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Ho 70 anni e vi scrivo per condividere questo triste momento che sto vivendo con la mia adorata moglie. Stiamo insieme da tanto di quel tempo che non lo ricordo più. Abbiamo combattuto e vinto una durissima battaglia contro il suo tumore ma, da meno di un anno, l’Alzheimer ha iniziato ad offuscarle la mente.  Sono distrutto all’idea di “perderla” giorno per giorno ma, soprattutto, mi chiedo: “Non avendo figli, cosa ne sarà di lei e di quel che resterà di me?”

Il quesito postoci, questa settimana, sul Forum di Sos Alheimer On Line evidenzia (fra le altre) almeno due tematiche fondamentali:

  • Il non sapere affrontare Dolore
  • La paura della solitudine (che, poi, racchiude Il dolore dovuto alla paura di restare da solo)

Possiamo iniziare ad affrontare la prima tematica, rimandando ad un secondo momento la trattazione riguardante la paura della solitudine

Il termine “Dolore” deriva dal Latino e identifica “una sensazione spiacevole che affligge”

Come si affronta un dolore?

Chi, come me, esercita la professione e la “funzione” dell’incontro con il “profondo” abbraccia, in un transfert energetico imprescindibile, l’infelicità dell’altro.

Gli esperti ritengono che, a quello fisico, si accompagni inevitabilmente il dolore dell’Anima. Propria e Altrui. Gli antichi Greci, infatti, ritenevano che Algos (il dolore fisico) fosse gemello di Pathos (il dolore interiore)

Il ricercatore Maurizio Insana sostiene che “Uno dei componenti del nostro viaggio terreno è inequivocabilmente il dolore. Che ci accompagna fin dalla nascita. Veniamo concepiti nel piacere e nasciamo col dolore di chi ci accompagna al Mondo”

Sigmund Freud ha scritto che la sofferenza ci minaccia da tre parti: Dal nostro corpo (che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia)dal mondo esterno (che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane), e infinedalle nostre relazioni con gli altri. La sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra”.

La Psicoanalisi ci spiega che iniziamo a sperimentare il Dolore fin da piccolissimi. Infatti,  dalle acque amnioticamente quiete dell’ancestrale abbraccio materno, veniamo catapultati in un mondo confuso e privo di certezze: in pratica, è come se rivivessimo (simbolicamente) la cacciata dal Paradiso Terrestre con, in aggiunta, l’angosciosa oppressione del dolore che gli altri (anche quelli più vicini a noi), ci “consegnano” col proprio modo di essere.

Come si affronta il Dolore?

Questa spiacevole sensazione, ci ricorda tutte quelle volte che ci siamo trovati di fronte a qualcosa che ci è sembrata più grande delle nostre capacità di risoluzione. E, a quel punto, abbiamo scambiato l’angoscia che ne è derivata con un mostro depressivo che ci avrebbe inghiottito

Ecco che, come sempre, ci troviamo di fronte ad un bivio

  • Quello della disperazione (con l’allontanamento da ogni speranza)
  • La via della sofferenza come alleata (confidando sulle risorse incise nel nostro codice genetico, lette e rielaborate del nostro inconscio).

Ecco perché, la sofferenza è l’unico mezzo valido per rompere il sonno dello spirito.

Ma perché proprio a me?

Accadono cose che possiamo accettare solo quando riguardano gli altri. Ma quando coinvolgono noi, sembra proprio impossibile. Forse stiamo sognando? Si, ora apriremo gli occhi e scopriremo che è stato solo un incubo.

E invece no!

La vita, di fatto, è quello che accade mentre cerchiamo di scoprire in che modo arrivare alle cose che, fin da piccoli, credevamo essere importanti. Accade, a volte, che vicinissimi all’obiettivo, la cosa ci sfugga di mano. Diventa come un “perdersi” a un passo da tutto. Per quanto strano possa sembrare, però, se osserviamo le vite degli altri ci accorgiamo che, quasi sempre, in un modo o nell’altro si riprende il cammino e si giunge in posti che, si scopre, erano quelli dove volevamo arrivare. In pratica, è come una danza in cui ci sembra (appunto) di perderci per, poi (ogni volta) ritrovarci.

Ed è per questo che, un po’ alla volta, tutto riprende a scorrere su binari fatti apposta per darci (di nuovo) il gusto di guardare al presente, immaginando il futuro e poter dire: ”Io sono, nuovamente, qui!”

Nell’attesa di confrontarci con la paura della solitudine, vorrei accomiatarmi con l’estrapolato di una particolare poesia di Roberto Vecchioni che ci invita a Risorgere dalle nostre stesse ceneri :

Ho conosciuto il dolore. Ed era il figlio malato, il sogno strozzato; Dio, che non c’era e giurava di esserci…Ho conosciuto il dolore e ho avuto pietà di lui, della sua solitudine. E, a un certo punto, gli ho detto: “Per una volta ascoltami… e non fiatare! Hai fatto di tutto per disarmarmi la vita ma non sai che non hai vie d’uscita perché, coi sogni che corrono nel mio presente, Io sono vivo e tu, mio dolore, non conti un cazzo di niente. Ti ho conosciuto, dolore, in una notte di inverno. Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente, io sono un uomo… e tu, non sei un cazzo di niente!”

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