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“Ogni notte prima, di addormentarmi, penso a mio padre, a ciò che è stato. E piango, come un bambino abbandonato”.


Una vita al buio (c)

La vita, per il giovane Longostrevi, ha avuto a tratti il sapore amaro dell’emarginazione. Si può giungere persino a credere che alcuni episodi non “accadano” per caso. In questa puntata ci viene offerto uno spaccato dei pensieri di Fabrizio, in relazione a determinati momenti storici ed episodi, il tutto, volutamente romanzato, come sempre. Buona lettura.

Mio padre nacque povero o quasi. Sua madre rimase vedova in tempo di guerra (la grande guerra) e dovette arrangiarsi come poteva, facendo l’affittacamere (disponeva di un grande appartamento lasciatole in eredità dai suoi genitori) e in anni successivi scoprendo con grande sagacia e astuzia (precorreva i tempi moderni) il business delle inserzioni: fondò, infatti, col fedelissimo figlio Giancarlo una rivista di inserzioni matrimoniali chiamata “Il cenacolo” che si proponeva come si può agevolmente comprendere di favorire l’incontro di uomini e donne in età e condizione da matrimonio.

Mio padre fin dai tempi del liceo (scientifico) e poi dell’Università si dedicò anima e corpo allo studio riuscendo con risultati a dir poco brillanti (60/60 alla maturità e 110 e lode alla laurea) e prodigandosi persino nel poco tempo libero per guadagnare qualche soldo da aggiungere alla risicata paghetta settimanale che gli corrispondeva la madre: lavorò come aiutante in una pompa di benzina e come fattorino per una ditta di recapiti a domicilio del centro di Milano.

Lo faceva solo per distrarsi perché la sua vera passione era rappresentata dai libri, dallo studio: divenne famoso fin dal primo anno d’Università in tutto l’ateneo per aver preparato e diffuso delle dispense, ovviamente autografe, con i riassunti degli appunti presi alle lezioni dei vari travagliatissimi (almeno a detta degli studenti) corsi: ho ancora nella mia biblioteca la dispensa che preparò per l’esame di anatomia, sembra davvero un libro stampato! Si faceva pagare per le copie dei suoi elaborati ma non perché era venale, quanto solo per il fatto che il denaro che gli passava la madre era appena appena necessario a comprarsi le sigarette…

Subito dopo il suo suicidio ho ricevuto all’utenza di casa la chiamata di una sua compagna di corso, la dott.ssa E. O. che desiderava esprimermi il suo sdegno e segnalarmi la crudeltà con la quale alcune emittenti radio il giorno dopo la sua morte si rapportarono alla vicenda: facili, sprezzanti e macabre battute, ironie, parallelismi (con altri casi di malasanità) costei non aveva rapporti con mio padre dal lontano 1969 (anno della laurea).

Mi disse una frase che mi è rimasta molto impressa: “tra persone intelligenti ci si guarda un attimo negli occhi e ci si intende a prima vista….”


Sono fermamente convinto che la cultura secondo la definizione data da qualcuno di cui mi duole molto non ricordare il nome sia ” tutto ciò che resta all’individuo quando ha dimenticato tutto ciò che ha imparato a scuola”, la cultura è un modo di rapportarsi alla vita, ai problemi che essa quotidianamente pone, un approccio verso la cangiante, ineffabile e multiforme realtà che ci è dato vivere. Perché dunque meravigliarsi se una persona di circa 65 anni in occasione della morte di un compagno di studi che non vede dall’anno della laurea (ossia circa 35 anni prima) desidera mettersi in contatto con qualcuno della sua famiglia per porgere le sue sincere e sentite condoglianze?

