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Questo Editoriale ha visto la luce, nella sua prima stesura, nel lontano 14 agosto 2012, come risultato di un confronto collaborativo con il prof. Alessandro Citro (Docente e Counselor). L’uso del “noi” è frutto, quindi, di una scrittura e di pensieri condivisi. Siccome le nostre particelle del tempo giocano con la memoria dell’eternità ecco che, costantemente riemergono dal profondo dell’inconscio collettivo (in cui sono contenuti milioni di anni di evoluzione e di esperienze condivise), sempre nuove dimensioni di realtà. Naturale e doveroso, quindi, riproporre con occhi un po’ più maturi, questi “sguardi di solitudine”

Una buona lettura

“Se tu sei veramente un Medico, sappi che quando curi gli occhi, dietro gli occhi c’è la mente e dietro la mente c’è l’anima e che per curare gli occhi devi capire l’anima” (Socrate).

Molto presuntuosamente, credevamo di aver affrontato il confronto con la solitudine in maniera completa. Ci sbagliavamo. 

Meno male. E, almeno, per due motivi.

Il primo: un sano contatto con quel realismo che ti fa capire quante altre scale dovrai salire, prima di iniziare a pensare di poter tirare i remi in barca. Il secondo: la possibilità di scoprire quante altre porte si schiudono, quando sei pronto ad osservare, umilmente, gli usci disponibili ad aprirsi di fronte alla tua voglia di conoscenza. 

Lo sguardo e la percezione della realtà

Qualcuno ha detto che, a ben riflettere, ogni qual volta focalizziamo la nostra attenzione, ciò che osserviamo lo vedremo per la prima e ultima volta. Ogni canzone, ogni film, ogni poesia, ogni quadro e ogni emozione conseguente, la sentiremo, lo vedremo, la leggeremo, lo confronteremo con la nostra immaginazione e la vivremo, in maniera unica e irripetibile. Perché non si crea mai la stessa idea due volte di seguito, così come non scorre mai due volte la stessa acqua sotto lo stesso ponte.

Ecco perché dobbiamo imparare a saper osservare la nostra solitudine interiore: solo così potremo “ascoltare” gli Infinitesimi scarti del cuore che, non solo dividono ma fanno diverso il Mondo. Anche e, soprattutto, il nostro “Io” più profondo.

Bisogna, però, essere “pronti” a questa dimensione di realtà e verità

Infatti, come ci ha spiegato Carl Gustav Jung, lo specchio (interiore) non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore.

Un allievo va dal suo guru e gli comunica (con un filo di arroganza) di desiderare la conoscenza della Verità più di ogni altra cosa. Il maestro non risponde ma, inaspettatamente, lo afferra per il collo, lo trascina al vicino torrente e gli mette la testa sott’acqua fino a quando, il malcapitato, non giunge fino al limite dell’annegamento. Quindi, tiratolo fuori, gli chiede: “cos’era che volevi, più di ogni altra cosa, quando eri sul punto di morire?” – “L’aria!” – “Bene, quando cercherai la verità come, un momento fa, desideravi l’aria… allora sarai pronto ad imparare!” (Antico racconto tibetano). 

Quello che il Maestro tibetano ha voluto trasmettere è che, la ricerca della Verità, costituisce una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone; l’incontro con se stessi, infatti, appartiene a quelle cose spiacevoli che si tende ad evitare fino a quando, dentro l’anima, c’è traccia di quel negativo che non vogliamo riconoscere né riusciamo ad “addolcire”, correndo il rischio di proiettarlo sull’ambiente, attraverso un doloroso autosvelamento.

Su l’Avvenire di un po’ di tempo fa, un bell’editoriale di Enzo Bianchi spiegava che “il deserto e il giardino” costituiscono le due solitudini dell’essere umano… 

Il deserto. La solitudine predestinata. 

