scrivere sul tuo personale libro di bordo, a galleggiare su inutili dubbi. Giorni, che “io non ci sto!”. Notti buie a scandire questo tempo, maledetto e senza storia.

E poi, finalmente, accorgerti di avere ragione, felice di ciò che sei e, solo a quel punto, disponibile all’intesa, senza museruola alle ambizioni. Capita anche di smarrirti, fino a rischiare di non amarti più. Con la stanchezza lì, a suggerirti di staccare a spina.

Ma io non muoio dietro un tramonto: ho altri giorni in tasca, per provare a perdermi… e poi ritrovarmi.

E ricomincia ogni giorno.

“Cosa c’è mamma?”

“Sto morendo, Forrest. Avvicinati, vieni a sederti qui.”

“Perchè muori mamma?”

“È la mia ora, la mia ora è arrivata… Oh, avanti… non devi avere paura. La morte fa solo parte della vita, è una cosa a cui siamo destinati tutti; io non lo sapevo, ma ero destinata a diventare la tua mamma. Ho fatto il meglio che ho potuto.”

“Hai fatto molto, mamma.”

“Bene… ma sono del parere che ognuno si fa il suo destino. Tu devi fare del tuo meglio con ciò che Dio ti ha concesso.”

“Qual è il mio destino, mamma?”

“Dovrai arrivare a scoprirlo con le tue sole forze. La vita è una scatola di cioccolatini Forrest, non sai mai quello che ti capita.”

(Forrest Gump)

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