Sulla vita e sulla (prematura) morte del prof. Giuseppe Poggi Longostrevi sono stati irrorati fiumi d’inchiostro e nessuno dei vari “autorevoli” giornalisti che si sono occupati di lui ha cercato di porre un barlume di attenzione e verità sugli aspetti umani dell’essere umano prima ancora che dell’ex Re Mida della sanità privata lombarda e forse addirittura italiana. Il giornalismo vive sull’esigenza e la incombente necessità dello spettacolo ineluttabile quanto il più possibile sensazionale e chi impugna la penna deve obbligatoriamente e a tutti costi se non vuole rischiare la carriera e forse anche il posto di lavoro trovare degli strumenti per “fare notizia” e far vendere il proprio giornale; ma è giusto e mi rivolgo ai vari giornalisti che hanno scritto su mio padre dipingere un uomo, uno studioso di 65 anni (tra l’altro in punto di morte) come un barbone colto da horror vacui e delirii vari mentre cerca con le poche energie e risorse che gli rimangono di guardare alla vita e al futuro con un po’ di speranza presentandosi tutti i giorni con i suoi abiti di finissima e pregiata fattura (una delle pochissima cose che non furono in grado di togliergli la valanga apocalittica dei sequestri) di fronte al G.u.p (Giudice per l’udienza preliminare) nell’aula bunker nella quale si stava mettendo in piedi il maxi-processo nei confronti suoi e delle centinaia di medici del capoluogo lombardo accusati di ricevere mazzette per il compiacente invio di pazienti nelle sue cliniche private.

Mio padre viveva in una villa di 3 piani (4 con la cantina) per una superficie complessiva di circa 750 mq ed essendo stato abbandonato proprio nel momento del bisogno (morale, psicofisico ed anche economico) dalla giovane ed avvenente consorte si trovò in una casa assai sovradimensionata rispetto alle sue esigenze, decise così, un po’ per avere compagnia, un po’ (e soprattutto) per racimolare qualche soldo di affittare le varie camere a studenti (perlopiù stranieri), tanto fece che la sua casa divenne in breve tempo una specie di pensionato-ISU, un ostello della gioventù, un centro di aggregazione per giovani forestieri: al primo piano dimoravano una ragazza Inglese, una siciliana e una russa e in cantina 3 ragazzi bulgari impiegati presso un ristorante non molto distante come camerieri, uno di loro era (ed è) cintura nera, pluridecorato e maestro di arti marziali coreane (Tae Kwon Do).

Credo che papà, che soffriva enormemente la sua lontananza coatta dalle aziende da lui create e dirette, ritrovasse in quell’atmosfera conviviale, gaia, studentesca e forse anche un po’ scanzonata che si era creata nella sua abitazione un po’ della spensieratezza e del calore degli anni del liceo perché non faceva altro che rileggere con smania quasi ossessiva (perlopiù nelle ore serale quando non era indaffarato con gli appuntamenti dagli avvocati) i testi dei classici latini e greci. Mi sono sempre profondamente rammaricato di non avere come lui una formazione classica e umanistica: la mia passione per l’aeronautica mi ha portato dopo le medie a scegliere l’istituto tecnico aeronautico statale, mio padre infatti mi ha sempre perlopiù involontariamente fatto pesare la mia scarsissima dimestichezza col latino, lingua con la quale erano scritti i cartelloni giganti che aveva fatto stampare e appendere in casa con moti quali “non timeo adversa” e “memento audere semper”.

Come ho già detto, mio padre di fronte ad un libro scritto bene veramente raggiungeva il massimo del piacere: era capace di leggere un testo anche per 10-15 ore di seguito, dalla prima all’ultima riga se ne valeva la pena. Amava molto come ho già detto, secondo la sua filosofia pragmatico-utilitaristica , (se devo spendere tanto tempo a leggere perché passare le ore su romanzi per quanto ben scritti che non accrescono il mio patrimonio culturale, pensava infatti) i libri storici, non ho mai esattamente capito il perché, forse proprio perché perse il padre in guerra nel 43, ma era un grande appassionato e un profondissimo conoscitore degli anni che vanno dal ’20 (circa) al ’48: ritengo e chi lo ha conosciuto credo che non possa certo smentirmi che fosse uno dei massimi esperti italiani della storia d’Italia di quegli anni.

Il sottoscritto su consiglio del proprio legale ha, alla morte del proprio padre, accettato insieme alla sorella l’eredità avvalendosi (data la spropositata mole di debiti ed oneri inevasi) della formula del beneficio d’inventario che consente a chi se ne serve di rispondere dei debiti del de cuius nei limiti delle attività ereditate e quindi senza interferire col patrimonio personale.

