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Ma cosa avrò sbagliato? Quando le mani hanno smesso di tendersi e si sono bloccate nell’incertezza della possibilità, immobili e rigide come avessero perso ogni desiderio di donare e ricevere calore?

Guardo fuori e tutto sembra assumere un altro significato, come se vedessi un dipinto nuovo mai prima svelato. Il vento accarezza le cime spumeggianti di verde donando loro un movimento lento e carezzevole, a scrollare dalla pesantezza che a volte si posa sui rami, impedendo ogni nuovo passaggio.

L’incontro. La più debole sfumatura si può cogliere non solo se hai affinato il senso più importante, anche se sei solo attento ad osservare. Eppure è cosi facile scivolare, cadere nella trappola delle esigenze da soddisfare. Quante volte mi sono chiesta se il punto di vista da dove osservo le cose è troppo spigoloso e mi obbliga a guardare solo dritto, oppure se, al contrario, è ampio e pieno di possibilità.

Una dopo l’altra, si affollano nella mente senza creare alcun ingorgo, al contrario talmente tante da meritare un capitolo tutto dedicato.

In lontananza il calore della protezione mi offre la soluzione, indica con chiarezza la finestra da dove posare e allungare lo sguardo. Ormai…

Giorni veloci da divorare, sfuggono le tonalità meno intense e si imprimono con prepotenza quelle forti, non sgargianti però. Un incontro inaspettato irrigidisce i sentimenti, a fatica cerco di muovermi e come avessi perso la naturalezza mi chiedo cosa altro avrei potuto fare. Cosa altro avrei dovuto fare. Una spina di pentimento mi trafigge, non si imparerà mai.

La vita? Una continua crescita.

Riempio i fogli bianchi, non nervosamente, ma col desiderio di arrivare velocemente alla fine della pagina. Cosa vorrebbe voler dire?

Il significato. Sempre alla sua ricerca, difficilmente interpretabile, oggettivo e non universalmente accettato.

Il modo migliore per fare le cose. Il modo migliore di fare le cose.

L’individualità, l’identità, le postazioni.

Mi tiro su, non aiutata dalla difficoltà del momento, ma finalmente morbida nei movimenti, con leggerezza nell’accettare le cose. Non ogni cosa, però. Un odore si espande all’interno della stanza a ricoprire i respiri di ognuno di noi, tutti abbastanza uniti nell’ascolto con un bagaglio di domande.

Cade la riflessione, si deposita quasi ad adagiarsi stimolando l’attività di pensiero. Stuzzicante. Un giro dopo l’altro, cercherò un altro angolo da cui guardare. Solo quello che si vuole, è vero si lascia vedere solo quello che si vuole, ci si nasconde ma a se stessi prima che agli altri.

Una porta socchiusa e dietro l’angolo ancora una volta il sole.

Preferisco la luce intensa e chiara del tramonto, tersa a volgersi verso il buio. Ansiosa di attraversare la notte nel silenzio delle strade, inaspettatamente e un po’ inebriata dal profumo dell’estate vago lentamente accompagnata dai pensieri.

Due parole, le ultime due parole che dovrebbero chiudere il giorno.

In sottofondo le note accompagnano una poesia d’amore scritta in un tempo lontanissimo, ma ancora vivo. La respiro e mi inebrio di calore.

La più bella.

Non riesco più a ritrovare la complicità dell’amica notte, quasi come se fra noi fosse caduto un silenzio ingombrante e pesante, tale da impedire ad ogni angolo di corpo di adagiarsi fra le braccia del riposo.

Saremo forse in un’altra fase della vita?

Cosa ci resta ancora da ascoltare? Può essere la voce del silenzio, il fruscio di ogni più debole alito di vento, il gorgoglio del fresco flusso di acqua limpida e gelata.

Un panorama stellato preannuncia la stagione. Mi preparo e la accolgo.

Fernanda

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