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Festa di compleanno di mia figlia Marinella, felicità e tenerezza alle stelle, tanti suoi amichetti a sgambettare qui e là, tanti miei amici a sorridere della vita bella. Festa davvero del cuore, una giornata da ricordare.

Si da ricordare veramente.

Stiamo per fare ritorno a casa, il mio amico in moto davanti a me, a seguire la mia macchina con sopra mia figlia piccolina, la festeggiata, poco più indietro l’altra mia figlia grande e parenti sopra la sua auto. Sulla via centrale del paese, andatura da maratona, a esagerare 30-40 all’ora.

Improvvisamente, sequenze da moviola, vedo una moto imbizzarrirsi, inerpicarsi nel vuoto, piegare di lato, e rimanere lì, ribaltata su un fianco, poco più in là, il mio amico disteso anch’egli ma scomposto.

Immobile.

Mi volto verso la mia compagna e chiedo se ha visto anche lei quello che ho visto io. Inchiodo, scendo dalla macchina e mi precipito verso quel corpo che sembra addormentato.

Chiamo l’ambulanza e urlo a tutti i curiosi intorno di non toccarlo, di farsi da parte. Disperato, sono disperato, tutto sembra cozzare con le certezze andate a farsi benedire, come se il Signore avesse deciso di tacere, di non farsi avanti.

A rompere ogni indugio, in veloce sequenza arrivano tre donne, che fermano la propria auto ed i propri impegni per correre in soccorso di chi è a terra esanime.

Tre donne con attributi ben più che maschili, tre donne di quelle vere, tre rianimatrici, prendono in mano la situazione in maniera non soltanto professionale, ma di chi ha nelle mani gli strumenti necessari per salvare chicchessia.

Il mio amico respira lentamente, in maniera impercettibile, poi il mare, il cielo svaniscono, tutto rimane fermo come le onde di un lago. Il mio amico non respira più.

I tre angeli ora sono leonesse, a turno fanno tutto quello che io non avrei mai pensato potesse esser fatto, instancabili, metodiche, precise, intubano, pompano il cuore arrestato, non si fermano, non danno resa, continuano senza un attimo di incertezza, come a volere dire a quel cuore di ricominciare a pulsare, perché non gli avrebbero consegnato alcuna tregua.

Minuti furiosi, le mani imperterrite massaggiano fortemente quel muscolo, sono mani che raccontano come la preghiera a volte non è soltanto una intercessione per qualcuno, ma una vera e propria irruzione dell’anima, un passo in avanti, in mezzo, là, dove infuria la tempesta.

Il mio amico ricomincia a respirare, arriva l’ambulanza, le tre guerriere, lo barellano, anch’io do una mano ad alzarlo da terra, a spingerlo sulla autolettiga.

Il Signore sembra tacere?

No, Il nostro grande amico dei piani alti, è stato proprio lì, vicino a noi tutti, negli occhi di quelle tre donne che sanno di esempio che non muore, esempio che non retrocede, esempio che è amore.

Dio è stato lì, senza tentennamenti in quelle donne magnifiche e speciali. 

Il mio amico adesso è all’ospedale nelle mani di altri angeli. Ma quelle tre grandi donne sono certo continueranno a non mollarlo per un solo istante.

Vincenzo Andraous

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