Non nascondo al lettore il mio sconfinato rammarico conseguente al fatto di trovarmi con una valanga di creditori (fornitori, avvocati, prestasoldi ecc.) ancora da pagare senza poter nemmeno disporre non dico del capitale (costituito dalle poche aziende sanitarie create da papà ancora esistenti) ma nemmeno dei frutti dello stesso… L’unico bene che reputo di inestimabile valore del quale sono venuto in possesso con la sua morte è costituito dalla sconfinata biblioteca (i libri per fortuna non li hanno sequestrati…) che aveva a poco a poco costituito negli anni: perlopiù libri storici, biografie di personaggi famosi, ma anche romanzi, amava molto i libri di Piero Chiara (l’unico romanziere del quale aveva letto tutta la produzione letteraria esistente in circolazione).

Mio padre nella fase “Iper” della sua vita, quella va dal ‘78-’79 al ’97 viveva una vita frenetica, la sua mente viaggiava a velocità doppia o tripla rispetto alla gente cd “normale” e lui invece che tentare di reprimere e mitigare questa mostruosità si sforzava con ogni mezzo di addivenire alla concreta e corretta enunciazione della formula (a livello di sostanze psicotrope e di vita) che gli consentisse di imbalsamare quel prodigio e perpetuarlo vita natural durante… Il suo motto di quegli anni era “meglio vivere un solo giorno da leone che cento da pecora”, il problema è che lui amava la vita e amava anche quella sua mostruosa condizione di superiorità psichica-intellettiva nei confronti del mondo circostante e quindi non si accontentava di vivere un giorno solo, voleva vivere il più a lungo possibile e vivere anche ogni giorno come fosse l’ultimo, dando tutto e soprattutto prendendo da esso tutto il possibile anzi di più.

Come detto non riusciva a ricondurre le sue convinzioni (o psuedoconvinzioni) sul trascendente all’interno di alcuna precisa confessione e anzi a causa di un tremendo incidente motociclistico che ebbe a metà degli anni ’80 sull’isola di trinidad&tobago che lo lasciò in semicoma tra la vita e la morte per alcune ore, si convinse ciecamente ricordando di quegli attimi terribili solo una grande distesa di buio che dopo la morte non c’è assolutamente nulla, niente, zero, tutto finito.

E allora perché cercare con le proprie azioni terrene di costruirsi una speranzosa e lieta vita ultraterrena se dopo la morte non c’è proprio nulla, il vuoto più totale?

Meglio piuttosto cercare di godere il più possibile all’istante, cogliendo l’attimo fuggente “carpe diem”, meglio l’edonismo, meglio il nichilismo più godereccio e improvvidamente dissipatore: stare bene, meglio che si può, qui, adesso. Io non so essendo agnostico cosa vi sia e se via sia qualcosa di là ma credo, come papà, che ognuno intanto dovrebbe cercare di stare meglio che può di qua, adesso.

Lo scrivente rifiuta categoricamente la concezione Manzoniana e di etica Cristiana della vita come di un impegno del quale tutti alla fine saremo chiamati a rendere conto, per me non esistono giudizi universali, tribunali ultraterreni, inferni, paradisi e purgatori, per me esiste solo la verità della propria anima e quando mi addormento ogni sera è con essa che devo sentirmi in pace per poter riposare serenamente e attendere con rinnovata speranza il giorno che verrà.

Cambio subito discorso perché le mie convinzioni religiose (o pseudoreligiose) non sono certamente oggetto dell’interesse del lettore ma sono kantianamente consapevole che la legge morale risiede in noi e che l’unico tribunale che conta è quello della propria coscienza: rispetto le leggi dello stato in cui vivo non perché le ritengo giuste, non è un giudizio che io possa dare, ma perché il contratto sociale si fonda sull’accettazione delle norme che l’autorità costituita detta per regolare la vita tra gli uomini. Come tutti sanno non c’è alcuna coincidenza tra Legge e Morale: una cosa può essere perfettamente lecita ma schifosamente amorale, e in via del tutto speculare una cosa può essere del tutto illecita ma perfettamente morale potrei fare una valanga di esempi al riguardo che ometto per non annoiare il lettore.