Quella che ci coglie difficilmente preparati, quando la vita ci “strappa” chi ci permetteva di non sentire il peso dell’essere troppo soli. “La vita sarebbe forse più semplice, se io non ti avessi mai incontrata. Meno sconforto, ogni volta che dobbiamo separarci; meno paura della prossima separazione e di quella che, ancora, verrà. E anche meno, di quella nostalgia imponente che, quando non ci sei, pretende l’impossibile subito… fra un istante e che, poi, giacché non è possibile, si sgomenta e respira a fatica. La vita sarebbe, forse, più semplice se io non ti avessi incontrata. Soltanto, non sarebbe la mia vita”. (Eric Fried).

La solitudine dell’isolamento.

Quando si capisce il significato del “vuoto”, senza poter fare nulla, per riempirlo, per via di una Società segnata da una velocità troppo alta per poter essere governata… e dei legami troppo fragili, tipici di una realtà basata sulle valutazioni minimaliste e binarie del “mi piace/ non mi piace più”.

“Quando io sento il calpestio di un bastone cercare il solido appoggio. Quando lo sento sfiorare la terra arsa, oppure un prato erboso cosparso di tenere foglie, salire una scala dal marmo sempre più freddo… Quando lo vedo, stretto tra due mani ruvide e stanche, cercare un passo sicuro io mi chiedo come può un piccolo pezzo di legno sostenere il peso degli anni e la tristezza del cuore” (Sandrino Aquilani).

La solitudine dell’estraneità.

Ogni volta che ci si rende conto di non avere più nulla da spartire con quello che abbiamo intorno, a partire dall’aria che si respira.

“Sono arrivato a un passo da tutto. E qui me ne rimango, lontano da tutto, di un passo” (A. Porchia).

Il giardino. La solitudine feconda.

Quando riusciamo, dopo aver preso il coraggio con le nostre mani e con gli occhi dritti, senza paura, a saper restare da soli in nostra “ottima” compagnia. Senza silenzio, infatti, non è possibile conoscersi meglio, scavare nel profondo e piantare il seme d i quella pianta che ci porterà crescita e condivisione.

“Il pellegrino, il pellegrinaggio e il cammino: nient’altro che me, verso me stesso” (Proverbio tibetano).

Cari Lettori, l’esperienza che stiamo accumulando provando a misurarci col dolore e la (cattiva) solitudine altrui, ci aiuta a scorgere, nei loro occhi, le porte di un tempio disadorno, impolverato e mal frequentato.” Cosa sarà che fa crescere gli alberi e la felicità e cosa fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento?” (Lucio Dalla)

Ogni verità, ad andare a cercarla ha, spesso, più facce: quelle di chi sostiene (spesso in buona fede) le proprie ragioni. In questo modo, nel tempo, corrodiamo il piacere di cercare il “come” armonizzare con gli altri: si svilisce il “perché”.

Come possiamo tornare ad essere padroni del nostro tempo?  Riuscendo a scoprire come recuperare la facoltà di fare quello che ci piace… probabilmente!

“Quando non si trova il riposo in se stessi è inutile cercarlo altrove” (La Rochefoucauld).

Cari Lettori, allora ci siamo messi a guardare negli sguardi degli altri, senza rinunciare all’indipendenza della nostra solitudine ovviamente. Provate ad assaporare il “resoconto” e prendete in considerazione l’idea di ripetere l’esperienza, magari solo con la vostra immaginazione.

Sguardi veloci, incrociati scappando, accelerati e non vissuti ma pensosi che ti immalinconiscono… Quell’occhiata la riconosci: legge dentro le tue emozioni, i tuoi pensieri, in quelle domande a cui non riesci a dare risposte…Chissà perché ci interessa quella particolare forma di comunicazione temperamentale! Chissà che cosa cerchiamo in quegli occhi… forse frattali capaci di calmare la mente che gira troppo “in alto” e, prima o poi, “salterà”. Ecco, forse possiamo capire come fanno, gli altri, a resistere.

Quello sguardo lo riconosco… è il nostro, delle giornate “no”, del significato assente, della stanchezza del vivere…

Invece, quello, mi attrae. Maledettamente non mi lascia andare, mi seduce e mi blocca le gambe al terreno. Inchiodato, fisso, ha sofferto tutto il male del mondo e si vede. Basta. Giro gli occhi. Devo girare gli occhi.

