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I messaggi, che ci giungono da lontano, quando sono giusti, resistono all’usura del tempo, rinnovandosi giorno per giorno nel loro valore pratico.

E’, questo, il titolo di un’opera poetica, in 764 versi esametri, del grande rapsodo greco ESIODO, vissuto intorno al VII secolo a. C.

 A differenza di Omero ( la cui vita si immerge fra le brume del mito ), la figura di Esiodo assume carattere storico, anche se poco conosciamo del suo vissuto, se non per quel che è possibile ricavare dalle sue opere.

In verità, al titolo “le Opere” fu aggiunta la parola “i giorni”, perché, al poema, vennero affiancati, dalla tradizione, altri 63 versi, relativi ad una sorta di calendarizzazione dei giorni “fasti e nefasti”, cioè quei giorni nei quali l’uomo può attendere alle proprie occupazioni e i giorni da consacrare, interamente, alla divinità e santificarli nei relativi rituali liturgici. Ancora oggi, dedichiamo 6 giorni alle nostre attività lavorative ed il settimo ci rinfranchiamo dalle fatiche settimanali.

 Qui, invece, interessa il messaggio morale che traspare intensamente dalla poesia di Esiodo, e che è un inno di profondo ossequio al lavoro, alla verità e alla giustizia, che trapassa il tempo e non è offuscato dalla polvere dei secoli; inno, questo, che, ai nostri giorni, ha il sapore di una rampogna per tutta l’umanità.

 “Lavora e sii giusto! Perché solo il lavoro è giusto”, così ci ammonisce il poeta, perché l’ingiustizia esige una punizione che solo i giudici onesti possono determinare .

 C’è, in Esiodo, un desiderio insopprimibile di giustizia che trae origine dal torto subito per una sentenza che gli aveva negato la giusta parte dell’eredità paterna, pronunciata da giudici corrotti, a favore del fratello Perse. Egli chiama questi giudici corrotti “mangiatori di doni “, oltre che “Sciocchi! Poiché non sanno come la metà valga più del tutto e quale grande ricchezza sia nelle umili piante della malva e dell’asfodelo”.

 Il 16 Marzo, si è ricordato l’ennesimo anniversario della strage di via Fani, ove venne rapito dalle Brigate Rosse l’On.le Aldo Moro e massacrata la sua scorta, cui seguì, dopo circa 40 giorni, la tragica e violenta morte sacrificale dello Statista.

 La coscienza popolare aspetta, ancora, piena luce su questo infame delitto, come su numerosi altri assassinii; anzi, il cittadino che affronta, ogni giorno, i disagi di una vita impegnata nel lavoro, rimane indignato per gli sconti di pena, le agevolazioni carcerarie, le semi-libertà che i colpevoli dei vari delitti godono, ( ivi compresi i pirati e gli incoscienti che, sulle strade, esprimono il macabro rituale del loro disadattamento psichico e sociale ) ; ed Esiodo, a tal proposito, ammonisce “E’ un male che un uomo sia giusto, se l’ingiusto otterrà il favore della giustizia”, perché la giustizia, prima che astratta ed inanimata codificazione dell’illecito, è caratteristica interiore dell’uomo, aprioristica esigenza morale, che vale a distinguerlo dall’animalità”; ed è ancora Esiodo a spiegarcelo col suo poetico canto, allorché recita ” Questa è la legge che Zeus ha stabilito per gli uomini; che i pesci, le fiere e gli uccelli si divorino tra loro, poiché la giustizia non è tra essi; ma agli uomini egli ha dato la Giustizia che è il maggiore dei beni”.

 Non a caso, presso gli antichi Greci la Giustizia – DIKE – era raffigurata dalla vergine figlia di Giove, non corruttibile, né, tantomeno, connotabile da alcuna delle passioni umane.

 C’è un’ultima notazione che, qui , si vuole esprimere:

 i folkloristici e minacciosamente vocianti cortei dei cosiddetti pacifisti – che si mobilitano per le strade e le piazze d’Italia e del mondo ( a proposito, chi paga le spese organizzative ? )anche se solo qualche loro scalmanato sodale viene fermato dalle forze dell’ordine – si sono ammutoliti e rinchiusi nei loro centri di aggregazione, senza avvertire il pudore di una solidale partecipazione per l’immondo assassinio dell’eroico SOVRINTENDENTE DELLA POLIZIA EMANUELE PETRI, mentre nessuna emittente televisiva, nessun quotidiano ha elevato l’urlo della propria condanna per questa partigiana visione della giustizia, per l’assenza di “girotondi “, per l’indifferenza di un discutibile regista o di qualche incompreso premio Nobel.

 Nel denunciare tutto questo, si vuole ribadire che noi temiamo maggiormente il pavido silenzio dei giusti, che non la violenza della piazza.

 

Giuseppe Chiaia ( 22 marzo 2003)