Mi rammarico profondamente di non avere la cultura ( e forse nemmeno l’intelligenza) necessaria a dare alla presente discussione il necessario pabulum metodologico, dottrinale, filosofico e culturale ma coltivo comunque l’illusione che le brevi considerazioni che ho testé esposto possano comunque far capire al lettore ciò che intendo esprimere e magari indurre nello stesso una quieta e ponderata riflessione. Mio padre è stato esecrato, stigmatizzato, denigrato, demonizzato per essersi appropriato indebitamente di denaro pubblico attraverso le speculazioni operate gonfiando (ovviamente illecitamente) i rimborsi spettanti ai suoi centri medici dalle ASL e quindi dal SSN per le prestazione erogate a favore della popolazione di riferimento in regime di convenzionamento (oggi accreditamento) ma nessuna persona dotata di un minimo di coscienza ed amore per la verità può sospettare o insinuare che il Prof. Longostrevi abbia mai cercato di arricchirsi operando in danno e nocumento della salute di qualcuno (come invece venne più volte scritto dai giornali in quel periodo).

Il centro di Medicina Nucleare era una struttura all’avanguardia (tac, rmi, ecocolordoppler, scintigrafie ecc.) e i numerossissimi pazienti che vi affluivano non lo facevano, né potevano fare senza una precisa esigenza di carattere diagnistico-sanitario e il fatto che mio padre (almeno secondo l’accusa) decuplicasse o quasi contabilmente i rimborsi dovuti dalle Asl non inficia né pregiudica in alcun modo la necessità dell’esame stesso, eseguito con tempi esponenzialmente inferiori rispetto alle strutture pubbliche in modo efficace ed efficiente.

Mio padre era una persona di cuore, cito un esempio che ritengo assai significativo se non proprio emblematico: un tecnico del cmn in seguito ad un tremenda delusione d’amore (venne abbandanato dalla convivente) incominciò ad abusare di alcune sostanze al punto che non poteva più discernere la realtà dalla fantasia Mio padre che ha sempre avuto un atteggiamento di aprioristica e totale avversione verso certe sostanze, dapprima tollerava poi quando la situazione è degenerata, decise, per ovvie ragioni di opportunità, di allontanarlo a tempo indeterminato dalla struttura. Dopo qualche giorno mentre era in mio compagnia, papà venne raggiunto dalla accorata telefonata del padre di costui, il quale lo implorava in tutte le lingue di riassumerlo anche a stipendio ridotto o dimezzato (anche) come strumento per tentare il suo reinserimento nella società: mio padre dapprima tergiversò imbarazzato ma poi con grande rischio per la struttura, perché quella persona non riuscì mai a fare rientro nella normalità, decise di consentirgli di tornare a lavorare.

La vita, mi disse, è fatta di rischi e se non ci si espone per una giusta causa quando si dovrebbe farlo?

Potrei citare molti altri esempi in cui papà dimostro di essere una persona di cuore ma non lo faccio perché ritengo il caso appena esposto già sufficientemente esplicativo ed emblematico e non voglio annoiare il lettore, né tantomeno dare l’impressione di cercare per mio padre una riabilitazione morale post-mortem. Ogni economista che si occupi di salute sa che ne esistono in primissima approsimazione e senza nessuna pretesa di completezza ed esaustività (cito il mio manuale di economia sanitaria) almeno tre concezioni-definizioni, riassumo (a memoria e con parole mie) e schematizzo per semplicità:


Clinica che vede la salute come assenza di malattia clinicamente accertata.


Funzionale, che vede la salute in rapporto alle capacità dell’individuo di assolvere alle normali funzioni imposte dalla vita lavorativa e sociale.


Socio-Culturale che vede nella malattia il sintomo di mali più profondi diffusi all’interno della società intera.

Ogni economista dovrebbe conoscere la differenza fra teoria positiva e teoria normativa. La teoria positiva mira a descrivere oggettivamente i fenomeni ossia fornisce spiegazioni del tutto prive di giudizi di valore mentre la teoria normativa mira a fornire prescrizioni e quindi si fonda proprio su giudizi di valore, l’esistenza di strumenti quali il tso, presuppongono che lo Stato (ordinamento politico di una comunità stanziata stabilmente su di un territorio) possa avere ed abbia proprie finalità e propri bisogni che non necessariamente fanno riferimento ad una qualche forme di aggregazione, di per sé problematica, delle preferenze stesse dei cittadini (cito a memoria il teorema di Wicksell, il teorema dell’impossibilità di Arrow, il teorema dell’elettore mediano di Weisbrod e tanto per restare in argomento mi farebbe piacere citare anche la nozione di merit goods introdotta da R.A. Musgrave ecc. anche se la ometto per brevità) e tutto questo potrebbe portare, come è già accaduto in passato, a far ritenere appunto che lo stato come entità autonoma possa avere proprie finalità e propri bisogni che non è possibile far coincidere in qualche modo con la rappresentazione della struttura dell’aggregazione (come già detto assai problematica) delle preferenze individuali e questi argomenti sono serviti da supporto ideologico alla realizzazione in fasi drammatiche del passato delle più deprecabili forme di autoritarismo dittatoriale o integralista.

