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Assisto un congiunto affetto da un grave problema e, spesso, pur avendo familiari che mi danno una mano, avverto un profondo e incolmabile senso di solitudine. Perché provo questo stato d’animo? Cosa posso fare per contrastarlo?

Questa è una delle tante domande pervenute al Forum del nostro SOS Alzheimer On Line, a cui tentiamo di dare immediata risposta e che è diventata il primo argomento da trattare in questa rubrica dedicata a chi soffre e a chi aiuta, soffrendo…

Chi sta accanto a chi soffre credendo di aver perso ogni speranza di vita piena, deve sentirsi capito. E ringraziato.

“Se tu sei veramente un Medico, sappi che quando curi gli occhi, dietro gli occhi c’è la mente e dietro la mente c’è l’anima e che per curare gli occhi devi capire l’anima” (Socrate).

Caregiver: colei (o colui) che ci riporta alla memoria i primi momenti in cui abbiamo percepito, nitida, la sensazione di essere amati.

Colei (o colui) che, empaticamente, rende vivo il concetto del capire (il dolore dell’altro), per capirsi (domandandosi cosa si prova, in quel momento), per essere capiti (diventando cristallini agli occhi dell’altro).

Almeno per me, è stato così da sempre. Nei racconti di mia nonna, ad esempio, esisteva per l’infermo, il momento più importante della giornata: l’arrivo del dottore che si sarebbe preso cura… facendo ritornare bambini con la carezza della percussione, l’abbraccio della auscultazione e il dono di una positiva prognosi.

Caregiver: colei (o colui) che si prende cura. Questo termine (cura, appunto) deriva dal latino e significa “osservare, scaldando il cuore” ma, anche, dal sanscrito con la valenza di “saggio”.

La cura diventa, quindi un atto di responsabilità che segue all’osservazione (e all’ascolto) attraverso la trasmissione dell’Amore verso la vita: anche quella che sta finendo.

Che sia “formale” (il professionista formato allo scopo) o “informale” (un familiare, un amico…), il caregiver antepone le attenzioni verso chi soffre, alle necessità personali. E sperimenta la solitudine di fronte alle proprie ancestrali paure di angoscia primordiale: la paura di lasciare andare, la voragine del vuoto emotivo…

Colei (o colui) che aiuta, diventa una specie di castello dagli infissi murati: Trasparenti per mostrare il sorriso e lasciare immaginare il sussurro di tenerezza; Fonoassorbenti, per filtrare il pianto della propria impotenza e dell’angoscia dell’abbandono.

A ben riflettere, ogni qual volta focalizziamo la nostra attenzione, ciò che osserviamo lo vedremo per la prima e ultima volta. Ogni canzone, ogni film, ogni poesia, ogni quadro e ogni emozione conseguente, la sentiremo, lo vedremo, la leggeremo, lo confronteremo con la nostra immaginazione e la vivremo, in maniera unica e irripetibile. Perché non si crea mai la stessa idea due volte di seguito, così come non scorre mai due volte la stessa acqua sotto lo stesso ponte.

Ecco perché dobbiamo imparare a saper osservare la nostra solitudine interiore: solo così potremo “ascoltare” gli Infinitesimi scarti del cuore che, non solo dividono ma fanno diverso il Mondo. Anche e, soprattutto, quello del nostro “Io” più profondo.

“La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice”. (José Saramago, “L’anno della morte di Ricardo Reis”)

Ognuno di noi, in un modo o nell’altro, ha conosciuto il dolore affettivo che consegue all’impossibilità (se vogliamo, “insensata”) di prendere il posto di chi  soffre e, in un modo o nell’altro, una volta asciugate le lacrime, ognuno di noi si è scoperto ad aver delineato dei contorni più appropriati per ciò che concerne il rapporto con la persona di cui ci siamo presi cura: passando dalla non accettazione della situazione, un po’ alla volta, (con una sorta di “speleologia emotiva”) abbiamo imparato a comprendere l’altro e a proteggerlo avvertendo, nel contempo, un’inversione di ruolo genitoriale nel sentirci parte di quella stessa radice che ci riporta in un posto senza tempo perché  “solo nei sogni, gli uomini sono davvero liberi: è da sempre così e così sarà per sempre”.

Credo non ci sia modo migliore di concludere queste brevi riflessioni, riportando alcuni versi di una particolare composizione di Roberto Vecchioni, ispirata ad una omonima poesia di Vittorio Gassman: “A Dio”

Sempre ti chiamo, quando tocco il fondo, conosco il numero a memoria. So che, a volte, cancelli a qualche fortunato il debito che tutti, con te, abbiamo. Ti prego, quando echeggerà quell’ultimo e dolorante squillo, Dio-per-Dio!   Non staccare: rispondimi!

Si ringrazia l’amico Enzo Ferraro per l’aforisma di José Saramago

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