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Piove su Roma, e nemmeno questo tempo di merda mi consola. L’aria si fa…si fa sottile: questo amore non vuole morire. Cade lentamente giù dal cielo, come un regalo di marzo nasconde il suo veleno ma, amore, tu non mi puoi sentire… quest’amore non vuole morire! Piove sui tetti le case, le storie di Roma e le mamme rincorrono i figli davanti alla scuola, il tempo mi porta via…ma questa e’ casa mia. Scende lentamente giù dal cielo, come un sipario di mare nasconde il mondo intero ma, amore, tu non la puoi sentire: quest’amore non vuole morire. Piove su Roma e nemmeno questo tempo di merda mi consola l’aria si fa…si fa sottile: quest’amore non vuole morire.

Non è la prima volta che provo difficoltà a descrivere la sensazione rispetto al concetto del Natale. Ed anche ora che sto scrivendo, un certo fastidio rende difficile il fluire delle idee e il delinearsi dei concetti necessari.

Quest’anno, poi, vivo in una dimensione di considerevole indifferenza, il momento (cioè quella frazione spazio temporale destinata ad essere sostituita da altri elementi quantici) di questa festa, che dovrebbe rappresentare una sorta di riconciliazione, soprattutto con la propria coscienza.

Come fare, per tentare di capire qualcosa di più?

Natale. Di per sé, questa parola identifica (oltre che il giorno in cui è nato, secondo le sacre scritture, Gesù), il luogo o il tempo, in cui siamo “venuti al mondo”. Forse, allora, è da qui che vien fuori il problema, dal fatto di vivere in un luogo ambientato in un tempo assurdo in cui tutto perde significato perché viene affrontato generando emozioni incoerenti e inadeguate.

Come fare a negare che l’annus Horribilis che sta per concludersi, ci ha trasformato, aumentando insicurezze interiori e fobie di ogni genere?

Come si può far finta di nulla, di fronte agli orridi maneggi di chi specula, affamandoci, o di chi dovrebbe governare la cosa pubblica, attraverso quella turpe applicazione, volgarmente chiamata “politica”?

Bene, meno male che sono intervenuti i provvidi “professori”, distaccati e (non tanto) compassati alieni super preparati e pluridecorati! Al di là del (più o meno) millantato salvataggio dal baratro, effettivamente qualcosa di profondo hanno scavato nelle nostre anime erranti, alla ricerca dello spread perduto: un comune senso di considerevole disumanizzazione.

Provo a domandarmi, a questo punto, fino a quando sono riuscito a provare lo stato d’animo estatico che, i più, chiamano “magia del Natale”!

A otto (o forse nove) anni, nel piccolo soggiorno di una modesta casa in affitto, sotto le fronde di un abete (vero) comprato al mio primo compleanno e custodito (durante gli altri 11 mesi dell’anno) con amore sul terrazzino. L’aroma della resina, si mischiava col profumo di lamiera e cartone del modellino (in scala 1:43) di una piccola Citroen Maserati! Non sono in grado di affermare che immaginavo di esserne il fortunato possessore in un’ipotetica realtà di fantasia (di adulto, professionalmente affermato)… posso solo dire che vivevo una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, lontano dalla frugalità della mia famiglia, non certo benestante, all’epoca. Stavamo l’albero, la Citroen Maserati ed io un po’ come il Piccolo principe proveniente dall’asteroide B 612.

A dieci anni, con la Trilogia di Topolinissimo, una raccolta Disney del 1930 -1931 -1932, che ebbi in regalo (probabilmente) solo perché, qualche giorno prima ero stato operato, d’urgenza, per una pericolosa appendicite.

A dodici anni, da zia Franca (che fantastici Natali e Capodanni, da lei, con tutti i cugini!), quando pretendevo di vedermi aggiustato il faro della mia Fiat 130 (sempre in scala 1:43).

A tredici anni, mentre, sempre sotto l’albero, sogno (sfogliando i depliant) di poter sfrecciare a bordo di un Fantic Motor Cross Caballero o, in alternativa, su una più modesta Piaggio Vespa 50 S quattro marce.

E poi?

Accade che sono cresciuto. Il ginnasio, gli amici con cui sentirsi grandi a bordo della Vespa truccata a fumare le More (sottili sigarette nere che simulavano i sigari), gli allenamenti di pugilato, le discussioni sulle canzoni impegnate…

Credo di avere, inconsapevolmente, disarcionato mio padre. Ho perso una figura chiave.

Perché?

Non tanto per suoi demeriti (si è sempre profuso per cercare di garantirci un futuro più che adeguato) quanto, piuttosto, perché, dopo tanti anni di sacrifici, finalmente, le sue attività lavorative, stavano cominciando a restituire i primi, consistenti, frutti. Una casa (tutta nostra) di lusso, un tenore di vita considerevolmente aumentato, un appartamento di 275 metri quadri e una Panda 30 (in scala 1:1, quindi vera) regalatimi non appena compiuti i 18 anni…

Però!

Niente più cene tutti insieme ( neanche molti pranzi, a dire il vero). Mamma che inondava la tavola di ogni ben di Dio e ognuno di noi, come in una tavola calda di pregio, si serviva, una volta rincasato. Un tuffo nello stress della vita “moderna”, insomma, che ci avrebbe condotto verso l’edonismo reaganiano.

Un paradosso. Da una parte sono stato stimolato, per lo più da papà, ad imparare il valore dell’autonomia personale (con il coinvolgimento, dall’età di 16 anni, in alcune sue attività professionali, con regolare retribuzione); dall’altra, una sorta di sbronza di sollecitazioni (e di soldi) che hanno disintegrato il valore del Natale, inteso come giorno importante (l’unico, o quasi, in cui si potevano ricevere regali) in cui, vedere papà rincasare presto un po’ frustrato per le mancate gratificazioni economiche ma con, negli occhi, la voglia di giocare con il presepe, rendendoci partecipi del suo essere, ancora, bambino e, al tempo stesso, un esempio concreto di chi non si arrende mai.