Ecco. Meglio, questo, è sereno, profondo, lento, calmo, come il cielo che vorrei.

Guardalo. Da questo, non ti staccheresti più. È come un grembo che ti avvolge riscaldandoti.

Però, anche questo, in fondo, sembra ferito. È difficile accorgersene ma, in fondo, è proprio così. Peccato. Sembrava perfetto.

Ne cerco un altro. Eccolo. Questo è sicuro, “burocratico”, da esperto istituzionale. Certo, ma sguardi così valgono solo nelle ore lavorative.

E poi? Se è single, quando deve scegliere il programma della lavatrice, che sguardo avrà? Mah!

E quello? Ha pianto, ha appena pianto. Occhi rossi. Intorno ad un’iride blu. Dolente, assente, stravolto. Tutto nello sguardo.

Di tutti gli sguardi del mondo, forse in pochi cercheranno di capirne i perché. Peccato, però: in questo modo momenti irripetibili, si scioglieranno come cera che brucia, dissolvendo con essa, segreti perenni.

E la solitudine? Esiste una solitudine diversa per ognuno di noi perché, ognuno di noi, ha un diverso modo di approcciarsi alla solitudine. A volte è un bisogno da soddisfare, altre volte un mostro da cui scappare.

Cos’è, che determina la differenza?

La Cultura, intesa, non solo come “quel bagaglio di conoscenze importanti, che vengono trasmesse di generazione in generazione” ma, anche, nel rispetto della definizione latina, che si riferiva alla capacità di “coltivare”, soprattutto l’animo umano. Questa “base” (la cultura, appunto), ci consente di sintonizzarci al meglio alla realtà, cioè all’evidenza del fatto che siamo soli, in qualsiasi circostanza e contesto.

E allora, siccome siamo tante isole con castelli dagli infissi murati, dopo aver accettato questo aspetto della vicenda, in base a come organizziamo il rapporto con la nostra solitudine, all’interno di quelle stanze, ci “vivremo” come degli autistici disadattati, o come dei Robinson Crusoe, capaci di uscire nei cortili di questi nostri castelli (magari attraverso cunicoli) e mandare e ricevere messaggi, inviati mediante delle catapulte che superino, nella gittata, l’altezza dei muri di cinta.

Solo quando smarriamo il senso delle cose che facciamo, avremo paura di restar soli e di non avere qualcuno con cui confrontarci e da cui avere sostegno.

Cari Lettori, nell’immagine di copertina risalta, agli occhi di chiunque, una maschera disillusa che pare voglia chiederci quale sia la strada che porta a dimenticarsi di “pensare” perché, in fondo, “solo nei sogni, gli uomini sono davvero liberi: è da sempre così e così sarà per sempre”

Chi ci ha preceduto, ci ha insegnato che esistono “dolori” che hanno perduto la memoria e non ricordano perchè sono dolori e ci ha esortato a non “perdere di vista” le cose veramente importanti perché lo spegnersi di un’anima è lieve, moto lieve, quasi silenzio. Eppure, anche le difficoltà passano, come tutto passa, senza difficoltà. Col senno di poi.

Al netto di ogni condizionamento, nessuno di noi, consapevolmente, prenderebbe per il sentiero che conduce a morire.

Eppure, la Fisica ci spiega che le nostre particelle di tempo giocano con l’eternità per cui, con sufficiente tranquillità, possiamo concludere che se non ci fossero luci che si spengono, le luci che si accendono non illuminerebbero.

E allora…

Esiste, in fondo, una sola realtà sulla quale abbiamo veramente paura di posare lo sguardo ed è quella delineata da Nicola Abbagnano nel momento in cui ha scritto che  “solo chi si isola da se stesso, più che dal prossimo, è veramente solo”.

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un saluto e un ringraziamento ad Alessandro Citro per il costruttivo confronto e per la disponibilità a condividere la sua ricca Umanità.

Un ringraziamento ad Amedeo Occhiuto per la sua affettuosa ricerca di aforismi e spunti di riflessione

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