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Ho letto con attenzione i vari aspetti dell’ansia e paura sul suo giornale. E’ parecchio tempo che mi informo e cerco notizie su come risolvere il mio disturbo; dato che il suo articolo mi è sembrato alquanto dettagliato vorrei chiederle alcune informazioni in merito. Ho 31 anni e da 2 anni soffro del disturbo d’ansia generalizzato che non mi consente alcun tipo di vita sociale perchè troppo intenso. Tutto è iniziato sul posto di lavoro con nevrastenia ed altri eventi affettivi e di salute che mi hanno portato a sviluppare da un giorno all’altro questo forte disturbo, sviluppatosi poi in forma depressiva, tanto da non riuscire più a lavorare o ad avere rapporti sociali. Ho provato per qualche mese psicoterapia, e vari tipi di farmaci antidepressivi (non tollerati per sindrome serotoninergica). Per questo le chiedo se conosce qualche medico indicato per questi disturbi in Torino. O cosa potrei fare, dato che non so più cosa e come fare.La ringrazio per l’attenzioneCordiali saluti

Lettera firmata

Gentima Signora mi spiace del fatto che non sia riuscita, a distanza di due anni, a venire a capo del suo problema. Dal momento che ha avuto problemi con i farmaci inibitori del riassorbimento di serotonina (presumibilmente con disturbi quali, l’agitazione, la sudorazione profusa, i disturbi gastrointestinali, alterazione della coordinazione muscolare, il tremore involontario, etc,) potrebbe prendere in considerazione l’idea dei nuovi farmaci a base di melatonina.

Per quanto riguarda l’approccio psicoterapeutico, tenga conto del fatto che, in base a quanto descritto, con molta probabilità, deve essere arrivata ad un livello di saturazione tensiva che è andata ad interessare soprattutto il sistema neurovegetativo.

Come avrà notato dagli articoli in merito (pubblicati su questo Magazine), l’attacco d’ansia non può essere contrastato, può essere scaricato, perché l’ansia è, dal punto di vista psicologico, uno scarico d’energia in confusione che produce una sensazione d’agitazione diffusa. Di conseguenza non può essere racchiusa all’interno di un ambito perché è dispersa. Quindi, così come una mandria di cavalli dispersa in un’ampia radura non può essere recuperata, l’ansia la puoi soltanto scaricare, consentendo che esca fuori da te.

In che modo?

Due, sostanzialmente:

  • Attività fisica;
  • Dialogo verbale;

Sia parlando che muovendosi si scarica l’ansia, a condizione che chi sta vicino non interferisca. Se non s’impressiona ed è disponibile ad ascoltarti, in pochi minuti si scarica l’ansia. Non ci vuole molto, basta muoversi, camminare, non stando fermi. L’ansia è di natura aggressiva, ecco perché porta agitazione; allora si può scaricare mediante attività di movimento, che può essere verbale o fisica. Lo stare fermo non consente lo scarico perché non c’è movimento, purtroppo non possiamo preoccuparci in quel momento di ciò che pensano gli altri di noi, perché dobbiamo avvantaggiare la nostra identità.

Come si risolve il problema?

Imparando il concetto dell’adattamento.

Dall’ansia si può guarire?

L’ansia non è una malattia, ma è un’attività, anzi le dirò di più, di fronte a delle attività fuori delle nostre abitudini è normale produrre l’ansia perché ci si trova di fronte a delle novità: quante volte abbiamo prodotto ansia prima di un particolare evento, ad esempio un esame? Era ansia “anticipatoria” cioè in previsione di un avvenimento, ansia “attivatoria”, che ti caricava come una molla per poi scattare e risolvere una problematica, fino alla domanda da parte del professore: quando cominciavi a parlare l’ansia finiva, perché scaricavi attraverso le parole. Attraverso le parole si attivava la neutrergia che catalizzava l’aggressività: catalizzare significa accelerare delle reazioni, in questo caso, di tipo biochimico – energetico, per trasformare da aggressività a neutrergia. Questo è possibile, in quanto che, io (traendo spunto dagli studi del grande Giovanni Russo), più volte, riferendomi all’energia mentale, parlo di tre qualità di Energia Vitale Umana (Neutrergia, Affettività, Aggressività). L’energia è sempre la stessa, si manifesta in tre modi diversi a seconda, principalmente, delle caratteristiche di frequenza e lunghezza d’onda. Ma noi possiamo a livello inconsapevole agire su questi parametri per trasformare l’aggressività in neutrergia e viceversa. Ecco, quindi, perché possiamo trasformare l’ansia in neutrergia, ecco perché si può imparare a gestire se stessi in maniera ottimale.

Nel tempo ci possono essere ricadute?

Dipende da come vivi! Se si conduce un’esistenza equilibrata, non si produce ansia “fastidiosa”. Non dobbiamo vivere il rapporto con l’ansia come qualcosa di fatalistico: a certe condizioni si produce, a certe altre, no… e comunque, si può sempre scaricarla. Ognuno di noi può imparare a prevenire il malessere e determinare il benessere: non dobbiamo viverci come canne al vento!

Come si fa?

Esiste una serie di standard da ottemperare per star bene: tecnicamente, vengono chiamati bisogni primari, necessari, ma non indispensabili, utili alla costruzione di una identità equilibrata.

Quali sono?

Costruire un’autoaffermazione, cioè imparare a vivere rispettando dei criteri che determinano equilibrio interiore, “realizzandosi” con se stessi e all’interno della Società. Imparare ad aumentare l’autostima, apprezzando maggiormente se stessi, ma realizzandosi, avendo come parametri di riferimento, non tanto i valori sociali che cambiano nel tempo, ma i valori oggettivi legati alle grandi Leggi della Natura, che non cambiano. Riuscire a creare un buon rapporto con il mondo esterno. Determinare delle motivazioni interiori che diano ogni giorno la voglia di vivere bene. Essere in grado di avvertire il bisogno di momenti in cui cercare tranquillità e pace, lontano dai frastuoni del mondo sociale. Rispettare se stessi secondo un sano concetto di riservatezza, senza dire troppo di sé agli altri, riuscendo ad imparare a riflettere correttamente: ecco, in sintesi i punti per riuscire a star bene; a questo punto, c’è da spiegare come si realizzano, lo vedremo man mano.

In forza di tutto quanto esposto, sarebbe opportuno, di conseguenza, pensare di impostare un lavoro mirante ad ottimizzare almeno i seguenti aspetti:

  • L’assorbimento e la metabolizzazione delle frustrazioni;
  • la gestione e la risoluzione dei conflitti interiori più “impegnativi”
  • l’analisi e lo smaltimento di problematiche derivanti da rimorsi, rimpianti e sensi di colpa
  • il miglioramento della capacità di adattamento;
  • la possibilità di diventare un po’ più conciliativa nei suoi confronti.

Purtroppo, non sono in grado di indicarle colleghi che operino nella sua città ma la invito a rivolgersi al suo medico di famiglia per avere suggerimenti in merito.

Nel frattempo, potrebbe iniziare a trarre qualche giovamento, leggendo articoli monotematici dalle due seguenti sezioni del giornale:

a spasso verso un futuro migliore colloqui riservatidialoghi sulla saggezza del vivere.

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