Solo un rigurgito

È il 1980 (e ho, quindi, 16 anni), a Roma, perché zio Peppino ha un tumore. Stiamo, tutti i cugini, nella stessa stanza da letto di una grande casa ai Parioli. Ci sbizzarriamo con i fuochi d’artificio seminando il terrore fra i compassati inquilini di uno stabile superlusso. Poi, a mezzanotte, la messa a San Pietro dove, per la prima volta, ho ascoltato una bellissima melodia, che ancora oggi, ad ascoltarla, mi si scioglie il cuore: Adeste Fideles

E poi, gradualmente una inesorabile trasformazione.

Una carriera di studente universitario pentito, spettatore di dissapori e incomprensioni familiari. Per reazione, comincio a costruire presepi monumentali, mentre in Tv, scorrono le commedie di Eduardo de Filippo.

Poi divento grande, una famiglia tutta mia nei confronti della quale sento ovvie responsabilità. E, un po’ alla volta, mi rendo conto che le pubblicità dei panettoni (del tipo: “E’ Natale e a Natale, si può dare di più!”) mi coinvolgono sempre meno.

Forse, perché i panettoni li puoi comprare, ormai, tutto l’anno?

Vorrei, sfatare l’assioma in base al quale, al benessere economico corrisponde, sempre, la tristezza interiore. Un mio analizzato, qualche tempo fa, mi raccontò che, da piccolo era talmente povero che, ad ogni Natale, sistematicamente, suo padre usciva in strada sparando dei colpi di pistola, per poi rincasare affermando: “Babbo Natale si è suicidato! Quest’anno, quindi, niente regali. E in più, visto l’evento luttuoso, non trovo che ci sia nulla da festeggiare per cui, possiamo andare a letto senza cena!”

E allora, forse questo stato d’animo malinconico e relativamente distaccato ci nasce dal fatto che, la vita, ci insegna che esiste una linea di demarcazione fra la fantasia del bambino e la realtà dell’adulto?

Carlo Verdone e Babbo Natale

L’importanza di Babbo Natale e dell’arrivo della Befana, per noi di casa Verdone, erano fondamentali. Però, i ricordi più importanti sono legati al crollo dell’immagine di quello che erano, appunto, Babbo Natale e la Befana. Come è crollato Babbo Natale. Dopo aver scritto una bella letterina che riportava tutto quello che volevamo, attendiamo con trepidazione la sera del 24 dicembre, per ricevere i doni da Babbo Natale. Io e mio fratello Luca non ce la facciamo ad addormentarci per l’emozione e, alzandoci di soppiatto, ci rechiamo furtivamente, nel salotto ad attendere la sua distribuzione di regali sotto l’albero. Ci chiniamo a sbirciare dal buco della serratura e scorgiamo, il culone di mio padre, in mutande, chinato a nascondere i giocattoli. A quel punto, apriamo di colpo la porta… e ci scappa un “Nooo… non è possibile!”. Il crollo della Befana, invece, avvenne l’anno dopo. Ci recammo a piazza Navona per farci una foto con la Befana, che stava su un carretto, al centro della piazza. La vecchina, ci accoglie fra le sue braccia e partono i flash della macchina fotografica. Io e Luca non stavamo più nella pelle, dalla gioia quando, all’improvviso, da sotto la maschera, appare un coatto (maschio!) che, lamentandosi per il freddo, si accende una sigaretta.

Proviamo a riflettere per un attimo. Attualmente viviamo (nonostante la crisi) potendo avere quello che vogliamo senza sapere quello che, esattamente, ci serve. Non dimentichiamo, infatti, che le new generation credono che il tonno nasca direttamente in scatola! Forse, non vogliamo più rinascere ma, soltanto, morire. E chi sa che i tanti tumori che si sviluppano (al netto degli inquinanti ambientali), dal momento che vengon fuori da regressioni cellulari allo stadio simil staminale, non possano essere intesi come un momento di attesa, per decidere in che “direzione” andare!

Ecco, allora che l’albero o il presepe, diventano solo incombenze stagionali che sarebbe meglio evitare…

Cos’è il Natale? Forse quello stato d’animo che ti rimane dopo aver ascoltato, di notte, sotto un cielo di stelle qualche melodia della migliore tradizione celtica; forse quella condizione di quando eri bambino e trepidavi nell’attesa che arrivasse il signore vestito di rosso a lasciarti il suo dono come segno tangibile dell’amore di chi ti stava accanto con discrezione…

Dal vestito della notte è caduta una stellina. Mentre lenta, scende la neve di dicembre, nella grotta, davanti al bambinello, felice, sorride anche il poverello…”

Bellocaldoavvolgente, il ricordo di tanti bambini in scena a rappresentare una realtà fatta di momenti felici, “come quelli di quando tu piangi… e non sai perché” (Giacomo Leopardi)Benvenuti in una dimensione nuova, che si ripete da più di duemila anni, sotto un cielo bianco sopra un mondo affamato d’amore.

Quando finisce, la notte ?

Un vecchio rabbino domandò, una volta, ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno.

“Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?”

“No”, disse il rabbino.

“Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”.

“No”, ripeté il rabbino.

“Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi.

Il rabbino rispose: “E’ quando, guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore”.

Buon Natale.

Si ringraziano, per il prezioso contributo, Emanuela Governi ed Eugenio Filice.

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