Ogni notte prima di addormentarmi penso a mio padre. Penso alla giustizia. Penso alle leggi degli uomini e alle leggi di Dio. Penso al cielo stellato sopra di noi. Penso a ciò che è stato e non sarà mai più e mi commuovo, spesso piango come un bambino e quando il sonno mi vince divampa l’inferno: uno scenario apocalittico, la guerra.

” La notte i cani randagi invadevano la città. Centinaia e centinaia di cani che approfittando dell’altrui paura si rovesciavano nelle strade deserte, nelle piazze vuote, nei vicoli disabitati e da dove venissero non si capiva perché di giorno non si mostravano mai. Forse di giorno si nascondevano tra le macerie, dentro le cantine delle case distrutte, nelle fogne coi topi, forse non esistevano perché non erano cani bensì fantasmi di cani che si materializzavano col buio per imitare gli uomini da cui erano stati uccisi. Come gli uomini si dividevano in bande arse dall’odio, come gli uomini volevano esclusivamente sbranarsi, e il monotono rito si svolgeva sempre con lo stesso pretesto: la conquista di un marciapiede reso prezioso dai rifiuti di cibo e dal marciume. Avanzavano lenti, in pattuglie guidate da un capopattuglia che era il cane più feroce e più grosso, e all’inizio non li notavi perché procedevano zitti. La strategia dei soldati che strisciano in guardingo silenzio per piombare sul nemico e scannarlo. Ma d’un tratto il capopattuglia lanciava un latrato, quasi lo squillo di una fanfara che annuncia l’attacco, al latrato seguiva un altro latrato, un altro ancora, poi lo squillo di una fanfara che annuncia l’attacco, al latrato seguiva un altro latrato, un altro ancora, poi l’abbaiare collettivo del gruppo che si disponeva in cerchio per chiudere il gruppo avversario, stringerlo in un assedio che impedisse la fuga, e scoppiava l’inferno. Rotolando nel marciume aggressori e aggrediti si azzannavano alla gola e alla schiena, si mordevano gli occhi e gli orecchi, si strappavano il ventre, e gli urli di furore assordavano più delle bombe. Non importa quale combattimento lacerasse la notte, quale scontro tra gli uomini, il frastuono dei cani che si ammazzavano per il possesso di un marciapiede superava gli schianti dei razzi, i tonfi dei mortai, i boati dell’artiglieria. Soltanto quando il cielo sbiadiva nel chiarore violetto dell’alba e le bande si dileguavano lasciando laghetti di sangue, carogne di compagni sconfitti, tornavi a udire i suoni della guerra fatta coi razzi e coi mortai e l’artiglieria. Però a quel punto cominciava un tumulto nuovo e non meno agghiacciante: quello dei galli che impazziti dalla paura avevano perso la nozione del tempo e che invece di annunciare il sorger del sole si sgolavano a commentare quei suoni coi chicchirichì. Una fucilata e un chicchirichì. Disperato, terrorizzato, umano. Un doppio singhiozzo nel quale ti pareva di pareva di riconoscere la parola aiuto. “Aiuto! Aiuto!” Migliaia di galli. Avresti detto che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo ospitasse un pollaio in delirio e che ogni gallo vivesse all’unico scopo di strillare la propria follia.

O la follia della città, i tormenti dell’assurdo luogo che le mappe militari indicavano con la sigla 36S-YC-316492-Q15? Fuso 36, fascia S, quadrato YC, coordinate 316492, quota 15, uguale comando del contingente italiano a Beirut”.

Fabrizio Poggi Longostrevi – 5 APRILE 2003

– CONTINUA

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